Buongiorno Stellina

Scendi lenta lungo le pareti di una cannuccia umida. Fisso lo sguardo sulla tua rugiadosa silhouette ma è un gioco spurio con una materia ineffabile: la tua goccia trasparente mi opacizza lo sguardo. Il tuo odore si vernicia in quest’atmosfera d’alcool e purghe; lentamente ti stendi accanto a me su questo lettino bianco.

A testa in giù, stordito da te, assorto dal tuo ritmo costante, dalla tua scansione morbida, silente. Ogni tua goccia di plastico ovale viene da un lago abitato da un elfo taciturno e ti liquefai qui, nel mio sangue melmoso, lo mesci a purezza.

Ti osservo al momento della tua discesa serena su uno scivolo di lattice: come monade liquida t’ affacci su ogni mia prospettiva. Non hai accordi, non variazioni di voli. Tintinni da solista lungo i parapetti stonati del mio corpo:

Un due tre signore, avanti, chi si ferma è perduto”, sussurri.

Che vocina acefala sei, senza pensiero. Fra organi stanchi canticchi un tonfo d’eco deliziosamente pacato. Sei la musica che ho in testa, un accento bianco che mi muove senza essere mosso.

Anche dopo il tenero assalto, tu sei ancora in me a ritmare questo mio tempo.

Un due tre signore, passo lento dopo passo lento, ancora”.

Sei l’umida stellina che mi consegna la luce della scansione.

Mia moglie ci aspetta in macchina. Non è gelosa di noi due, del nostro ritmo. Ci stampa un bacio

sulla fronte, ci guarda con amore da due fessurine umide e dischiuse. Il tunnel roboante del traffico

è la coda vischiosa di un serpente che ci sballotta per sentieri di cemento; mia moglie è attenta alla

guida, acuisce la vista sul lenzuolo di rumori stesi al vento sporco. E intanto l’elfo della tua stellina

è scappato via, impaurito dalla velocità dissonante.

Un sorpasso repentino, un clacson pungente, un pezzo di cielo tagliato nel vetro del finestrino. E nel

sole ambrato che la indora, mia moglie sorride tranquilla. Ma so che ha paura della coda del

serpente. Lo riconosco dal riccio d’ansia che prende la piega del suo labbro. Sempre, glielo distendo

con la punta del mio dito, lisciando quel tempo che s’increspa alterato.

Un due tre signore. Perché ci vuole ritmo che decelera, ritmo che sa attendere, ritmo che sosta,

per sopravvivere all’isteria della velocità di cellule impazzite”. Imparare a ritardare nel tempo. Ma

all’incrocio successivo della strada, sul suo viso ricompare quel marchio di paura per la vorace

assimilazione delle cose. Quale strada prenderà la nostra vecchia utilitaria sbuffante con ritmo

improbabile, mia sonora stellina? Inghiottita o salva per aver aspettato nel tempo il tempo?

Un due tre signore, avanti”, la tua marcia non la dimentico, scandisce ogni mia sequenza di vita, ogni intervallo carpisce questa stasi.

Siamo a casa, ti presento mio figlio, entra nella sua stanza, stellina, non inciampare in questo suo disordine che non t’appartiene, in questa matassa di voli grevi, allacciati sulle punte della sua stagione ribelle. Ecco la stanza di un figlio che pensa di far ordine nei propri pensieri liquidi con il disordine materico degli oggetti. Abbraccio il suo capo di pensieri scompigliati, ma lo sento ritrarsi, sospeso e leggero in un cielo basso che gli toglie l’aria.

Oggi, come gli altri giorni, mio figlio ascolta una strampalata musica, ma nella sua stanza non ci sono elfi quieti. Essi si rintanano al buio quando, in un volume isterico, quella smembrata lite di note arrabbiate spara le proprie noie, inseguendo code di serpenti ad una velocità insostenibile. Mio figlio dice che è la musica dei giovani, i quali, evidentemente, non conoscono affatto gli elfi, come li conosco io.

Non sopporto quell’ accelerazione di volume, lo stereo acceso succhia l’ aria della mia marcia, annienta la durata della goccia. Mi rende nervoso, fuori ritmo. Stellina! Temo di averti perso. Un due....com’è che fa il passo?

Il signore non va avanti, i passetti dell’elfo girano a vuoto su gambine troppo corte”. Non vedo più la goccia! A mio figlio intimo di spegnere lo stereo, è troppo lesto il passo. Dove? dove sei stellina, uno…tre…Aiuto!

-Spegni!- grido, ma lui nemmeno sente la mia voce.

Allora la mia mano diviene rapida e tradisce il tuo conteggio: uno schiaffo volato sordo si innesta sulla sua guancia. Egli non esita e rosso in volto mi dice confusamente che quella musica gli dà ritmo, vita. Poi comincia a muoversi come un folle ed in un ballo isterico piange. Sembra un ragno scomposto ferito ad una zampetta, vincolato all’uso ipertrofico degli arti intatti. E’ una disarmonica danza del ragno.

-E tu?- urla poi. -Non hai il senso della musica, non hai il tempo dentro!- Parla a te, stellina, che fai di un passo alla volta l’unica musica possibile della mia testa, parla ad un padre che conta la fantomatica goccia della chemio lungo la sua flebo, un padre che non vuole riconoscere ma che ama forse di più.

Il mio tempo porta il quadrante di una stasi che perdura, vi scivola la mia vita, quella di un ragnetto doloroso e con noi anche quell’ adorabile riccio di labbro ansioso perso nella corda del serpente.

Stellina, c’è tempo ancora per noi, per le domeniche da dormire, le notti da sgranocchiare, ho tempo dentro, eccome se c’è, sussurralo a mio figlio. Sei la stessa musica che muove le zampette del ragno, non sei diversa dal riccio di carne. Un giorno io e mio figlio ci incontreremo

in un valzer adagio con un medesimo passo, perché abbiamo una sola musica in testa che è un

ritmo di vita.

Un due tre. Signore, avanti. Si ricomincia”.

Buongiorno stellina

Autore: Valeria Francese

Valeria Francese nasce a Salerno nel 1979, ha conseguito nel 2003 la laurea in Filosofia con una tesi in Estetica sulla Poetica dello sguardo nella letteratura e nelle arti contemporanee. Nella sua città insegna filosofia negli istituti superiori. Partecipa da sempre a numerosi concorsi di narrativa, ha scritto sceneggiature per il teatro, una piccola meravigliosa esperienza cinematrografica. Nelle ultime esperienze artistiche, una collaborazione per una mostra di fotopoesia, dove la luce e il verso hanno trovato la loro, splendida ed epifanica, parola comune. Da allora, la poesia é diventata la sua Casa Madre. Qualche volta ottiene seri riconoscimenti, menzioni e leggere pubblicazioni, altre volte, come capita a tutti quelli che amano scrivere, un robusto silenzio, quanto mai evocativo di altro talento come quello della pazienza, dell'attesa e della costruzione invisibile. Correttrice di bozze e in procinto di terminare un master in editing e scrittura creativa, sta svolgendo il biennio di tirocinio per diventare giornalista pubblicista. Insomma se nella vita le fosse concesso, sarebbe Scrittura Solo.

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