Pittori piuttosto pittoreschi di Massimo Zanicchi

 Ci sono molti modi per parlare d’arte ma per lo più si tratta di testi per gli addetti ai lavori, esteti, curatori di mostre, artisti, storici dell’arte.
Non è affatto vero che l’arte sia universale, a volte ci allontana se non ne decodifichiamo lo statuto linguistico, ci chiama amatoriali se non ci rivolgiamo ad essa come farebbe un manuale specializzato.
Eppure Massimo Zanicchi ha individuato una via narrativa profondamente originale ed appassionante per parlare di arte ad un non artista, per parlare di un artista alla non arte.


Il libro è una raccolta di brevi racconti le cui immagini sono prese a prestito dai grandi capolavori dell’arte moderna e contemporanea. Ciò che essi tracciano è la genesi del genio, il punto di rottura tra la visione del quotidiano e l’affermazione dell’atto poietico.
Chiedersi cosa avvenga in quel preciso istante e provare a riprodurlo come qualunque esperimento da laboratorio, è impresa vana. Si ipotizzano trasfusioni di genio divino, ispirazioni trascendenti e rincorse di vissuti onirici a spiegane la genesi dell’arte.
Ma non ci sono interpretazioni convincenti e si resta delusi a contemplare l’irriproducibilità dell’arte pur nell’epoca della tecnica. Purtroppo o per fortuna, il genio resta tale e la sua aurea non si replica.
Ma appunto come ci mostra Zanicchi c’è qualcosa di molto più semplice, ma direi semplice solo per banalizzare ciò che invece è amabilmente banale. Qualcosa che non sta davanti all’arte ma innanzitutto dietro di essa.
La verità è che gli artisti sono uomini e questo resta un dato di fatto irrinunciabile, pareva facile dirlo ed invece nella storia dell’umanità, a ripercorrerla a ritroso, si scopre che lo si è detto davvero pochissime volte.
E nascono da questo assunto i racconti di Zanicchi, lucidi nel tratteggio della servetta della verità, quella che cade nel pozzo per quanto è stolta, quella che ispira un sorriso di leggera benevolenza, per tutta la sua adorabile infermità intellettuale. Ed ecco solo alcune di queste scene di malinconico sorriso: dietro le ninfee di Renoir non c’è che un vecchietto che si tuffa ad inseguir forse rane, dietro le mele di Cezanne una semplice riflessione su un’arte parca e culinaria, dietro i ritratti oblunghi di Modigliani, l’utilizzo di colli di bottiglie panciute o senza spalle che fungono da modelle, dietro i bar fumosi e promiscui di Lautrec, sorride un po’ ambiguamente un pittore affetto da Picnodisostosi: nanismo umano ma non artistico.
E ancora, dietro il Cristo giallo di Gaugin, a spegnere l’eco suscitata dall’utilizzo dei colori primari per fare della pittura il ripristino di ogni primitivismo umano, ci pensa l’adorata moglie che battibeccando con il marito gli ricorda che Cristo fosse morto di crocefissione e non di ittero.
Cosa c’è dietro ogni grande quadro? Verrebbe da rispondere, dopo aver letto il libro di Massimo Zanicchi, dietro non c’è che tutto quello che sta davanti al pittore quando crea e cioè la sua fame, le sue noie, i suoi rimbrotti, le sue fobie, i suoi deliri, le sue malattie, le sue donne. Ma ancor più il suo tempo ed il suo paesaggio. Imprescindibile non come leva del mondo che solleva l’arte, proprio ne risulta essere il contrario, è imprescindibile come l’arte che riesce a far emergere il mondo.
Ed infatti qui la storia è maledettamente seria e non si tratta in alcun modo di gettare archi di sorriso stolto sulla pittura e sul suo fare, perché Massimo Zanicchi intinge la penna nel colore della delicatezza e nella finezza degli aspetti concreti del reale, immuni in quanto tali da giudizi etici di sorta.
Ciò che ne emerge è un limpido volteggiare delle passioni umane, una serena accettazione delle debolezze e delle caricature dell’uomo che viene riconosciuto come artista solo secondariamente ma non di certo accidentalmente.
Ed i quadri che prendiamo a visualizzare ci appaiono non più come fissi e tristi dietro le loro cornici d oro nei musei di tutto il mondo, bensì piccoli ritagli di fumetto dal valore inestimabile, arie uniche custodite da semplici cornici d’ebano.
Sorregge l’architettura del libro una scrittura molto sapiente, che dosa umorismo e riflessione con impareggiabile maestria, assente ogni forma di distonia fra il contenuto e la sua forma, una scrittura limpida e salda che indovina i tempi e modula le attese.
Un modo di avvicinarsi all’arte tenero ed umoristico, dietro le storie personali e gli aneddoti inestimabili delle biografie degli artisti. E gli aneddoti come le orme a volte indicano molto meglio un passaggio che una vecchia mappa di localizzazioni geo-spaziali. Gli aneddoti, come spie delicate, occhieggiano dietro i quadri, rivelano vissuti molto poco inconsci, duettano con le manie umane, rendono quel gesto, la mano e la sua pittura, assolutamente sincero ed irripetibile.
© Valeria Francese

Autore: Valeria Francese

Valeria Francese nasce a Salerno nel 1979, ha conseguito nel 2003 la laurea in Filosofia con una tesi in Estetica sulla Poetica dello sguardo nella letteratura e nelle arti contemporanee. Nella sua città insegna filosofia negli istituti superiori. Partecipa da sempre a numerosi concorsi di narrativa, ha scritto sceneggiature per il teatro, una piccola meravigliosa esperienza cinematrografica. Nelle ultime esperienze artistiche, una collaborazione per una mostra di fotopoesia, dove la luce e il verso hanno trovato la loro, splendida ed epifanica, parola comune. Da allora, la poesia é diventata la sua Casa Madre. Qualche volta ottiene seri riconoscimenti, menzioni e leggere pubblicazioni, altre volte, come capita a tutti quelli che amano scrivere, un robusto silenzio, quanto mai evocativo di altro talento come quello della pazienza, dell'attesa e della costruzione invisibile. Correttrice di bozze e in procinto di terminare un master in editing e scrittura creativa, sta svolgendo il biennio di tirocinio per diventare giornalista pubblicista. Insomma se nella vita le fosse concesso, sarebbe Scrittura Solo.

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