L’amore a te dovuto

Qualcuno dice che la monogamia sia il delitto degli incontri.

Perché al mondo ne esistono mille ed oltre, di persone che potremmo amare. Il problema è che queste persone, noi non le incontreremo mai. Oppure, se anche ci mettessimo a cercarle, non avremmo il tempo per conoscerle tutte. Ma capita o capiterà, proprio quando abbiamo smesso di crederci, che uno di questi incontri, involontariamente attraente, ci si scarichi addosso con la rapidità violenta di un acquazzone estivo. Inebriante. E non sono necessarie le asciugature di phon, si resta volentieri a sgocciolarsi all’aria aperta, mentre la pelle resta umida ed ancora profumata di sorpresa.

I veri eventi della vita sono proprio così, inaspettati, laccati di lucido a festa, vergini e già tremendamente colpevoli per essersi presentati, come sempre, non invitati, non attesi. Cose non richieste che nella loro ingenua domanda ti costringono a fare i conti con ciò che, lungo il percorso, s’è perso o lacerato, riducendo la visione d’insieme ad una sterile lista in attesa di completamento. “Com’è la tua vita?”

Basta un acquazzone estivo per dimenticarsi la risposta, costruita ad arte nel tempo, ad una domanda che d’improvviso ci viene rivolta, indiscretamente, da un punto interrogativo che è sempre lì, pronto a farti scivolare sulla sua cunetta malvagia.

Ed allora, quando avviene uno di quei mille incontri mancati, un paio fra quei mille occhi non colti per insufficiente tempo da vivere, ecco che il tradimento si affaccia dietro la porta di casa, bussando come un qualunque impertinente rappresentante di pentole. E sembra sia solo questione di educazione, non rispondere con la voce impastata di noia che non si è interessati a nessun acquisto. Per senso dell’opportuno ma che già comincia a sembrarci allettante, lo facciamo entrare, lo invitiamo in salotto come un ospite con cui far bella figura, ascoltiamo la sua merce per poi decidere, impetuosi e sinceri nelle nostre nuove intenzioni, di investire in una padella antiaderente per gustare in tutta la sua soffice morbidezza una omelette, mai assaggiata prima, senza bruciature sul fondo. Buonissima.

Ma le reazioni sono varie: alcuni, per l’acquisto del nuovo sapore, accettano anche i pagamenti rateali, dilazionando nel tempo la tenuta del gusto, miscelando aromi contrari, pasteggiando ad ogni ora del giorno, contro ogni buona regola alimentare. Sono i traditori che diventano amanti della propria indecisione.

Altri, impauriti di indigestioni o anche di una semplice e sana confusione negli impasti, restano impassibili, si fingono non interessati o si professano celiaci, anoressici, martiri del digiuno, vegetariani e si nascondono dietro la formula senza interessi di un rispetto castrante, scambiando la fedeltà per un esercizio di educazione alimentare. Sono i traditori che diventano amanti delle proprie rinunce.

Tutti alla fine, hanno paura di perderci la faccia di fronte alla società monogama che impone il rispetto dell’unicità, quando poi ogni appetito avrebbe invece, sempre, fami diverse, ogni volta che il desiderio, puntualmente frustrante, opta per un incontro con padelle speciali.

Il mio incontro era molto banale. Però aveva dei begli occhi, neri, ma forse no. Erano verdi? Grandi e verdi? Si. Erano proprio verdi e neri. Per quel che importava, poteva anche essere un marziano, me ne sarei innamorato comunque, perché era il mio un/millesimo incontro, di quelli che per poca vita vissuta, non si ha tempo di fare. E quando ci sei di fronte e ti ci presenti, mezzo imbarazzato perché hai perso l’abitudine al corteggiamento, ti senti innaffiare da una pioggia di coriandoli impazziti. Tu non ti muovi di un centimetro dal tuo incontro, lo guardi in faccia e sospetti per un poco che non sia lì per te.

Alla fine, quando avviene un millesimo di quegli incontri, è molto probabile che sia uno di quei momenti in cui tu non stia facendo nulla, nella più stereotipata condizione di indifferenza di chi non cerca. Ed è una fortuna, perché questi incontri, assai timidi o forse superbi, richiedono una totale astinenza dall’azione, se ti vedono impegnato, non si fanno vedere, anzi, scappano via, per timore di disturbare. O peggio, di farti innamorare sul serio.

Agosto. La mia libreria è l’ultimo negozio della strada. Annoiato e già depresso alla sola idea di concorrere per una competizione, sceglie le ultime file. Gli altri negozi, affannati dalla calura illudono i viandanti sulla ricchezza delle loro merci attraverso la strategia del rivestimento. E’ l’installazione degli infissi, infatti, quelli ottonati, dorati, in ferro battuto, bombati, ornati, in breve, è l’elogio della rifinitura delle apparenze a far sopravvivere l’uno accanto all’altro i negozi. Chi può permettersi il lusso di un’applicazione migliore, si mette a riparo dal rischio dell’omologazione. Perché quello che hai tu ce l’ha anche il tuo vicino accanto, proprio sullo stesso marciapiede, ad un passo di strada. E’ necessario trovare un modo, se pur superficiale come lo è puntare tutto su una superficie, per spuntarla sugli altri e tutto quello che c’è sotto.

E’ rispondere allo stesso destino, quello di avere tutti le medesime cose e doverle poi proporre come pezzi di antiquariato pregiato. Gli stessi occhi, le stesse labbra, le stesse cattive intenzioni, gli stessi difetti, le stesse voglie, gli stessi buoni e cattivi propositi. Dirci unici e poi barattare sterili invenzioni di noi stessi con quella materia usata da tutti, ora che perpetua la moda dell’ infinitamente riciclabile.

E’ solo così che un marziano, una donna che gli occhi ce li ha verdi e neri può apparirti irresistibile, perché ti sembra abbia qualcosa di assolutamente diverso, che venda ciò che gli altri non hanno, che abbia applicazioni sulla sua superficie sconosciuta che ne fanno una merce rara, desiderabile, attraente.

Agosto non è affatto la stagione degli amori. Quell’afa ostinata che opprimeva, s’attaccava alle radici dei capelli e le spuntava come lingue di brace. Si incollava alle orecchie il ronzio di mosche convulse, forse stizzite dall’aria rappresa. E se si strizzavano gli occhi, quel poco che serviva per mettere a fuoco i dettagli, ne fuoriuscivano lente gocce di esasperazione che concorrevano con il sudore per il primato dell’umido.

Un marziano soltanto, poteva resistere a tutto quel caldo e non soffrirne, una pelle bianca sulla quale soffiava una strana corrente fresca. Su di lei le mosche, nemmeno si poggiavano.

In piedi, dritta sopra due gambe un po’ tornite, i fianchi rotondi sui quali poggiava tutti i miei desideri, accanto agli scaffali dei volumi della mia piccola libreria. Una leggera sariana verde militare, appena flessuosa e di stoffa trasparente, sospesa sul suo corpo quasi a non toccarlo, un paio di sandali con due sole strisce e senza applicazioni, il viso minuto, caricato in rincorsa verso un mento appuntito, due occhi di colore diverso. Due labbra, di grandezza diseguale, la superiore più esposta, forse per assalire la preda, l’inferiore quasi concava, come per assicurarsi una rientranza soddisfacente di tutto il bottino.

Con gli occhi verdi e neri, uno verde ed uno nero, a dare riverbero differente sulle cose, tanto per farle apparire variopinte. Conficcata come dentro una riflessiva lettura, ma forse era solo l’attesa, l’attesa delle mosche, quando sembra che nella loro immobilità questi insetti alati non pensino a nulla ed invece stanno solo aspettando un volo concreto, verso un posto migliore.

Imbarazzato ed annoiato dalle mie cose sempre uguali, dai libri che leggono tutti, anche chi non sa leggere, la osservavo come si osserva un incontro con il diverso. Quei libri senza aura che anche l’edicola di fronte, da un po’ di tempo si è messa a vendere. La solita concorrenza fra ogni scelta ed il suo rovescio, la pioggia estiva degli acquazzoni, la violenta forza degli incontri inattesi, i quali vengono a barattare la loro sana e bella improvvisazione con tutta l’afa delle mosche, appiccicate in riproduzione seriale sugli infissi di tutta questa banalità.

Quando lei, la mia cocente novità, prese un libro fra le mani, pareva che le bruciasse tra le mani. Un banalissimo manuale di istruzioni di giochi orientali, fra cui il sudoku, in cui le intenzioni a incastro della logica sembrano tagliare fuori dai riquadri ogni bella volontà di errore.

Ci incalzava, sopra ogni pagina, con frequenti brusii, fra attacchi e ritorni degni del volo isterico delle mosche. Che il marziano fosse anch’esso, infine, proprio una mosca? Come avevo fatto a non riconoscerla subito?

Dopo quella prima volta, divenne per me la regina delle mosche, da lei mi sarei anche fatto mangiare vivo, dopo una piacevole e ludica lotta fra risalite e discese lungo i suoi fianchi.

Sono passati sette giorni da quel primo incontro. Per sette volte, mentre alla televisione dicevano che quella era la stagione dei temporali estivi, eccessivi, inopportuni, lei era tornata nella mia libreria, in fondo alla strada senza voglia di competizione. Sempre più fresca. Con una sariana leggera, rosa. Poi una gialla. Poi crema, poi marrone. Poi una sariana azzurra. Ogni colore mi presentava una promessa. Un giorno diverso, una rincorsa più energica della mosca verso quel posto migliore.

Nel ritornare a casa, la sera, mia moglie mi osservava mentre componevo figure senza forma con i bastoncini cinesi, quelli tutti colorati, colorati come le sariane della mia regina mosca. Quelli che a lanciarli alla partenza s’ammassano senza criterio di scelta alcuna. E tu, con un dito preciso e leggero, sei lì a prenderli tutti, perché uno solo non ti basta e non ti basterà per vincere un colore piuttosto che un altro. Bisogna esserne imbevuti, di quest’avida molteplicità.

“Che fai?” mi chiedeva mia moglie, tutta odorosa di una indisponente invadenza.

“Niente, faccio una forma diversa.”

Ma quando passano vent’anni e forse più dal giorno di quella scelta irreversibile, fatta solo per mancanza di tempo, le forme diverse diventano l’equivalente degli infissi fuori dal negozio: la pretesa di fingere qualcosa che non si avrà mai e la merce che resta sempre uguale e sempre la stessa nonostante i buoni propositi degli incastri cinesi. Certi giochi nascono cosi, quando certe società più creative delle altre, o forse anche solo più annoiate, si mettono a reinventare i contorni del proprio stato, ma alla fine, come con un elastico che ritorna indietro, non c’è modo di estenderne i confini. Situazione di partenza.

Mia moglie restava in silenzio, prendeva a dondolarsi su una sedia di vimini. Quel movimento pallido le restituiva una tenera mollezza, sullo sfondo del nostro balcone, spuntavano i gerani a darle un tocco di colore, ma era stinto dal caldo, evaporato dalle insegne luminose dei palazzi di fronte. Ci lasciavamo lo spazio per pensare ai nostri movimenti presenti e futuri, mentre l’amore che ci aveva scelti era divenuto l’accordo sulla forma migliore della nostra convivenza. Ci mettevamo a letto e lei aspettava il mio consueto bacio della notte, ma ormai da troppo tempo lo avevo smarrito dentro le lenzuola sudate o fingendo un pensiero ad alta voce, me ne dimenticavo. Era lei a dirmi “buona notte”, stringendosi nella sua sottile camicia di seta che però non aveva colore. Era una camicia che non volava, intarsiata dentro il cuscino che stringeva fra le sue gambe ancora cosi lisce. Ed io rispondevo dopo alcune ore, dicendo “Buon giorno” perché ormai c’era già la luce e perché speravo che passando una notte intera a trattenere il fiato su quel bacio mancato, lei se lo fosse dimenticato.

La regina delle mosche, ogni mattina tornava a sfogliare libri, cercare riviste, chiedermi cartine per città europee o solo manuali di genere diverso, da quello per il concorso di notaio a quello per aspirante scrittore. Con una voce lenta, ammorbidita nei suoni più spigolosi da una rincorsa della saliva sugli accenti duri, con gli occhi grandi appena curvati da un’intenzione di espressione che però non veniva fuori. Non aveva gusti precisi, letture preferite, oppure come le mosche, ne aveva troppi? Di quante letture e di quanti colori lei si nutriva? Come lo shangai, voleva prenderli tutti? Sorvolava, proprio come le mosche, da un reparto all’altro, da una sponda all’altra, dalla poesia russa ai consigli per un buon dog sitter. Apriva le braccia, come se fossero le ali trasparenti e rugose dell’insetto e si faceva portare dallo stesso alito colloso che emetteva, per effettuare i suoi spostamenti. Ma ogni volta, non comprava mai nulla.

“Cosa cerca esattamente, signora?” la mia voce, solitamente rauca, inciampava nelle sillabe con grotteschi accavallamenti, perché in verità, il mio solo desiderio era di raggiungerla in fretta, arrivare a lei con una certa ansia di riempimento dello spazio. Dovetti apparirle scontroso. Usciva dal negozio e ronzava “Buona giornata” ed io dietro la cassa, dietro un lungo muro di trincea, scagliavo certi vogliosi slanci di naso, contro la sua pelle che desideravo annusare. Scompariva presto dietro gli infissi che avrei voluto abbattere, pur di vederla attraversare la strada, pur di capire dove andasse, chi incontrasse, in quale supermercato si rifornisse di latte alla soia e crostini di pane. Ma poi, mi chiedevo, esisteva davvero una stanza in cui lei potesse riposare, risvegliarsi, accompagnarsi a qualcuno? Esistono per questi marziani, quelle cose banali che compongono le giornate di tutti, esistono le azioni imbevute dell’alito mattutino? Per le persone che sono il nostro un millesimo incontro, quanto è legittimo prevedere un movimento comune, un semplice adattamento nella cornice del quotidiano? In che tempo lei vive? Fino a quale parte di me può spingersi? Ma si sa, lei era un marziano, con due occhi di colore diverso, una mosca attraente che adorava la lettura ed avrei potuto accontentarmi di questo, anche se l’avevo capito che lei non leggeva, non sapeva farlo affatto. Lei viveva di immagini. Come me.

Però. C’era un però. Stava arrivando l’inverno a fare ombre corte sulle sue gambe affusolate. Avrebbe dovuto affrettarsi, lei, insieme a tutto il mio tempo interrogativo, quello dalla cunetta insidiosa, prima che anche l’ultima mosca fosse morta.

“Si, ma non capisco, che forma è?”

Mia moglie era sempre più in bilico sulla mia spalla, nel silenzioso odore notturno della sua crema idratante. I gerani si erano già tutti chiusi. Il vento s’era irrigidito e la sedia di vimini non spingeva ma di nuovo, ricominciava ad essere spinta. Come una qualunque scelta.

“Una forma che non trova forma.” Rispondevo mogio con il sudoku che intanto, sotto gli occhi, mi riproponeva un’ennesima combinazione mentre i bastoncini colorati si stavano dileguando come pezzi di legno alla deriva di un torrente.

Quant’era ancora bella mia moglie. Lo era perché aveva ancora voglia di chiedermi che forma prendesse il mio pensiero. E perché nel tempo, invece di dirmi “buona notte” aveva preso a darmi un leggero bacio sulla guancia, senza aspettarsi nulla in cambio. Alla notte, s’adeguava meglio il nostro silenzio. Però io avevo il mio incontro e questo faceva tremare e disincrostare le pareti della nostra casa, perché, lei, l’altra, indossava le sariane di colore diverso e per vincere al gioco avrei dovuto prenderle tutte. Ma ormai faceva freddo, era arrivato ottobre. E a tratti lei si sarebbe fatta fuori tempo, come lo è sempre un Proust venduto dall’edicola di fronte.

Un giorno, finalmente, la regina delle mosche scelse un libro.

Un poemetto di Pedro Salinas. Uno dei miei preferiti. Ed è stato quel giorno che ho smesso di chiedermi se quel marziano avesse l’abitudine di guardare le soap opere al pomeriggio, arricciandosi i capelli con la piastra, come faceva mia moglie. Mi risposi che lei non era come mia moglie. Non avrebbe mai preso il suo posto, per un motivo molto semplice. Non la stavo scegliendo. Lei aveva scelto me. Aveva scelto tutta la direzione da dare al mio sentire, alla mia voglia di lei. E’ questo il senso di questi incontri a sorpresa. Sono inaccettabili. Belli, almeno quanto sono fuori tempo. E sono invivibili come tutti gli amori di Salinas.

Ma tu, regina, mia, che passi fai per arrivare al mio castello? Quante tappe vogliamo bruciare? Accordiamoci, prima che il pensiero prenda una forma e qualcuno finisca con l’annoiarsi per il troppo cammino che ha provocato l’usura delle scarpe.

Lei mi guardava, continuava a leggere e mi guardava, dentro i suoi fianchi ormai a goccioloni, sfilacciati dall’uso eccessivo dei freni dei suoi voli. Ed il suo sguardo si fece stanco e triste, e non se vide più alcun colore. Né nero. Né verde. Smise di averne uno. Semplicemente.

“Allora, prendo questo.” Mi disse avvicinandosi alla cassa.

“Ottima scelta. Le piacerà, vedrà. ”

“Lo conosco. A casa ce l’ho già.”

“E come mai lo compra di nuovo?”

Forse attendeva che io varcassi la soglia? Che arrestassi l’arrivo dell’inverno, solo per non farla morire? Che s’aspettava? E che le aveva detto Salinas? Di cosi triste e melenso da farle perdere il colore dei suoi occhi?

“Lei lo ha letto?”

“E’ uno dei miei preferiti. Come mai lo ricompra?”

“Perché non l’ho mai comprato. Mi è stato regalato.”

La poesia non è fatta per gli uomini e nemmeno le canzoni. Le maree sono già sollevate a ricoprire le guerre. Però gli uomini sanno solo ronzare, anche e soprattutto se si innamorano. Di nuovo.

“Voglio essere sempre in diritto di scegliere, quello che mi piace. La prima volta non l’ho fatto, adesso l’ho scelto. Non importa se lo conosco, lo rileggerò. Ha un sapore diverso, decidere noi, quando e se rileggere. ”

Mi rispose cosi, la mosca, e sostava sui miei infissi, come se li scrutasse, ne giudicasse la consistenza. Forse conosceva bene il segreto di tutti i commercianti. Quanto sarebbe durata tutta la resistenza che potevo opporle prima di scoprire che la mia merce era uguale a quella degli altri?

Fuori, c’era la pioggia sincera dell’inverno non ancora invecchiato e lei, la leggera donnina di Salinas, la mia tenerissima mosca morente, il marziano con la sariana, aveva scelto un amore a lei dovuto. Ma senza rotonde passioni e senza fianchi. Una mosca senza occhi e senza fianchi per volare.

Le sariane diventano pallide. Ed i gerani sul balcone, invece, sembrano più turgidi. Perché restano gli ultimi a poter dare colore, a resistere agli ossequi alle scelte dovute.

Ma perché, oggi, nessuno le legge più le poesie di Salinas? Perché qualcuno, infame e traditore, ha scoperto che noi commercianti abbiamo gli infissi fuori dai negozi solo per fingere che nostra moglie sia l’unica donna che abbiamo scelto per infinito, duraturo, impareggiabile amore.

In realtà, c’è solo una colpa ma è la peggiore, perché amare l’un millesimo incontro ha la stessa gravità che nascondere al pianeta i suoi satelliti: pensare che un giorno, solo per dannata ed infinita scelta, possiamo decidere di smettere di amare, di far cessare il movimento degli astri, di non aprire le porte ai rappresentanti di pentole.

Eppure sembrerebbe così facile, a tratti ingegnoso, regalare l’ultimo raggio ad una mosca morente e concederle l’ultimo, ronzante volo. Ma gli altri, quelli di una società monogama, griderebbero allo scandalo.

Perché al mondo esistono mille ed oltre, di persone che potremmo amare. Il problema è che queste persone, noi non le incontriamo. Ma se lo dice Salinas, ci pare carino, un gioco di suggestioni o di incastri cinesi:

E sto abbracciato a te senza chiederti nulla, per timore che non sia vero che tu vivi e mi ami. E sto abbracciato a te senza guardare e senza toccarti. Non debba mai scoprire con domande, con certezze, quella solitudine immensa d’amarti solo io”

L’elegia non appartiene che alle mosche. Le forme colorate del sudoku finiscono a rincorrere i rifiuti degli scarichi, quando lo stampo è già caldo per pretendere una diversificazione in corso d’opera. ,

Perché gli uomini sanno solo ronzare le loro paure e tutte le scelte che presuntuosamente credono di aver preso. Un giorno che sembrava carino dire di aver scelto.

“Che fai?” mi chiede mia moglie ma lei è già fuori la porta e non attende risposta, tanto per non apparire dubbiosa della mia scelta.

Maledette mosche.

Valeria Francese

Autore: Valeria Francese

Valeria Francese nasce a Salerno nel 1979, ha conseguito nel 2003 la laurea in Filosofia con una tesi in Estetica sulla Poetica dello sguardo nella letteratura e nelle arti contemporanee. Nella sua città insegna filosofia negli istituti superiori. Partecipa da sempre a numerosi concorsi di narrativa, ha scritto sceneggiature per il teatro, una piccola meravigliosa esperienza cinematrografica. Nelle ultime esperienze artistiche, una collaborazione per una mostra di fotopoesia, dove la luce e il verso hanno trovato la loro, splendida ed epifanica, parola comune. Da allora, la poesia é diventata la sua Casa Madre. Qualche volta ottiene seri riconoscimenti, menzioni e leggere pubblicazioni, altre volte, come capita a tutti quelli che amano scrivere, un robusto silenzio, quanto mai evocativo di altro talento come quello della pazienza, dell'attesa e della costruzione invisibile. Correttrice di bozze e in procinto di terminare un master in editing e scrittura creativa, sta svolgendo il biennio di tirocinio per diventare giornalista pubblicista. Insomma se nella vita le fosse concesso, sarebbe Scrittura Solo.

Un commento su “L’amore a te dovuto”

  1. Il racconto descrive una cosa molto particolare, una verità che solo pochi accettano, l’amore è amore.
    Non è uno, ma infiniti, possiamo amare mille persone, se avessimo mille vite, mille segmenti di tempo. Questo racconto descrive, con arguta sottigliezza, la cosa più importante, il tempo. Con quale persona vogliamo trascorrere questa persistente e cocciuta illusione che è il tempo? Questa è la domanda, ora le opinioni posso differire sulla correttezza o meno di tale quesito, ma d’altro canto è facile rispondere quando non si è interrogati. La bellezza di questo racconto è tanto sconvolgente quanto la sua profondità, bellissimo.

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