Il carro di Dioniso di Mirco Marchesi

 Il concetto delimita, sostiene una porzione di realtà, la viviseziona per poi restituirla ad un’unità. Il concetto nomina e rinomina i nomi perché la semantica non sia mai colta impreparata. La filosofia fa gomitolo su se stessa, esplora i confini del significato, supera e ritorna, da secoli, spesso autoreferenziale, critica di se stessa e dell’altrui sistema. Si dice che il concetto filosofico non comporti ulteriore direzione di senso, autonomo e spesso solipsista, invitato a cena da una signora Ragione che taglia le gambe al gustoso gesto dell’improvvisazione.

Eppure quando il concetto s’innamora non c’è tempo né scarto, il pensiero del filosofo, erotizzato, annulla i perimetri del razionale ma per ritrovarli più in là, spinti da se stessi e autoalimentatisi riscoprono la pienezza del senso. La storia è molto semplice: il professore di Lipsia, Friederich Wilhem Nietzsche, s’innamora di una giovane donna ebrea tedesca di origini russe, Lou Salomè. Storia semplice, si è detto, perché il mondo ne è pieno. E perché si tratta di uno di quegli amori così tragicamente ordinari, che tuttavia, per volontà dei protagonisti, si vuole ammantare di una particolare e primigenia intenzione. Ma appunto, il ritorno delle cose, come insegnerà il filosofo, è eterno. Nessun’acqua nuova scorrerà sotto i ponti. Ma non tanto perché tutto è sempre uguale. Ma perché noi cambiamo insieme alle cose che cambiano. Ed alla fine, stanchi di reagire alla ripetibilità, inventiamo noi stessi, per primi, un modo per ripetere le cose. Fingendole nuove. Ciò che Mirco Mirchesi ci propone è un carteggio fra due innamorati, prima ancora che fra due pensieri o due concetti, fatto di assalti e rinunce, spesso di toni retorici ed enfatiche posizioni. Perché prima che filosofo, Nietzsche, l’inventore del superuomo, il geniale amante dell’eterno ritorno, è un uomo che aveva sempre definito i legami duraturi come i pesi in eccesso di un carico debordante. Ma se “ogni persona è una prigione”, Lou Salomè, bella, colta, intellettualmente vivace, rappresenta per il professore di Lipsia una dolorosa scoperta, tanto amabile quanto più dolorosa. Una specie di apologia del dolore, quella di un sistema filosofico che troverà il suo compimento proprio nella dottrina dell’eterno ritorno. Il carteggio non è di per sé interessante se lo si estrapola da un cammino. Che resta pur sempre quello di una filosofia in fieri, in divenire. E se è vero che Lou Salomè è stata la donna amata ed irraggiungibile e fonte di sofferenza per l’uomo, non così è stato per il filosofo che ne ha tratto linfa per il suo iter concettuale. In tal senso, pur non essendo questo un libro di filosofia, l’autore ci permette di seguire come avvenga l’aurora del pensiero, originale e formidabile, se nasce dalle ceneri dell’amore. Nietzsche, nutritosi dell’esperienza dell’illusione dell’amore, l’ha eletta a musa ispiratrice del concetto, alla formulazione di quel sentimento dionisiaco che è sì passione, è sì rottura degli argini, è sì innanzittutto istinto. Ma è anche un modo di vivere le cose senza l’etichetta del nome, è contro la stereotipata accettazione del reale, è la riformulazione stessa del reale. L’illusione, appunto, che Nietzsche subirà quando la sua amata rifiuterà di sposarlo, diventa il cemento sopra il quale fondare un attivismo esistenziale che si oppone alla reazione semplicistica del mimetismo. Non si vive per adeguarsi. Ma si vive per modellare. Forzare la serratura di quella prigione, che sono le persone. Ma nello stesso tempo fare una scelta inaudita: lasciare aperta la porta della cella ma decidere di restarvi dentro, unico modo di abitare il dolore è farne una patria, un giaciglio saporito. Invitare poi quelle stesse persone che ci avevano messo le catene a discutere amabilmente con noi, come se non fossero mai stati i nostri peggiori nemici.

© Valeria Francese

Autore: Valeria Francese

Valeria Francese nasce a Salerno nel 1979, ha conseguito nel 2003 la laurea in Filosofia con una tesi in Estetica sulla Poetica dello sguardo nella letteratura e nelle arti contemporanee. Nella sua città insegna filosofia negli istituti superiori. Partecipa da sempre a numerosi concorsi di narrativa, ha scritto sceneggiature per il teatro, una piccola meravigliosa esperienza cinematrografica. Nelle ultime esperienze artistiche, una collaborazione per una mostra di fotopoesia, dove la luce e il verso hanno trovato la loro, splendida ed epifanica, parola comune. Da allora, la poesia é diventata la sua Casa Madre. Qualche volta ottiene seri riconoscimenti, menzioni e leggere pubblicazioni, altre volte, come capita a tutti quelli che amano scrivere, un robusto silenzio, quanto mai evocativo di altro talento come quello della pazienza, dell'attesa e della costruzione invisibile. Correttrice di bozze e in procinto di terminare un master in editing e scrittura creativa, sta svolgendo il biennio di tirocinio per diventare giornalista pubblicista. Insomma se nella vita le fosse concesso, sarebbe Scrittura Solo.

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