Il Teatro Rapsodico di Wojtyla

 

La Drammaturgia di Karol

La “Parola viva” del Teatro Rapsodico

“La Bottega dell’Orefice”

Meditazione e Dramma di Giovanni Paolo II

“Perché l’uomo non riesce a durare nell’altro senza fine e l’uomo non basta”

K. Wojtyla

 

 

Fondato a Cracovia nel 1941, in pieno regime di occupazione nazista, il Teatro Rapsodico nacque da un gruppo teatrale clandestino, che realizzò alcune idee drammaturgiche di M. Kotlarczyk, tra cui l’abbandono dell’uso del sipario e del palcoscenico tradizionale, dei costumi e del trucco, esaltando invece l’uso ritmico della parola, quella parola definita dallo stesso Karol Wojtyla “un lievito attraverso il quale passano le azioni umane e in cui trovano le dinamiche loro proprie”. L’interesse per il teatro, da parte di Karol Wojtyla, nonché la sua partecipazione attiva, sia come attore che come regista e drammaturgo, si compie a partire dalla stagione del 1941, attraversa interamente il dramma della guerra, sfuggendo alle feroci retate ed esecuzioni dei Tedeschi invasori, e termina nel 1946, con l’ordinazione sacerdotale del giovane Karol.

Il futuro beato Wojtyla, tuttavia, non interromperà mai il suo vivo amore per la drammaturgia, in particolare per il teatro sacro, nella forma peculiare del Teatro Rapsodico. Anche dopo l’ordinazione sacerdotale, infatti, e finanche dopo la sua elezione a Vescovo di Cracovia del 1958, il futuro Pontefice prese posizione più volte in difesa del teatro, bersaglio di una violenta persecuzione ideologica nel clima della Guerra Fredda, ad opera di quel Socialismo Reale che, nella condanna di ogni forma di immaginazione, imponeva il dittatoriale controllo sovietico su ogni aspetto della vita civile dei Paesi Satelliti.

Al di là dei contesti storici e politici, il nostro Progetto Fede e Ragione si muove nella direzione che alimenta il suo stesso essere: l’incontro fra la ragione (espressa in questo caso in una sublime forma estetico-letteraria) e la fede. Teatro e Fede, entrambe vocazioni del giovane Karol, ma di cui solo una ha potuto nutrire l’altra nel suo vero fondamento, e che sarà pienamente realizzata con l’ordinazione sacerdotale fino all’ascesa al soglio pontificio nel 1978, trovano nell’esperienza del Teatro Rapsodico, quel luogo comune in cui germoglia la parola del dramma, come pallido riflesso della Parola della Rivelazione, unico lievito di vita, comunicazione, interazione e salvezza.

Insieme alle classi del triennio del Liceo Classico Giovanni Paolo II, leggendo uno dei testi della maturità drammaturgica di Karol, La Bottega dell’Orefice, assisteremo all’atto poetico e teologico di quella parola che non vuole ricreare la vita, che non mette in scena ambienti realistici, che sfugge ad ogni maglia logica dell’ermeneutica. La parola del teatro non agisce eppure rimanda alla Parola che crea. Irrompe sulla scena un protagonista scomodo ma ineludibile, è l’eternità che travolge il dato presente di uno spazio non figurativo, e che non teme di stridere, per contrasto, con il principio di identità e di unità temporale secondo i dettami della logica aristotelica.

Per quanto fuori da ogni fissità concettuale, l’eternità della drammaturgia di Karol non teme mai di essere fuori tempo, né di competere per l’occupazione di uno spazio che non ha più la sua certezza nella de-finizione, bensì misura il suo perimetro al di là della vita descritta in un ambiente o contesto determinato. Ecco dunque, in che senso, pieno e autentico, il Teatro Rapsodico è un teatro clandestino.

La clandestinità, che esigeva la messa in scena in appartamenti privati, in stanze illuminate solo dalla fiamma di una candela, che abolisce il superfluo degli allestimenti e rinuncia alla maschera e al trucco, è una clandestinità che riguarda anche e soprattutto il concetto stesso di realtà. E’ clandestina la fenomenicità che viene messa tra parentesi, esattamente come nel gesto dell’epochè husserliana, “sospensione del giudizio” secondo la traccia filosofica che motiva il teatro rapsodico: quella del grande fenomenologo R. Ingarden.

Affinchè l’essenza delle cose, la loro idea, risalti purificata da ogni inquinamento empirico o di anticipazione mentale, è necessario che essa risulti in scena come esito di una sottrazione, di un’astrazione, di una concentrazione dell’essenziale che è l’ontologicamente fondato. Al centro dell’arte drammatica, infatti, vi è la parola che rivela problemi ontologici ed etici.

In tal senso, lo stesso Karol potè definire intellettualistico, il Teatro Rapsodico, in quanto sarebbe proprio l’intelletto, sfera dei concetti e della razionalità, a mettere in luce l’Universale. Nel tentativo di cercare un legame, un filo rosso prezioso tra la parola del teatro di Karol e la Parola rivelata della Sacra Scrittura, potremmo scoprire questo: ciò che rivelano entrambe le parole, è il reale autentico nella sua universalità, la verità astratta, nel senso etimologico del termine, tirata fuori, estrapolata, e quindi salvata, dalla contingenza caduca e fallace.

Ed è così che lo spazio della scena diventa lo spazio interiore. Il tempo diviene contratto e racchiuso nell’atto di una preghiera o di una riflessione, perdendo così la sua linearità e restituendo voce alla spirale dei vissuti dilatati tra passato e futuro.

La Bottega dell’Orefice, in questo senso, scritta da Karol prima della sua elezione al pontificato e considerato il suo capolavoro letterario, presenta il tema della “persona”, dell’“amore” e della “Trinità”, con uno stile teatrale unico dal forte impatto teologico. Il concetto di persona è qui molto vicino a quello agostiniano, nascendo dall’interazione fra l’io e il tu, quindi non esistendo l’io senza il tu. Questa interazione non si fonda, infine, se non sulla reciprocità delle tre persone divine nella Trinità. Solo l’imitazione dell’interazione assoluta delle Tre Persone costituisce la formazione della persona umana, e tale imitazione si attua solo nell’amore.

Emblematico in tal senso è proprio La Bottega dell’Orefice. In questa delicata e struggente drammaturgia, i monologhi pronunciati da persone che non si parlano direttamente anche se in apparenza sono insieme, ricordano e suggeriscono la modalità del Teatro dell’Assurdo di Pinter, con una grande ineludibile differenza. Il teatro di Karol non verte sull’incomunicabilità delle persone: qui i personaggi si incoraggiano l’uno con l’altro, suscitando o rievocando atteggiamenti morali, occasioni colte o perse, mai tesi teologiche, piuttosto tensioni e voli verso la trascendenza.

Le prospettive temporali sono metafisiche: l’Orefice, infatti, vede l’interezza della vita dell’uomo, non un suo momento particolare. Il peso specifico della fede, inteso come anello nuziale e non solo, dice l’Orefice, è nullo se si pesa il metallo e non l’essere umano e il suo destino. La sintesi di due esistenze si può dunque realizzare solo se non rimane nella dimensione dell’umano, “Perché l’uomo non riesce a durare nell’altro senza fine e l’uomo non basta”.

Il Testo che approfondiremo nella biunivoca veste di lettura teologica e lettura poetica, ci consente di tessere le reti di quell’incontro e non scontro, di cui parla Papa Francesco, quando prova ad accorciare le distanze fra il Centro e le Periferie, luoghi che possono essere intesi sia come reali che come metafisici, tra immanenza e trascendenza, fra amore umano e amore divino, fra la persona e Le Persone, oppure, più semplicemente e più universalmente, fra la Fede e la Ragione: non inconciliabili, in qualche modo sorelle di sangue, figlie dell’unica Verità di Dio.

Autore: Valeria Francese

Valeria Francese nasce a Salerno nel 1979, ha conseguito nel 2003 la laurea in Filosofia con una tesi in Estetica sulla Poetica dello sguardo nella letteratura e nelle arti contemporanee. Nella sua città insegna filosofia negli istituti superiori. Partecipa da sempre a numerosi concorsi di narrativa, ha scritto sceneggiature per il teatro, una piccola meravigliosa esperienza cinematrografica. Nelle ultime esperienze artistiche, una collaborazione per una mostra di fotopoesia, dove la luce e il verso hanno trovato la loro, splendida ed epifanica, parola comune. Da allora, la poesia é diventata la sua Casa Madre. Qualche volta ottiene seri riconoscimenti, menzioni e leggere pubblicazioni, altre volte, come capita a tutti quelli che amano scrivere, un robusto silenzio, quanto mai evocativo di altro talento come quello della pazienza, dell'attesa e della costruzione invisibile. Correttrice di bozze e in procinto di terminare un master in editing e scrittura creativa, sta svolgendo il biennio di tirocinio per diventare giornalista pubblicista. Insomma se nella vita le fosse concesso, sarebbe Scrittura Solo.

2 pensieri riguardo “Il Teatro Rapsodico di Wojtyla”

  1. Molto belli i suoi riferimenti e considerazioni. Una volta, un po’ di tempo fa in un libro del filosofo Rocco Buttiglione ( la vita di Karol Woityla, ed. Jaca Book) trovai chiari riferimenti al Teatro rapsodico e, soprattutto, alla sottolineatura della “parola” come evocativa dell’esperienza. Credo che tutto ciò sia estremamente moderno, soprattutto sui temi della (buona) Comunicazione. Mi farebbe piacere avere qualche sua riflessione e, se possibile, qualche testo/scritto per l’approfondimento. Cordiali Saluti Arcangelo Annunziata

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