Il Geco di Iuta

Che sia giorno o notte, c’è sempre del miele nei suoi occhi.

E’ venuta ad aprirmi cosi, con quello sguardo e con quella stessa vestaglia morbida.

Si cola in un’unica tinta biondo tabacco, con i suoi capelli ed il tessuto dalle linee lievi.

-Perché non mi hai mai più chiamata? Perché non sei più tornato? Perché te ne sei andato? Perché mi hai lasciata?-

Vengono a saltellarmi tutti attorno, qua sulla soglia, quei dolorosi rimproveri, lievitati da un sottile strato di malinconia invecchiata. Sono strani, sono fuori tempo.

Vorrei caricarmeli sulle spalle mentre beccano come picchi, vorrei scrollarli dalle leggere resistenze di mia moglie. Perché so quanto le gravino, so che lei non regge tutto l’impeto che sta imbracciando con stoica fermezza. So che la sua delicatezza le rende la pelle incandescente, ogni qual volta deve intonare una canzone di guerra. So che questa non è Miriam. E’ Miriam che è arrabbiata.

La tiro a me, intenerito e paterno, vorrei che lei si adagiasse qui, sul mio cuore foderato dal cappotto e dai suoi rimbrotti. Mi ritrovo così a respirare nell’abisso dei suoi capelli. E’ una profondità che ci protegge dalla neve di questo inverno, che ha vita solo in superficie.

Il muscolo del suo collo è teso, i nervi mi pungono quasi. Poi accade: il suo viso s’arrende, si stendono le contrazioni e lei sosta con leggera pressione dentro uno spazio mio.

Sono tornato a casa, ora. Ma è troppo presto per annunciarmi. Miriam sulla soglia lascia vedere quello che c’è dietro di sé. Inalo eventi aromatici, odori che mi punteggiano come nei di barba. Sono enti bruciati, esalazioni di qualcosa di consumato, direi di morto.

Non posso pretendere di riafferrarli da dentro le braci della nostalgia. Perché non mi danno tregua, mi procurano nausea.

Ora fra i capelli di Miriam, sento questi mutili d’amore a ridirci noi, marito e moglie, in maniera maldestra. Non tornano queste cose, non tornano con la stessa facilità con cui sono tornato io. E’ bastato prendere un treno, ripercorrere al contrario un tragitto, mettere il coraggio in una borsa, e chiedere a lei di ritrovare la memoria del nostro passato. Ma la stiamo accordando male, questa benedetta memoria che non cede alle lusinghe delle cose nuove, la stiamo accordando con muscoli tesi che per la troppa attesa, impediscono di stringersi. E restiamo cosi, nei nostri colli energicamente contratti.

In qualche modo, proverei a renderlo meno precario questo abbraccio con mia moglie, ma di lei mi sfugge qualcosa di pesante che le permetta di arrestarsi a terra, qui, fra le mie gambe. Di lei continua a mancarmi qualcosa. Eppure sono venuto qui, apposta, perché di lei mi mancava il tutto. Sono diventato incapace di trattenerla a me, è più che evidente, e quindi forse il problema è mio. Non mi sento molto virile ora che ho così paura, ora che sciogliere i muscoli appare difficoltoso come compiere un gesto titanico.

Ma se potessi, la legherei con i suoi stessi capelli, farei nodi con la sua vestaglia color nocciola, imbriglierei dentro occhi e narici tutte le sue domande, se lei, almeno per un attimo, non si dichiari di nuovo mia. E’ mia? Sei mia, Miriam?

Insinuo lo sguardo dentro casa, lo getto innanzi come farebbe un ladro, di nascosto e non assolutamente richiesto.

Ancora lì: ritrovo quella fiamma del camino, nel suo manto vermiglio, inanellata di biondi monili; come la ricordo, è dolcemente irrequieta. Ma la pervade un accento diverso, un borbottio adirato, come un arricciamento nervoso di una crepa interiore. E’ sdegno. Sdegno per la mia imperdonabile, lunga assenza, e glielo vedo risalire fino alle sue punte stizzite. E nervosa, direi, e mentre la fiamma si agita dentro casa, mia moglie continua a farlo qui, sulla soglia, agitazione immobile che la fa tremare. Sotto la neve, come nell’acqua o sotto la creste della sabbia, lei si muove senza ossuta direzione.

Tutto questo accade oggi, che è passato un anno da quando me ne sono andato senza dirle niente, ma proprio niente, eppure con addosso ancora tutti i suoi odori. Non era rientrata ancora dal lavoro. Ero in cucina a guardare quello che mi aveva scritto su un postit sul frigo. Fermo e guardavo.

-Non ti dimenticare di oggi.-

Era il nostro anniversario di matrimonio. E lo ricordavo bene, come ricordavo tutte le date che gli uomini di solito dimenticano. Ma il punto era che dietro quelle date avevo finito con il dimenticare quello che c’era, quello che era, quello che diceva, tutte le buone e sante ragioni per siglare un matrimonio.

Bella mia moglie. Bella nel suo abito stile impero e le gocce di lacrime con cui si era truccata gli occhi. Non dimenticai l’anniversario ma ciò che non ricordavo era perché l’avessi sposata. Perché l’avessi cosi tanto amata. Poteva non significare nulla.

Ed indeciso se strappare quel biglietto che con la sua presenza mi avrebbe condannato al peccato di indifferenza, sempre peggiore di ogni dimenticanza, o farne un memento per le mie inutili domande.

Non dimenticarti di oggi e basta, c’era scritto. Inutile starsi a chiedere il cosa dovessi ricordare di ieri.

Lo staccai d’istinto e ne scrissi un altro, lasciandoglielo allo stesso posto. Uscii di casa con la valigia già pronta in macchina. Una valigia che non sapevo nemmeno quando e come mi fossi messo a preparare.

Il postit di mia moglie rotolò in tasca.

-Non mi fai entrare? Fa freddo qui fuori-

Lei allora mi porta dentro, non lo ha deciso, credo lo abbia fatto e basta e non importa quale sia stato il motivo. Ci sarà stata un’unica ragione sufficiente, come il vento che s’è fatto cosi deciso da spingere lei, il suo volere e me, dentro casa.

La porta si richiude alle nostre spalle e lei corre verso le finestre. In un attimo l’ho persa ma ho preferito quell’allontanamento improvviso perché io e lei, vicini, nel recinto del mio insulso spazio vitale, stavamo stretti. E si avvertiva.

-Ho comprato le tende nuove, guarda.-

Ed intanto definisce l’imbottitura di un cuscino di piume ribelli. Se lo tiene sulla pancia come se fosse un neonato. Un figlio.

Non sono interessato minimamente a come la casa si presenti, guardo svogliatamente quelle tende e le trovo orrende. Trovo lei assolutamente fuori posto accanto alla finestra, in piedi, con quel sorriso senza biancore. E’ così che d ’un tratto, mi accorgo di un suo disagio come se la crepa della fiamma del camino le si sia appiccicata addosso, e tutta quella sua inquietudine si sia ora sfrondata sul suo viso arrossito.

Miriam è imbarazzata per le cose che tornano quando non sono aspettate. Perché ora la casa è diversa, e lei si affanna a descrivermela, come se fosse un cadavere sezionato, mi elenca i suoi organi e le sue funzioni ma è un’operazione che richiede rigore e lei non ne ha.

-Ho regalato il tuo scrittoio a Casa Famiglia, ora ci arredano l’atrio con quello. Era bello, con tutti gli intarsi complicati. Però qua faceva assai confusione. La casa è piccola e richiede spazi liberi.-

-E dove sono le maschere di Venezia? Le maschere del viaggio di nozze?- non lo sto chiedendo a lei ma alla parete vuota alla quale mi rivolgo con insistente voluttà. Prendo i miei occhi e li ficco nella muratura. Non ho voglia di guardare Miriam che ha preso le maschere di Venezia e le ha riportate in laguna.

-Le ho spostate. Sono in cantina.-

-Che fastidio ti davano?-

-Mi guardavano.-

-Le foto nemmeno a parlarne. Le cornici di ebano. Le hai bruciate?-

-Si, nel camino.-

Ora Miriam mi viene vicino, sotto il mio naso, aspetta con sfida la mia reazione.

-Ho fatto pulizia.-

C’è usur

a da ricordo. Io non riconosco le tende e non riconosco le vesti del morto. Sono in mezzo al suo tentativo di scacciare un fantasma, cambiando le tende o prendendo a schiaffi un cuscino afflosciato, ed ogni cosa che non ricordo è l’arruffato suo tentativo di cambiare identità.

-Ho sistemato le mie cose quaggiù in salotto, tutti i miei libri, i film, persino il letto. Sì guarda, il letto matrimoniale. Giù in tavernetta vado a scrivere le ricette per il libro che presto pubblicherò e ad imparare i passi di salsa, però è senza finestre, ricordi, e a volte soffoco. Dalla porta del seminterrato salgono i gechi. Si mettono acquattati come vietcong. –

Sorride da dentro la pancia. Si sentono reflussi di malinconie.

Poi all’improvviso, non mi interessa più nulla di ciò che non riconosco, mi viene in mente solo ciò che ricordo e mi fa terribilmente male.

-Corsaro?- ora lo sguardo è già sulle rugosità della sua fronte, sui cerchi che certi pensieri dolorosi le hanno tracciato attorno alle tempie.

-Corsaro ti è venuto dietro, a quanto pare. Non è tornato dalla sua escursione mattutina. Forse ha trovato una compagna e si è allontanato. Ma io credo che sia venuto a cercarti. Lo hai destabilizzato come un bambino a cui vien detto che i genitori si separano.-

E’ agitata e si guarda attorno, come colpevole, come se sia lei a causare ogni alterazione, ogni fine della nostra vita comune. Il mio cane se ne era andato. E non riesco ad immaginare la fame ed il freddo che abbia patito. Per riavermi?

-Mi dispiace Miriam.- Mi dispiace perchè lei è rimasta sola davvero.

Perché ogni cosa ha rincorso l’altra come filo riannodato e dentro quel gomitolo ci siamo io, Corsaro, i cuscini e le tende, i gechi-soldato e tutte le cose che hanno lasciato o che Miriam non vuole, tutte le cose che lei ha inventato solo per rappresaglia nei miei confronti.

Si fa piccola e punibile, mia moglie, in attesa di tutte le mie accuse contro le sue mancanze cocenti. Sarebbe un bel gioco, questo, se fossimo amanti o se fossimo stupidi, quello di colpire a morte chi amiamo solo per sadico piacere, per poter poi leccargli le ferite e sentirci gli unici a saperlo fare. In qualche modo, molto squallido, io stavo accusando Miriam di aver cambiato le cose solo per farmene sentire la mancanza. Alla quale io avrei reagito con estrema comprensione e clemenza e lei me ne sarebbe stata grata.

Ma questo, davvero, lo fanno solo gli amanti stupidi e quello che provo per lei è un sentimento che non conosce spirito di rivalsa.

Il suo sguardo riprende floridezza. Dentro le sue iridi chiare ora, sollecitato da tutta l’energia dolorosa di quella fiamma del cammino, c’è il vigore di chi s’accorge, finalmente, o forse solo troppo tardi, di essere innocente. Si è ricordata che Corsaro era scappato già due volte perché era un cane anarchico e non perché “mamma e papà “ hanno divorziato. Si è ricordata all’improvviso che detestava i peli di Corsaro per casa e che tutto sommato quando il nostro Labrador se ne era andato via, lei ne fu molto sollevata. Si è ricordata, forse all’improvviso, che quelle tende le avevo scelte io nonostante a lei non piacessero affatto. Si è ricordata anche che l’antico scrittoio in stile napoleonico, avevo piu volte detto io che fosse di un gusto retrò veramente intollerabile, e veramente inappropriato come regalo di nozze.

Si sente sollevata, ora, a mio avviso, perché non riesce davvero a ferirmi. E di più, è felice perché non vuole farlo affatto.

-No, non siamo amanti stupidi e certe mosse non sono lecite.-

Tocco la stoffa delle tende nuove, quelle che Miriam mi ha appena mostrato.

La juta non è un tessuto adatto a tende da salotto. Non mi piacciono affatto. Coprono non scoprono, vestono e non spogliano la luce.

Mi fanno venir in mente tutta la ruvidezza che la mia assenza deve aver significato per lei, per la nostra vita fatta di comprensioni di tessuti appena accennati, né troppo caldi né troppo freddi, per non sfibrare e per non irrigidire.

Non restano che le punture della juta, adesso, e tagli di stoffa.

Ed insieme c’è tutta un’intenzione di rivestire daccapo la passione che mi ha spinto a tornare, come di ricucir su mia moglie un po’ di vita, rimetterle il phard sopra il cuore che si è impallidito.

-Cosa hai fatto in tutto questo anno?- le chiedo, e lo faccio prima che lo faccia lei, perché so bene che a questa domanda la mia risposta sarebbe solo un’arruffata giustificazione.

Lei non mi guarda ma mi raggiungono le traiettorie reversibili dei suoi umori, dei suoi respiri.

I suoi pensieri mi toccano, le sue domande mi pizzicano la pelle, cercano ristoro dalla loro corsa dentro possibili risposte compiute.

E’ immobile, Miriam, è ferma come per mimetizzarsi, è lontana come le cose vicine che non si possono toccare.

Eppure io la sento muoversi, correre verso di me, poi ritrarsi, riacciuffare le sue intenzioni spinte fin davanti al mio naso, abbracciarmi e poi divincolarsi piangendo, arrabbiandosi, gridando contro il mio torto e contro la sua voglia di rimettere le cose a posto, come se fosse possibile farlo, come con le piume di un cuscino. C’è tutto un fare l’amore con me, dentro questo suo fermo silenzio, un farlo con una rabbia che piange.

Non ci sono motivi, me lo ripete con tutte le voci che possiede, una le viene dal fegato ed è quella più acida. Un’altra, perentoria e stillante come una goccia testarda che si ricicla, mi giunge dalle sue orecchie. E’ la voce di chi non ha udito ancora una sola risposta giustificabile.

-Quali sono le novità?-

La novità è che hai lasciato tua moglie, cretino, e lei nemmeno ha capito il perché. Ma tu poi, lo hai capito?

-In questo anno ho imparato ad odiarti.-

E’ sempre stata molto tenera mia moglie, nel dire una piccola bugia.

Mi fa tenerezza, ora, ho voglia di stringerla forte, rassicurarla, dirle che la vorrei ancora, e allora perché non lo faccio? Ogni tentativo mi si arresta dentro la pancia mentre i miei desideri reali restano puri esercizi di sottomissione.

In questo, sono proprio uno di quegli amanti stupidi, che al momento opportuno, ma proprio quello decisivo, dico, restano senza parole.

-Mi sono chiusa in casa ed ho cambiato queste tende. Non mi piace la juta ma almeno mi nasconde dalla luce. Ora mi guarda ancora tutta umida di lacrime, dentro due occhi intensi.

“Ancora…Miriam.” Le dico.

Lei fa una smorfietta, china il capo, poi lo butta all’indietro. Mi offre il collo, bianco, spumoso, perchè glielo baci o perché glielo stringa.

Mi butto sulle sue ginocchia e glielo ripeto, quanto ancora io, glielo ripeto a raffica, come si fa quando l’amante stupido che era rimasto senza parole, trova il coraggio semplicemente di non dirle.

E lei, allora, reagisce. Reagisce per istinto, per sensualità risponde.

Arriccia le sopracciglia/ scaccia appena le mie mani/ io le alzo il viso e lei si ribella/ le accarezzo una guancia/ le soffio il mio ancora sopra il suo naso/ i nostri respiri si rincorrono ma lei è più veloce/ mi lascia indietro/ dietro alle mie mancanze alle mie carezze/ troppo leggere. Respiro.

E poi riprendiamo. Mi sovrasta, su di me si fa alta, raggiunge il soffitto e si muove, ancora quel collo spumoso che diventa carnefice da lì mi riacciuffa, non vedo il suo viso, è dietro la luna che la juta non mostra, arresto la sua rabbia con il cercare un approdo senza difese ma lei spunta ovunque, riprende il cammino sopra di me e si ribella se cerco di sorriderle. Mi fa tacere, riempie la cavità della mia bocca con un lungo sospiro nel quale lei non c’è, e poi mi guarda.

Ora sono stanco.

No, non ci crede alle mie carezze. Non ci avrebbe mai più creduto. Affonda nel divano e chiude gli occhi.

-Te ne andrai di nuovo?-

Non posso negarglielo, per quanto vorrei farlo con tutte le mie forze, mentire come un bugiardo, pur di vederlo sorridere il mio amore, pur di riprendere la mia vita con mia moglie. Pur di riprendere la mia vita. Cancellarla, l’altra, quell’altra vita, come si fa con una scritta sul muro, come si fa con una bestemmia su cui ci si soffia un leggero pentimento.

Miriam osserva il mio silenzio.

-Allora perché sei qui?-

E’un incanto mia moglie. Il suo modo di parlare, il suo modo di guardare, di camminare, di pensare. Se lei è passione, la passione non è mai stato un modo di stare nel letto. La adoro per come sta nel mondo, per il suo starci così bene, nella juta.

Io sono, ad esser fuori luogo.

Sempre e solo io, il traditore e lei l’innocente.

-Quando riparti?-mi chiede. D’improvviso come se non le interessasse la risposta. Come lo si chiede all’ospite con un occhio all’orologio.

Mia moglie è di nuovo dentro la durezza della juta e la sola idea di lasciarla così mi annienta. Ma lei mi consente di lasciarla, perché in qualche modo lo reputa legittimo, lo prevede, lo preannuncia. Ed io trovo comodo che lei lo faccia.

I patti vanno rispettati e la mia visita è stata solo una visita e finisce dentro lo stesso tessuto nel quale è stata generata.

-Vado via adesso.-

-Non tornare piu.-

-Non lo farò.-

-Non ti aspetterò.-

-Non devi farlo.-

Un ultimo bacio sul suo collo, quell’ ancora tanto io che si mesce alla saliva, nella saliva ricompongo un volere, un colloso senso di possesso che pur nella mia condizione non sono mai riuscito a mandar via.

Che fosse giorno o fosse notte, era un incanto quel suo modo di guardarmi.

Mio marito aveva una specie di miele colato nel suo sguardo.

Che fosse vivo o che fosse morto, c’era il miele nei suoi occhi.

Era passato un anno dalla sua morte ed io lo stavo dimenticando perché avevo paura di vivere le cose, quando queste sono ormai usurate da una certa ipertrofia da ricordo.

Fu così che venne a vedere le mie tende nuove ed i miei litigi con i cuscini. Si mise adagiato sopra uno scrittoio dal gusto retrò, imbarazzato per tutto ciò che non riusciva a riconoscere.

Prima di richiudere la porta alle sue spalle, lui ha toccato la juta delle tende e mi ha detto che s’era ricreduto su questo tessuto, che esso era più dolce e liscio della seta, perché era una stoffa dolorosa che sa sopravvivere alle sue stesse durezze.

Lo abbracciai forte, ma sentivo che mi sfuggiva, che il suo corpo non premeva contro il mio, eppure avrei voluto toccarlo, almeno un’ultima volta. Ero diventata incapace di trattenerlo a me, era ben evidente, lo sentivo sciogliersi dentro il mio abbraccio, ma quel collo era teso, un filo d’acciaio che non avrebbe ceduto.

Ho pensato a qualunque cosa, qualunque, l’avrei legato a me con ogni laccio possibile, anche con i miei stessi capelli, per sentirlo, almeno quella notte, almeno un poco, ancora mio.

Ma sarebbe stato un gioco stupido, un gioco da amanti stupidi, quello di trattenere chi non può più rimanere. Ed il sentimento che provavo per mio marito non ammetteva azioni di rivalsa.

Ero tornata a casa dal lavoro, il giorno del nostro secondo anniversario di matrimonio. Gli avevo lasciato un biglietto attaccato al frigo. Un lembo pendeva. La frase sarebbe stata incerta. La lettura minacciata.

-Non dimenticarti di oggi.- Ma sapevo che non lo avrebbe dimenticato, non era solo una data, era tutto il nostro inizio ed il nostro arrivo. Quando tornai a casa, non trovai Corsaro come al solito a scodinzolarmi dietro la porta. Chiamai ad alta voce ma lui non c’era. Pensai subito che fosse fuori al parco con mio marito. Entrai in cucina per preparare il pranzo, il sole si spennellava sul pavimento dilatandolo di chiarezza. Al frigo un postit di colore diverso. Lo staccai e lo lessi.

“Non lo dimenticherò mai. Qualunque cosa dovessi mai non ricordare.”

Se mio marito, uscendo di casa con Corsaro, non fosse più tornato, avrei pensato che mi avesse lasciato e ciò che non ricordava era semplicemente la sua voglia di amarmi.

E per alcuni giorni era questo ciò che credetti. Non piansi. Smisi solo di respirare.

Ma poi lui tornò. Lavai i suoi pantaloni sporchi di terra e sangue. Nelle sue tasche il mio postit.

-Non ti dimenticare di oggi.-

Quell’oggi mio marito tornò a casa senza voce e senza viso. Senza corpo e senza ricordi. Non aveva vita. E non importa il come. Un incidente d’auto, il solito pirata che ha tradito la ciurma, ha sbagliato la rotta e s’è ritrovato ad investire un passante con la sua caravella.

Corsaro non è tornato. Si sarà messo a seguire la scia di sangue che, riottoso, ha preso a scivolare lungo la via principale della città, spingendosi fino al mare. Corsaro fedele si è messo alla rincorsa di ciò che il padrone gli ha lanciato innanzi a sé: la sua stessa vita. Ma non gliel’ha riportata.

Non importa il come si muore, in effetti. Tante volte l ho pensato. Quando lo si fa, è gia troppo tardi per qualunque cosa.

Non ti dimenticare di oggi, amore mio, oggi che muori e non avrai più nulla da ricordare.

-Quando riparti?-gli chiesi. D’improvviso come se non mi interessasse la risposta. Come lo si chiede all’ospite con punto di fuga all’orologio. Quando riparti, quando ripercorri al contrario tutto il tuo cammino, rimetti in borsa il coraggio e ridisegni quella scia che Corsaro ha inseguito, che il pirata ha tracciato, che io ho smarrito, che questa casa non riconosce ?

Mia marito sarebbe stato di nuovo dentro la durezza della juta e la sola idea di lasciarlo così mi annientava. Ma è lui che mi consentiva di lasciarlo andar via, perché in qualche modo lo reputava legittimo, lo prevedeva, lo preannunciava. Ed io trovavo comodo che lui lo facesse.

I patti vanno rispettati e la mia visita è stata solo una visita e finisce dentro lo stesso tessuto nel quale è stata generata.

Un ultimo bacio sul suo collo, quell’ ancora tanto io che si mesce alla saliva, nella saliva ricompongo un volere, un colloso senso di possesso che pur nella mia condizione non sono mai riuscita a mandar via.

Autore: Valeria Francese

Valeria Francese nasce a Salerno nel 1979, ha conseguito nel 2003 la laurea in Filosofia con una tesi in Estetica sulla Poetica dello sguardo nella letteratura e nelle arti contemporanee. Nella sua città insegna filosofia negli istituti superiori. Partecipa da sempre a numerosi concorsi di narrativa, ha scritto sceneggiature per il teatro, una piccola meravigliosa esperienza cinematrografica. Nelle ultime esperienze artistiche, una collaborazione per una mostra di fotopoesia, dove la luce e il verso hanno trovato la loro, splendida ed epifanica, parola comune. Da allora, la poesia é diventata la sua Casa Madre. Qualche volta ottiene seri riconoscimenti, menzioni e leggere pubblicazioni, altre volte, come capita a tutti quelli che amano scrivere, un robusto silenzio, quanto mai evocativo di altro talento come quello della pazienza, dell'attesa e della costruzione invisibile. Correttrice di bozze e in procinto di terminare un master in editing e scrittura creativa, sta svolgendo il biennio di tirocinio per diventare giornalista pubblicista. Insomma se nella vita le fosse concesso, sarebbe Scrittura Solo.

3 pensieri riguardo “Il Geco di Iuta”

  1. bellissimo questo racconto, sa dare parole alle emozioni e rivela una scrittrce che ha un caleidoscpoco mondo interiore.

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