La mia ragazza quasi perfetta di Luca Rota

Un Tratanti, questo il cognome del protagonista, Luca, un’identificazione qualunquista che ha il sapore dell’incompiutezza. Un nomen che però non rispecchia l’uomo, forse soltanto il timore che ognuno di noi ha di non essere nulla di speciale, nessuno da ricordare, uno tra tanti, appunto.
In realtà la generalizzazione è solo nelle sillabe, perché lo specifico del punto di vista del protagonista è quello proprio di non essere per nulla identico a quello degli altri.


Sarà per l’arma dell’ironia, arma che è nella penna dell’autore, la quale riesce a deformare una vita qualunque, rendendola schiettamente atipica, vissuta insieme all’amico di sempre, Sandro, il cane che guida l’auto come forse vorrebbe fare Luca con la sua vita, cioè senza freni.
Il senso di dare a Sandro una carta di credito? Nessun senso, infatti lo capisce Sandro che la strappa a morsi. Nessun senso, perché Luca non crede nei sensi, tantomeno nei doppi sensi: la vita diventa una linea da percorrere con la schiena dritta ed in coerenza retta: cosa difficile da fare quando forse non si è astemi. Il problema è che Luca non ha nessun tipo di problema, ma la vita, con quel colore, non gli basta.
Luca vorrebbe la sua vita, come dipinta sullo sfondo nero, con manti di stelle di tempera, esattamente come con la televisione a plasma appena acquistata: quell’oggetto nero, bucata come un buco nero, che tanto somiglia ai giorni solitari, introdotta in casa e subito colorata come un cielo stellato, perché non rifletta altro buio ma la profondità del cosmo. In una vita così, l’extraterrestre è lui. Non alieno agli altri, così sarebbe troppo facile, bensì alieno a se stesso, alla ricerca di una soluzione contro l’invasione barbarica del suo ego sconosciuto, atterrato sul pianeta terra, per drammatica causalità. E così Luca incontra gli alieni, ma basta uno starnuto a disintegrarli, in omaggio alla debolezza dei sistemi immunitari non fortificati dalla presenza dei virus.
Per la serie, meglio ammalarsi che essere mortalmente vulnerabili. E pare proprio questa la logica di tutto il romanzo o meglio, mi piace considerarla tale: si può essere sani e al contempo vittime di una salute che si chiama perbenismo, omologazione, qualunquismo. Meglio ammalarsi, dunque, di una creativa patologia, che almeno ci tenga svegli all’arrivo degli alieni, consentendoci il dialogo, il confronto e perché no, magari pure un salvifico scambio dei ruoli.
Le prime scene del romanzo, sono dunque, programmatiche: Luca Tratanti non è un tra tanti ma è uno che palesemente soffre di quella meravigliosa follia che viene elogiata anche dai filosofi: la capacità di stare in mezzo al mondo come se il mondo non ci fosse affatto.
Luca, ad un certo punto, si innamora. Lei è bellissima, Miasmine. Una ragazza da copertina, l’ideale irraggiungibile, il cuore del desiderio maschile. Sembra il lieto fine di una storia non ancora cominciata. In realtà Miasmine ha un problema di gestione delle emozioni: flautolenza aerofagica-emotiva supersulfuerea. No, non è una malattia seria, però è la malattia del secolo, il cancro delle emozioni, se vogliamo, una malattia assai triste. L’espulsione organica, in formato flatulento, di ogni nostro sentire emotivo, dall’amore al dolore, dalla paura alla delusione, è la cifra dell’incapacità di contenimento umorale e della dimensione liquida dell’esistenza. Miasmine è così, perfetta se non prova emozioni, insopportabilmente repulsiva, se dolcemente ama, sente, prova, si emoziona. L’emozione più forte, geneticamente creata per essere l’acme delle potenzialità emotive e fluide dell’essere umano, l’amplesso, diviene per la giovane coppia motivo di incredibile disagio, vergogna, malessere ematico. Vomito! Perché chi non sa gestire l’emozione diviene un escluso, in una terra ormai popolata da automi in grado di digerire qualunque cosa, qualunque scena, qualunque bestia satanica e qualunque assaggio angelico. Non c’è posto per gli incontinenti, per chi non è al passo con i tempi della masticazione rapida, della vorace cancellazione degli istinti.
Eppure non c’è amore più profondo di quello che sfida le imperfezioni e che, anzi, fa di esse, il motivo stesso del desiderio, il patto segreto suggellato tra gli innamorati, la convinzione profonda che quella imperfezione, una volta amata, diventi il raccordo tra gli universi, contro tutti e oltre tutto. Al punto che, non se ne può più fare a meno. Recuperata l’imperfezione, si sfalda la traccia stessa del patto d’amore. Un finale ironico, che dice della follia di un uomo alle prese con la sua idionsicrasia per il normale, per la vita qualunque, una “tra tante”.

© Valeria Francese

Autore: Valeria Francese

Valeria Francese nasce a Salerno nel 1979, ha conseguito nel 2003 la laurea in Filosofia con una tesi in Estetica sulla Poetica dello sguardo nella letteratura e nelle arti contemporanee. Nella sua città insegna filosofia negli istituti superiori. Partecipa da sempre a numerosi concorsi di narrativa, ha scritto sceneggiature per il teatro, una piccola meravigliosa esperienza cinematrografica. Nelle ultime esperienze artistiche, una collaborazione per una mostra di fotopoesia, dove la luce e il verso hanno trovato la loro, splendida ed epifanica, parola comune. Da allora, la poesia é diventata la sua Casa Madre. Qualche volta ottiene seri riconoscimenti, menzioni e leggere pubblicazioni, altre volte, come capita a tutti quelli che amano scrivere, un robusto silenzio, quanto mai evocativo di altro talento come quello della pazienza, dell'attesa e della costruzione invisibile. Correttrice di bozze e in procinto di terminare un master in editing e scrittura creativa, sta svolgendo il biennio di tirocinio per diventare giornalista pubblicista. Insomma se nella vita le fosse concesso, sarebbe Scrittura Solo.

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