Lo stile filosofico del Buon Samaritano- L’Attenzione creatrice in Simone Weil.

La De-creazione e il luogo della traccia assente

Nell’Anno Santo della Misericordia indetto da Papa Francesco, il nostro annuale progetto dedicato all’incontro fra Fede e Ragione, è dedicato al “Cristianesimo critico” di una silenziosa teologa dell’“esclusione” e del “ritiro”, quale fu Simone Weil, filosofa e scrittrice francese, insegnante e operaia, mistica e attivista partigiana della prima metà del Novecento, che ha fatto del tema della Grazia il senso stesso di ogni Contemplazione, di ogni sua poesia mistica, di ogni suo aforisma filosofico e di ogni nostra destinazione salvifica.

Non in virtù dell’espansione, della luce e della gravità, quanto piuttosto del ritiro, dell’ombra e della Grazia, Simone scopre fin da giovanissima, che la presenza dell’io si fa invalidante per l’intimo colloquio del Creatore con la sua Creatura; ella scrive con memorabile bellezza, che i segreti che essi possono dirsi non richiedono affatto la riduzione del mondo alla mera percezione di un io qualunque.

Ella comprende, con amorevole umiltà, di essere, in quanto creatura, solo un luogo prospettico funzionale alla visione della creazione da parte del Creatore, una sorta cioè di punto di fuga da cui diramano i ponti percettivi per il passaggio dell’amore di Dio. Se siamo dunque ponti da cui parte l’orizzonte, finalizzati per un andare e non per un restare, la giovane Simone concepisce la nostra esistenza creaturale come uno splendido impedimento da attraversare per intero, un essere ricevuto per essere restituito, una distanza da desiderare ma da non colmare, un’ombra essenziale al dis-velamento della Grazia, a ridosso dialettico di una pienezza e bellezza che non ci è mai data al di fuori di Dio.

Dalle sue biografie appare evidente, fin dalla più tenera età, il suo bisogno di ritirarsi dal proprio io visibile a tutti, per restare sulla soglia, quella del suo essere, della sua bellezza esteriore non comune, la soglia della sua intelligenza, infine, la soglia della Chiesa dei battezzati. Sempre fuori, è dunque Simone, cercando il suo sposo, il “logos”, oltre il segnale convenzionale di arrivo, contro ogni forma di oscurantismo dogmatico, pronta a bollare come “totalitarismo” anche la fede che imbavagli l’intelligenza, anche la scienza che geometrizzi la verità.

Se in nessun momento la filosofia di Simone Weil mette a fuoco la verità non è per mancanza di rigore scientifico, ma è proprio per quel senso di pudore intellettuale ed emotivo che ne caratterizza la ricerca, per questa disistima ontologica nei confronti dell’autoreferenzialità: ciò pone le basi per il lasciar passare della Grazia, la Misericordia divina che si interpone tra il pieno della Creazione e il vuoto della Creatura.

Simone non parla mai di intelletto e fede come di agganci sistematici al trascendente, ma trova nella Grazia quella carezza che su entrambe le facoltà insiste come delicato adagio su una materia ineffabile: non si tratta certo di una scelta per lo spiritualismo e di un abbandono della ragione, ma come vedremo, nemmeno di un privilegio accordato alla ragione totalizzante.

Si è ben lontani, nel pensiero di colei che, senza timore dell’ossimoro stridente, può essere definita una straordinaria “mistica critica”, ben lontani, dunque, da una remissione intellettuale, in quanto il suo sforzo di filosofa e di mistica sta proprio nel mutare lo statuto della verità stessa, che da oggetto predeterminato di ricerca, diviene piuttosto la modalità con la quale è possibile l’approccio alla preghiera: pregare e ricercare non la verità, dunque, ma pregare e fare ricerca filosofica in spirito di verità e con verità, diviene il nuovo atteggiamento del filosofo e del religioso, entrambi ora, non più gemelli separati alla nascita, ma identità peculiari che trovano nell’umiltà di un sapere innamorato, l’affinità intellettuale con la quale superare semplici distinzioni di metodo.

In un’anticipazione filosofica della deriva fenomenologica husserliana che è il decostruzionismo di Derrida, Simone Weil procede ad una serrata critica della metafisica della presenza: i rimandi filosofici di Simone, a partire dall’ossequio alla precisione delle idee cartesiane, sono quelli della Fenomenologia del suo maestro Alain, che si diluisce nell’attenzione verso la differenza e lo scarto decostruzionista. Filosoficamente parlando, si intende dire che lo spirito geometrico cartesiano che ha attratto la giovane Simone, ha trovato la sua fuoriuscita di senso nel più ampio quadro delle evidenze ontologiche husserliane, per poi stemperarsi nell’orma dell’ente, nel rovescio delle cose, che dice il mondo a partire dalla sua messa non più solo in parentesi, bensì e più compiutamente, dalla sua messa in assenza.

Religiosamente parlando, Simone si riferisce a quel grido disperato di Gesù sulla croce, che, poco prima di spirare, – ma il Cristiano lo sa, non di sparire, – invoca un Padre che lo ha abbandonato, – e il Cristiano lo sa, che non lo ha lasciato, – rivela dunque la “traccia” per sempre presente, dell’ente assente.

L’abbandono in cui Dio ci lascia è il suo modo di accarezzarci. Il tempo, che è la nostra unica miseria, è il tocco stesso della sua mano. E’ l’abdicazione mediante la quale ci fa esistere. Egli resta lontano da noi perché se si avvicinasse, ci farebbe sparire1”.

Nell’abbandono dunque, la promessa di eternità, nel farsi distante, la certezza dell’unità, nello spostarsi di Dio da se stesso, la possibilità stessa della creazione: l’abbandono, cioè, e con esso ogni ombra ed ogni vuoto, rivela strutture ontologiche del reale soggiacenti alla dimensione originaria di una unità indivisibile, una unità che a partire dalla morte e resurrezione del Figlio, può compiere la sua storia di salvezza e amore assoluto per la creatura.

Lungi dall’essere solo una depurazione di elementi non necessari, la strategia decostruzionista di Simone riprende piuttosto quel monito husserliano di “ritorno alle cose stesse”, dove per ritorno ella intende nascondimento del sé nell’ombra.

E’ contro la luce, Simone, o almeno quella luce che è la giustapposizione di fasci luminosi di messa in scena carnevalesca: la verità non è finizione e non è esibizione.

In un buio che si fa luogo dell’azione, in mezzo a un Dio che “si ritira”, il cui abbandono diviene lo spazio di un abbraccio trascendente, Simone riscopre il valore dell’attesa e dell’attenzione, quello con cui l’invisibile diviene visibile, sospendendo il pensiero e lasciandolo permeare e penetrare dall’oggetto, quasi in bilico sul limite estremo del pensiero.

Esattamente nel luogo del ritiro notturno, dove l’orma rivela il passaggio dell’Ente, dove la Gravità lascia il posto ad un vuoto da colmare, dove ogni assenza dice sempre di una presenza altrove, la Misericordia giunge a connettere i piani del divino e dell’umano e rende la creatura trasparente verso Dio, svuotando la sua volontà, non più protesa all’affermazione di sé ma al passaggio della luce divina.

Ecco dunque che appaiono dense di significato espressioni quali “ritiro” “espropriazione del proprio io”, “rinuncia ad essere persona”, “distanza e nascondimento” “attesa e mai ricerca”, indicano, da parte della filosofa, un atteggiamento di privazione del proprio io che nulla ha a che fare con il senso della disfatta emotiva o dell’abdicazione all’indagine sulla verità; se così intendessimo il ruolo dell’uomo, avvalendoci del dualismo irriducibile e senza sintesi tra Dio e l’uomo, proprio invece della teologia dialettica protestante, verrebbe meno il senso stesso della Grazia e del suo lavorìo incessante affinchè emerga il libero arbitrio dell’uomo nel suo rapporto con Dio e con il prossimo.

La misericordia, dunque, nel suo valore di “gratuità”, appunto di Grazia, apre il suo scenario solo dopo aver scavato nel vuoto, agendo per contrazione e cancellazione, raccontando il silenzio della notte mistica nella quale avviene l’Incontro: da cieca qual è, la creatura è ora capace di scorgere il visibile nell’invisibile.

Come Dio ha fatto vuoto intorno a sé, creando il mondo non attraverso la sua estensione di potenza, ma attraverso il suo ritirarsi, “cessando di comandare, là dove ne aveva il potere”, in un movimento amoroso che è la Grazia, così la creatura deve fare vuoto, lasciando agire la Grazia che scava, sottrae e non aggiunge: causa necessaria ma non sufficiente, è allora proprio la rinuncia o abdicazione, a cui segua di sponda l’attivazione di uno “sguardo nuovo”, che fascinosamente Simone Weil chiama, “attenzione creatrice”.

Salvador Dalì, Cristo di san Giovanni della Croce, 1951

La maggiore necessità che abbiamo è quella di tacere con l’appetito e con la lingua dinanzi a questo Dio, il cui linguaggio, che Egli solo ode, è l’amore silenzioso

San Giovanni della Croce

L’attenzione creatrice e il Buon Samaritano

La Grazia, dunque, si fa ponte per la Misericordia di Dio per l’uomo e la compassione che l’uomo, attivando uno “sguardo nuovo”, nutre nei confronti del suo prossimo. Trasforma la fede da semplice abito irriducibile alle categorie filosofiche, così come nella lezione di San Tommaso, a dono performativo, ossia dono in grado di agire e trasformare lo spazio stesso della religione, al di là della dogmatica teologica.

E’ proprio la notte oscura della poesia mistica di Giovanni della Croce e della mistica poetica sussunta da Simone Weil, che ci fa riscoprire la tenerezza di Dio e del suo abbandonarci, e che ci apre scenari inaspettati sul tema della Grazia, della Misericordia e dell’esistenza votata all’espropriazione di sé e all’accoglienza dell’altro, fino all’assunzione di uno stile filosofico che potremmo definire l’esercizio della compassione.

E’ cosi che la figura del Buon Samaritano si rivela per Simone il prototipo filosofico del nuovo sguardo filtrato dalla Grazia: è nell’invisibile della notte, nel luogo della cecità e del ritiro, nel luogo della povertà e dell’abbandono, che nasce l’attenzione che “crea” il prossimo, lo fa emergere e risaltare dal suo anonimato e dal suo non essere.

Non altro è il “genio”, colui che non partorisce verità intellettuali, bensì colui che, come novello Adamo, riesce a dare per primo il nome a quelle cose che gli altri neppure vedono.

Allo stesso modo di Dio, allora, la creazione è preceduta dall’attenzione, che altro non è che lo spazio creato dal vuoto che si è fatto intorno alla rinuncia del sé: come si legge allora nel Vangelo secondo Luca (10, 25-37), l’attenzione creatrice di Simone Weil si oppone ad ogni transito indifferente, a quello del levita e a quello del sacerdote, così come a quello di ogni Autorità totalizzante che non lasci vita al proprio passaggio.

In questi termini si esprime la Weil: “L’attenzione creatrice consiste nel fare realmente caso a ciò che non esiste. Il Samaritano che si ferma e guarda fa tuttavia attenzione a questa umanità assente2.

E’ dunque chi ha avuto “compassione” del samaritano, che insieme lo ha “creato”, avendo fede, come dice San Paolo, nella visione delle cose invisibili. In tal senso la Misericordia è davvero ciò che salverà il mondo dall’estinzione dell’invisibile e dal dominio delle specie indifferenti: “Ciò che vale è unicamente la veglia, l’attesa, l’attenzione3 è dunque il monito ad un atteggiamento di fondo che è tanto religioso quanto filosofico, quando l’oggetto dinanzi a noi, sia esso il prossimo o sia esso il mondo, diviene unico e dimentichiamo noi stessi. E’ lo sguardo a salvare, non lo sforzo muscolare, bensì il consenso per le cose che sono, è il dire “si” agli oggetti del mondo, quando essi neppure si vedono.

E’ quell’esilio filosofico che l’anima compie per sfuggire alla miseria dell’immanenza, ecco il concreto volo platonico interpretato in chiave moderna dalla Weil: è la distanza da percorrere fra il necessario e il bene, la condizione di ogni ricerca del bene, “senza volerlo mangiare perché desideriamo che sia4.

Questa fede non appetitiva nei confronti dell’Altro, implica l’amore per un uomo che è “come me”, non in virtù di una morale eteronoma, se pur l’Altro fosse Dio: non per amore di Dio soccorro il fratello, ma per la Weil, è già nel fratello tutto il bene necessario che va recuperato. E’ dunque l’atteggiamento non intelligente di un logos dalla prospettiva fenomenologica, secondo cui ogni condizionamento è messo tra parentesi e la struttura del bene emerge in virtù di un’attenzione creatrice che è gesto poetico e non intelligente: “Il poeta produce il bello con l’attenzione fissata su qualcosa di reale. Lo stesso avviene con l’atto d’amore. Sapere che quest’uomo, che ha fame e sete, esiste veramente come me, questo basta, il resto viene da sé5.

E’ dunque la Misericordia che colma quella distanza che proprio la creazione ha interposto fra Dio e la creatura, e la mancata compassione verso il nostro prossimo, altro non rinnova la violenza dello strappo che la creatura subisce nella sua lontananza da Dio. Allora, seguendo la Weil, amare il prossimo come noi stessi, non sarà un amare l’altro per amore di Dio. “Se si ha fame, si mangia, non per amore di Dio, ma perché si ha fame. Se uno sconosciuto prostrato ai bordi della strada ha fame, bisogna dargli da mangiare, non per amore di Dio, ma perché ha fame6.

La Misericordia nel suo essere Grazia, vivifica allora ogni atto umano, si origina da un Dio che per amore ci vuole salvi, non solo creati, ma figli che a Lui tornano, e finisce con l’imperniarsi sul gesto che l’uomo compie nei confronti di un altro uomo, affinché anche quest’ultimo, reso libero dalla schiavitù dei costumi, dall’offesa della povertà e dalla ingiuria del potere totalizzante, sia transito per la Grazia, vedente e non più cieco, visibile e non più invisibile.

_____________________________

Simone Weil, Quaderni IV, Adelphi, p. 179

Simone Weil, L’amore di Dio, Edizione Buc San Paolo, p. 27

Op.cit., p. 78

4 Simone Weil ne L’Ombra e la Grazia, Bompiani, p. 155

5 Op. cit., p. 127

6 Simone Weil, Quaderni IV, Adelphi p. 155

Autore: Valeria Francese

Valeria Francese nasce a Salerno nel 1979, ha conseguito nel 2003 la laurea in Filosofia con una tesi in Estetica sulla Poetica dello sguardo nella letteratura e nelle arti contemporanee. Nella sua città insegna filosofia negli istituti superiori. Partecipa da sempre a numerosi concorsi di narrativa, ha scritto sceneggiature per il teatro, una piccola meravigliosa esperienza cinematrografica. Nelle ultime esperienze artistiche, una collaborazione per una mostra di fotopoesia, dove la luce e il verso hanno trovato la loro, splendida ed epifanica, parola comune. Da allora, la poesia é diventata la sua Casa Madre. Qualche volta ottiene seri riconoscimenti, menzioni e leggere pubblicazioni, altre volte, come capita a tutti quelli che amano scrivere, un robusto silenzio, quanto mai evocativo di altro talento come quello della pazienza, dell'attesa e della costruzione invisibile. Correttrice di bozze e in procinto di terminare un master in editing e scrittura creativa, sta svolgendo il biennio di tirocinio per diventare giornalista pubblicista. Insomma se nella vita le fosse concesso, sarebbe Scrittura Solo.

2 pensieri riguardo “Lo stile filosofico del Buon Samaritano- L’Attenzione creatrice in Simone Weil.”

  1. Descrizione letterariamente impeccabile dell’atteggiamento spirituale di una mistica. Personalmente non sono un mistico, ma comprendo ed apprezzo la loro posizione spirituale. Forse l’autrice del pezzo si sente vicina al misticismo?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *