La vera storia di orfeo ed euridice

Ed invece restiamo fino a notte inoltrata.

“Per favore, andiamocene, mi annoio.”

Invece restiamo. A bere aranciata e vodka vicino al muretto dove si gioca a carte. Nel cielo estivo gravitano echi concentrici come bolle acustiche schioccate in aria. Le pelli emanano odori carichi di creme innaffiate, i volti di vetro nei bicchieri alzati per un brindisi, che qualche voce doppia fa nascere all’improvviso.

“Vuoi restare in silenzio senza parlarmi per tutta la sera?”

Un odore di caramelle laccate e miele colato su nocciole appena tostate aspetta le folate di vento per riversasi in ricorsa sotto le narici; ed io, non ho intenzione di dirle una sola parola.

Intanto qualche gatto sfugge sotto le gonne, per poi tuffarsi dentro le siepi laterali e sparisce così alla caccia delle lucciole.

“Questo matrimonio è finito.” Le sua braccia conserte, l’affermazione perentoria.

Sta arrivando l’estate, e questa è una festa, una festa a cui lei non vuole partecipare. A cui forse io non sarei mai dovuto andare. Ma la verità è che non sempre ci si può esimere dagli inviti. Bisognerebbe anticiparli e non evitarli.

Lei mi guarda e piange in silenzio, tesa, mi guarda più volte. Piu volte distolgo il mio sguardo.

“Raggiungiamo quel tavolo, in fondo alla piazza.” Dice infine. “Almeno mi siedo, queste scarpe mi stanno ammazzando.”

E’ così che comincia tutto. Io procedo avanti, lei mi segue.

Il fruscio della gonna mi garantisce la sua presenza dietro di me. Si, ma quanto durerebbe?

E’ nota la storia di Orfeo ed Euridice. Un giorno Euridice è morsa da un serpente e ne muore. Lui, da buon musico, crede sia possibile vincere la morte attraverso una bella predisposizione all’arte. Convince Persefone, dio degli inferi, che tutto sommato una bella suonata in do minore l’avrebbe gratificato a tal punto da dimenticarsi della bella giovinetta e lasciarla tornare alla vita. Ma Persefone, per non perdere cosi presto d’autorevolezza e non trasmettere ai vivi il messaggio sbagliato secondo cui la morte possa pure essere una via reversibile, pone una condizione:

lui deve precedere lei nella risalita alla vita e non avrebbe mai dovuto voltarsi. Un lungo tragitto in silenzio, nell’atrio a confine con il giorno, con lei che gli camminava dietro, era il solo spazio che li avrebbe separati dal riabbracciarsi di nuovo. Mai voltarsi, nemmeno per guardarla, questa era la regola. Insomma, fidarsi di una distanza, di quel piccolo momento di pausa di un’unione, inventandosi qualche distrazione per non cedere al terrore di perdersi.

Fu con la storia di Orfeo ed Euridice che si ha la condanna all’amore privato e la ragione di tutti i divorzi: da allora, l’uomo ha preteso di andare avanti, senza aspettarla, senza mai voltarsi e lei la vedi arrancare dietro, talmente silenziosa che forse, ha imparato a rendersi invisibile.

In questa notte di mezza estate, ma non è nemmeno estate, secondo me è un autunno che deve ancora sgrassare del tutto, mi viene in mente questa leggenda e forse anche io sto trascorrendo delle ore prima di uscire dall’atrio; forse per un piatto di dolci o qualche spuntino salato da consumare a quel tavolo, io e Carmen dovremmo aspettare millenni. Ed intanto, vorrei voltarmi per accertarmi che mia moglie sia dietro di me, ma non credo sia per paura di perderla, piuttosto per ricordarmi dei suoi lineamenti e riappropriarmi, forse, della logica del riscatto, la ripresa del vinto, che affidiamo sempre agli occhi, alla nostra rassicurante ma limitata visibilità.

Ma c’è la regola di Orfeo. Non si può ingannare la distanza, bisogna obbedire ad un salvifico senso dell’appropriato e del conveniente. Orfeo non deve voltarsi, il passato resta tale, il resto è resto, la distanza va mantenuta per avere spazio, uno spazio anche piccolo, per liberarsi e muoversi.

Con il solo mormorio della sua gonna turchese con ampie balze, me la porto dietro con immensa tenerezza, nonostante ormai non le parli e lei non mi comprenda, lei è fiduciosa che in un modo o nell’altro, io riesca a trovare l’uscita giusta. Per quella che è l’aspirazione di entrambi ad una qualsivoglia uscita. La verità è che in tutti questi anni Carmen è stata per me una specie di specchietto retrovisore. Attraverso di lei posso scorgere quello che il mio torcicollo non mi permette di fare, ottenere efficaci manovre per ritornare alle direzioni che voglio. E lei riflette tutta la parte del mondo che potrebbe farmi da ostacolo, ponendola su una superficie liscia e senza rialzi, di modo che non possa inciampare. Ora, ritrovarmela dietro e non potermi voltare perché non c’è spazio per le manovre, è una vera condanna ad intraprendere un solo ed un unico senso di marcia.

“Eccolo laggiù il nostro tavolo.” È la prima frase che dico, da quando è iniziato questo stanco festeggiamento della stagione balneare, fine o inizio che sia. E’ il tempo delle nuotate stanche, il tempo delle lunghe ombre che fa il sole, quando la spiaggia con le sue dune comincia a somigliare ad un deserto in miniatura. Sì, vedo il nostro tavolo libero. E lo annuncio come fosse un approdo.

E lei, che forse nemmeno mi ha sentito, è in silenzio. Peccato. Solo per un attimo penso che sia profondamente ingiusto: il corridoio stretto che si è creato, per uno smilzo passaggio, è un varco troppo pericoloso per l’uscita. La folla è tumultuosa, presa dal panico potrebbe assumere movimenti scomposti. E non ci vuole nulla, ma proprio nulla a creare spaventosi maremoti di gente, perché la paura attecchisce tra i dubbi e si replica furiosa anche se non sa nemmeno perché.

Tuttavia, in qualche modo riconosco che la colpa è solo di Carmen. Perché lei potrebbe tentare un sorpasso, accelerare il passo delle sue ballerine, far gonfiare la sua gonna d’organza turchese come fosse la tunica onnisciente di una dea, provare a mettersi sotto il braccio e sorridere, riprendere la sua vecchia funzione di specchio retrovisore. Potemmo essere salvi dall’onda di gente sopra di noi, se lei, contravvenendo ad un consueto modo di fare, appreso da Euridice, mi si mettesse accanto, o almeno, assicurasse la sua presenza. Se non lo fa, mi viene da pensare, è perché è arrabbiata. La verità è dunque, che a questo punto di una silenziosa e dolorosa storia, con la quale l’unica cosa da fare è avere proprio molta pazienza e riannodare certi fili per riappropriarsi del gomitolo, a questo punto, dunque, il concetto di colpa si misura con la mia incredibile caduta di stile, ora che, è più che chiaro, risale dai miei insonni pensieri, un po’ di più che amarezza ed un po’ di più che solitudine.

Ripenso a quel modello: il silenzio dei passi di Euridice era frustrante per Orfeo. Egli dovette pensare che sua moglie avrebbe potuto almeno far rumore facendo schizzare un sassolino sotto i suoi sandali perché avesse la certezza che lei lo stesse seguendo. O avrebbe potuto togliere una forcina dai suoi capelli e lanciarla in aria, o avrebbe potuto affrettare il passo per creare una corrente d’aria in grado di far sbuffare almeno di poco la sua tunica. Orfeo dovette ripetere molte volte ed Euridice: “Ecco il nostro tavolo, laggiù, verso l’uscita.”

E per molte volte lei non dovette sentirlo. La voce di Orfeo era risultata una cava vuota, un greto privo di presenze, farfalle o pipistrelli che siano.

Quello che mi sono sempre chiesto è perché Orfeo non le abbia allungato una mano per tirarla a sé. Il veto è quello di non voltarsi, non di non toccarla. Visto che questa sera è la mia storia inconclusa, potrei stendere un braccio indietro ed afferrarle una mano, e reinventare daccapo tutte le storie del mondo. Ma nella storia di un marito e di una moglie, la precedenza è una questione di vita o di morte.

Insomma, qui ne va di un certo stato di uomo, di tutta la sua varietà di pensieri e modi di fare. Ne farebbe le spese un suo abito della prevedibilità o la solita attenzione alla visibilità, al valore intenso di una giornata normalissima. Qui se ne va di una certa vita insieme, della tacita abitudine a fare del nostro pensiero, l’unico che davvero conti, una semplice abitudine.

Ma, in realtà, certi fuochi di aria rafferma che raggiano dentro ognuno di noi fa venire assai caldo. E si scambia per estate un semplice tepore settembrino.

E’ in questo momento che prendo una decisione: viro di un poco dalla meta prevista, lascio quel tavolo alla destra delle mie pupille e raggiungo i bagni all’interno del piccola rosticceria che accoglie affamati.

Sul viso, violenti getti d’acqua e rimango cosi, a sgocciolare davanti allo specchio, con le usuali tre rughe che si incidono in mezzo alla fronte, quando c’è un pensiero che scava più profondo degli altri. Carmen di solito stende quelle tre rughe e lo fa trattenendole con il pollice e l’indice, come si estirpa una pustola.

“Rilassati” dice sempre. “Pensa a qualcosa di bello.”

Ma di bello stasera mi viene in mente lei e glielo direi anche, se non fossi così certo che non mi crederebbe.

Lei sa quello che sento, quello che credo, quello che mi manca, quello che non ho dimenticato e quindi non ho abbandonato. Mi stende le rughe e dice che sono le rughe di un vecchio, che la mia anima è diventata vecchia prima del tempo. Ora che ci provo io, nell’impresa di lisciarmi la fronte, sono arruffato e buffo. Ma non lo avrei sciolto quel grumo, perché è un groviglio che per capriccio s’è arroccato da troppo tempo, almeno da un giorno che s’è perso nel calendario, che s’è smarrito nel tempo, che mi ha lasciato solo a galla su certe sospensioni di pensiero e di tentativi sterili di sopravvivenza. Mi gira la testa, come girerà ai pianeti che ruotano solo per far sorridere i bambini appollaiati sulle loro gambe. E così mi ritrovano svenuto dopo un poco, in bagno. La prima cosa che penso quando apro gli occhi, è la storia di Orfeo ed Euridice. Il finale è noto. Lui si è voltato perché quel dubbio gli aveva fatto girare la testa, c’era o non c’era sua moglie? Ma soprattutto, se c’era, perché non si faceva sentire? Se c’era, ma perché mai doveva essere lontana? Se c’era, ma perché mai non parlarsi, non cercarsi, non amarsi, non volersi, non aspettarsi?

Ma Carmen è qui, sopra il mio naso, mi dice che va tutto bene, che forse è solo la pressione, che torniamo a casa, e che non ci devo pensare più. Le accenno alla colpa di Euridice e lei che capisce bene che ce l’ho anche con lei, mi dice che il guaio l’ha combinato Orfeo, con tutte le sue debolezze di musico snervato.

“E poteva pure camminare, no?” dice. “Quante storie.”

E sorrido perché mia moglie è sempre così pratica e concreta, è il passo maschile che rassicura, che non si volta mai indietro perché ha da aspettare qualcuno che le sta davanti, lei che in fondo non posso smettere di amare, lei che raccorda tutti i miei umori con le sue levità.

Il punto di vista di Euridice è qualcosa che le leggende, i miti e tutta la storia, non hanno mai compreso né tantomeno giustificato. Povero Orfeo, si dice sempre. E non si tiene conto della sofferenza e dell’impotenza di quella povera donna. Ma cosa avrebbe dovuto fare? Quello che le era capitato, e cioè la morte, non è forse quanto di peggiore possa succedere? Lei aveva già visto tutto, aveva conosciuto l’abbandono e l’orrore, aveva visto sfumare la sua vita in un attimo, perso la gioventù, la bellezza , l’amore, il futuro.

E forse, mi viene da pensare, le è stato assai doloroso doversi abituare ai silenzi dell’oltretomba, ma in qualche modo, come lo è per tutti, indistintamente, buoni e cattivi, belli e brutti, innamorati oppure solitari, ci si abitua. Ci si abitua alla morte, allo stesso modo in cui ci si abitua alla vita. Dopo aver conosciuto entrambe le cose, nessuno può dire cosa sarebbe meglio fare, vivere o morire. Ora, sopraggiunge suo marito, Orfeo, che non s’è nemmeno chiesto quanto possa essere innaturale per lei tracciare il contrario di certi percorsi. La rivuole indietro, la rivuole con sè. E questo è comprensibile, lui ragiona da vivo. Ma poi, mi chiedo, perchè lamentarsi, perché dirle “è colpa tua”, perché cercare in lei il modo per andare avanti, o per tornare indietro ( dalla morte si può solo andare avanti per poter tornare indietro) cosa si può mai volere dal suo viso, quali certezze può dare lei, ora che è morta?

Mio marito procede guardando dritto davanti a sé, ma vuole che io sia per lui una specie di specchietto retrovisore, vuole guardarmi per non perdere niente di quello che c’è dietro ed assicurarsi, in questo modo, che secondo una certa prospettiva, lui possa trovare la via di uscita. Lo spera, lo sogna di notte, ne piange, a volte ci pensa e mi fissa ed io non so come fare per aiutarlo. D’accordo, io sono indietro, ma sono come Euridice, ho conosciuto l’abbandono e non saprei come fare per sfuggire alla mia condizione. Sono morta. Posso fingere d’esserci e ci starei se lui non volesse da me una conferma. Ma come? Fare rumore con le scarpe, toccargli una mano, accelerare il passo? Illecito. Si chiede ai finali di essere diversi, ma i finali sono i finali già compiuti, come quelli delle autobiografie, sono quelli che non si possono cambiare, nonostante la bravura degli scrittori. E poi, e poi se Euridice non avesse voluto? Chi si è mai preso l’onere di chiederle cosa volesse? Chi può dire quello che per lei fosse giusto? Sospetto che, anche volendo, Euridice non avrebbe fatto nulla per dare coraggio a suo marito. Tutto il coraggio che possedeva lo ha usato per sé, quando ha visto la luce spegnersi, ed ha cercato di addormentarsi lo stesso, al buio, anche nelle notti in cui non aveva sonno. Adesso, ormai priva di coraggio, le si chiede di seguire suo marito, restando indietro e muta, sopportando le scie di incomprensione. Ed allora, mi domando, perché mai avrebbe dovuto accelerare il passo? Per andare dove? Orfeo non è stato forte né debole.

Lui è stato presuntuoso. Ha pensato che sua moglie potesse essere imballata con del cellofan, sostare per una stagione nel regno delle ombre, le lunghe ombre invernali, e poi, poi cosa? Quando si fosse fatta estate, riportarla alla luce, mostrarle le spiagge ed i prati, pretendere il suo sorriso, altri anni della sua vita? E poi? Permettere che invecchiasse? Che perdesse la sua bellezza, i suoi capelli, che la sua voce si facesse scura e che infine morisse? Che, di nuovo, che crudeltà, dovesse usare quel coraggio che ormai non ha più per abituarsi, per addormentarsi quando non avrebbe avuto sonno?

A volte amore e paura diventano qualcosa di unico, un corpo solo, allora è difficile dire cosa sia meglio fare. Mio marito ha paura ed io anche. Abbiamo paura dei nostri tragitti senza specchietti retrovisori, dei nostri traguardi che ormai non hanno più uscite, abbiamo paura di tutto quell’amore andato via, che per non riesumare a forza, noi spesso trasfiguriamo, come se fosse altro, come se fosse indifferenza. Forse, sarebbe meglio lasciar andare chi se n’è andato per sempre. Forse sarebbe meglio non aspettarsi troppo da Euridice, perché anche lei è stanca, anche lei ha paura di dover di nuovo aver paura, un giorno, quando morirà ancora. Forse sarebbe meglio che Orfeo, se proprio vuole, tentasse un cammino solitario e scoprisse solo alla fine, solo all’uscita, se sua moglie è ancora con lui. Meglio saperlo alla fine, di che morte si morirà.

C’è un finale a sorpresa nella storia di Euridice, mai letto e mai ritrovato in nessun’epoca. Ma forse, forse è stata lei, lei proprio, sì sarà stata lei che ha espresso il suo ultimo desiderio, forse è stata Euridice, che con un filo di voce, pur sapendo, lo ha chiamato.

Orfeo…”

Un sottile spostamento dell’aria, la fuoriuscita di un suono dolce ammorbidito dalle sue labbra e che ha finito con l’ accarezzare il collo di suo marito.

E lui, come poteva non voltarsi? Come poteva, santo cielo, riflettiamoci per un istante. Un amore, se pur sbiadito, ti chiama. Nessuno resisterebbe al non rispondergli. Forse Euridice ne era consapevole, come tutte le donne, del grande potere che ha la voce quando invoca un uomo.

Quella voce gli ha fatto girare la testa, perché chi lo chiamava, chi lo cercava, era lei, sua moglie.

Ma sua moglie gli chiedeva di lasciarla andare, di farla riposare ed amare la sua abitudine alla morte. Forse, glielo ha chiesto lei, proprio di morire.

Eravamo così, nel bagno della rosticceria. Qualcuno ci chiedeva se avessimo bisogno di un’ambulanza. Ma non so, mi è sembrato che tutto sommato avessimo solo bisogno di tornarcene a casa. Per la prima volta, lungo il viale alberato che perdeva gemme, era autunno, riconosciamolo, siamo stati attenti, mio marito ed io, a sorvegliarci i passi, accorciando il suo quando il mio temporeggiava, accelerando il mio quando il suo stentava. Nessuno, più avanti né più dietro dell’altro.

E sorrido perché basta un raccordo tra gli umori e le levità, tra le precedenze, gli anticipi, i ritardi, gli inseguimenti. I giorni.

Autore: Valeria Francese

Valeria Francese nasce a Salerno nel 1979, ha conseguito nel 2003 la laurea in Filosofia con una tesi in Estetica sulla Poetica dello sguardo nella letteratura e nelle arti contemporanee. Nella sua città insegna filosofia negli istituti superiori. Partecipa da sempre a numerosi concorsi di narrativa, ha scritto sceneggiature per il teatro, una piccola meravigliosa esperienza cinematrografica. Nelle ultime esperienze artistiche, una collaborazione per una mostra di fotopoesia, dove la luce e il verso hanno trovato la loro, splendida ed epifanica, parola comune. Da allora, la poesia é diventata la sua Casa Madre. Qualche volta ottiene seri riconoscimenti, menzioni e leggere pubblicazioni, altre volte, come capita a tutti quelli che amano scrivere, un robusto silenzio, quanto mai evocativo di altro talento come quello della pazienza, dell'attesa e della costruzione invisibile. Correttrice di bozze e in procinto di terminare un master in editing e scrittura creativa, sta svolgendo il biennio di tirocinio per diventare giornalista pubblicista. Insomma se nella vita le fosse concesso, sarebbe Scrittura Solo.

5 pensieri riguardo “La vera storia di orfeo ed euridice”

  1. Sei geniale il tuo modo di reinterpretare un mito ,il concetto di distanza… così nuovo,così profondo.Tu dai forma agli stati d’animo più difficili da esprimere ,ti leggo e dico:L’ho provato anche io ,ma non avrei saputo dirlo così bene!Brava!

    1. Questo racconto in cui si recupera il mito merita un approfondimento, mi riservo pertanto una lettura attenta.

  2. Ti riscopro Valeria come una sapiente scrittrice,come insegnante ti conosco già,e adesso capisco perché entri in punta di piedi e lasci orme profonde che tracciano un cammino sicuro,ben visibile a chi ti è vicino.La tua interpretazione di Euridice è profonda e lascia spazio ai desideri celati delle donne che hanno seguito in silenzio tanti Orfeo ,lasciando che il cammino verso la salita della vita fosse a lui congeniale.Tuttavia l’ immagine ove entrambi sorvegliano reciprocamente i loro passi è la rappresentazione più bella dell’amore che muove due anime che si appartengono,anche oltre l’ infinito.Complimenti davvero Valeria!Il tuo ruolo di educatrice è stato splendido nel percorso del mio “Orfeo” Alessandro.Grazie di cuore

    1. Non so come ringraziarla per queste meravigliose parole che danno il senso a tutto il mio percorso di vita, più di quanto lei creda. Resterà sempre nel mio cuore per la sua forza di mamma presente e dolce. Determinata ed energica. Un abbraccio dal profondo del mio cuore

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