La Casa del Sonno Adattamento teatrale del Romanzo di J.Coe

Un gruppo di studenti universitari  condivide esperienze e vissuti nella dimora del campus di Ashdown.

Ad unirli è la profonda incertezza di chi ricerca la propria identità, a separarli  è la nota della solitudine che galleggia, inossidabile, nelle loro iridi.

Ad Ashdown non si dorme mai, perché il sonno è malato, dionisiaco, eccitato ed eccitante, un sonno che rumoreggia mentre mescola i destini e febbrilmente ne impasta le forme.  Durante il sonno, tormentato, di ciascuno dei protagonisti, accadono cose che si confondono con la realtà.

La notte è il luogo di incubi, incroci misteriosi, fobie ed  ossessioni.

Il giorno, invece, costringe al riconoscimento, impone le confessioni, scopre gli equivoci, rivela verità. Ed a questa gioventù tocca il compito di scegliere se subire o deviare  il flusso incessante, disordinato e  caotico degli eventi che si susseguono sorretti da inspiegabili incidenze. A questa gioventù tocca il compito di scegliere se avere una vita diurna o notturna, di scegliere la propria identità sessuale, come  voce dell’interrogazione su se stessi. I personaggi, infatti,  aspirano a configurazioni della loro natura ma spesso, irriconoscibili persino a se stessi, si scoprono ogni volta strutture nuove in grado di rimodellare le relazioni intersoggettive.

Passano solo dodici anni, Ashdown muta la sua identità, da campus studentesco viene trasformata  in una clinica specializzata nella cura dei disturbi del sonno.

Ancora una volta, non solo nello spazio ma soprattutto  nel tempo,  le storie dei giovani si pongono  su di una trasversalità che permette la coesistenza di variabili interscambiabili.

Da adulti dovranno ancora scegliere e confrontare le scelte di ciascuno con quelle degli altri: decidere se risolvere o ripetere il dramma delle loro inquietudini giovanili.

Il seguente adattamento teatrale  dell’omonimo romanzo di Jonathan Coe, La Casa del Sonno, persegue  l’architettura originale, fondata sulla biforcazione delle linee temporali fra passato e futuro.

Essa consente, attraverso il superamento delle categorie univoche di tempo, spazio e causalità, di annullare qualunque fondazione del senso, causando per via di suggestione immediata, una progressiva perdita  di aggancio al reale.

Sono mantenuti alcuni temi portanti del testo originale,  quali i disturbi del sonno, legati dapprima alla vita comunitaria di un alloggio studentesco e poi all’elaborazione di essi nella clinica medica specializzata; nonché il dissidio interiore che porta all’ interrogazione tumultuosa dell’identità sessuale del personaggi. Nella riduzione teatrale, i due aspetti vengono fusi e problematizzati alla luce del concetto di indifferenziazione primordiale, quando il caos primigenio  rese indistinti  veglia e sonno, uomo e donna, ragione e pathos, notte e giorno. Il testo si presenta come un  sofferto processo di differenziazione degli opposti, laddove l’ emersione dei contrasti  si esplicita nella risoluzione finale, che coincide con la genesi della coscienza. La nascita della consapevolezza di sé prevede un doloroso cammino verso il senso, non escludendo rotture e vittime lungo la strada. Il processo di elaborazione del lutto, si colora attraverso accelerazioni e riscatti della volontà ma anche tramite dense e riottose frenate e stati di immobilismo annichilente. Laddove il testo originale  indugia sulla risibilità  del significato e sulla non referenzialità del linguaggio, il presente lavoro sceglie come categoria fondante del senso e dell’intenzionalità vissuta dei personaggi,  la visibilità. I personaggi, infatti,  sono individuati da un paradigma di sguardo, unico ed individuale per ciascuno di essi, con cui decodificano gli eventi e ne determinano gli esiti, generando le contraddizioni e le ambiguità visive e visionarie delle loro storie. Ciò che i dialoghi, intensi e stretti, mettono in luce è  la visualizzazione di alcuni processi inconsci, l’Io esteriorizzato in una particolare ed irripetibile dinamica visiva. Una sorta di letteratura del visuale che si impone con le sue traiettorie di sguardo, dall’occhio che guarda all’occhio guardante, dentro un fitto intreccio di relazioni reversibili e variabili costanti. Proprio il modo di guardare le cose o l’essere guardati da esse, fa emergere la caratteristica propria di ogni personaggio, lo sviluppo della sua storia ed in particolare i suoi rapporti con l’evento dell’amore e delle relazioni di coppia.  Ma l’amore qui non assume il valore di  un sentimento, né univoco né unidirezionale ma piuttosto è rappresentato come lo spazio di una distanza, è il vuoto che  s’interpone fra lo sguardo e ciò che è oggetto di sguardo. Ossia è il desiderio di unione, mai risolto, fra gli amanti. La storia di queste rappresentazioni si caratterizza, alla fine, per la sospensione dello sguardo stesso, destinato a non unirsi mai al proprio oggetto ed essere costretto al contempo a desiderarlo fino a ferirsi, fino a nascondere la propria identità, fino a morirne. I personaggi, così lesi dall’assenza di un ritorno equilibrato  delle loro dinamiche visive, esprimo il disagio esistenziale attraverso il sonno ed i disturbi ad esso annesso. La narcolessia,  è dunque  intesa come una “chiusura di sguardo”, l’arresto della visione e quindi della possibilità stessa di rapportarsi alle forme del mondo. Pertanto, il momento del sogno viene vissuto da ciascun personaggio come metafora del silenzio dello sguardo e può assumere diversi significati, dalla messa in crisi della relazione io-mondo, fino, viceversa, alla possibilità di darla vita  la secondo le proprie gratificazioni e desideri inconsci.  Il destino dei personaggi non è quello di conquistare la piena visione e gli amori sono destinati a fallire: il gioco dell’amore si presenta come dialettica fra avvicinamento e allontanamento dell’oggetto d’amore (oggetto di sguardo) e di colui che ama (soggetto di sguardo) e gli occhi finiranno con l’inseguire gli occhi, mantenendo irriducibile la distanza, mai pienamente risolta, vanificando le aspettative e scoprendo, alla fine, gli inganni perpetuati dal proprio vedere.E’ la coscienza avvenuta che crea il parricidio, l’uccisione del padre, del Caos originale da cui sono emerse le distinzioni, mai più recuperabili in un Uno primordiale. Un ritorno impossibile nel quale imparare a vivere, adeguandosi ai tragitti mai più reversibili del senso e del linguaggio che lo esprime.

 

 

 

 

Personaggi

Sarah Tudor, studentessa del Campus di Ashdown

Gregory Dudden, studente del Campus di Ashdown / medico specializzato nei disturbi del sonno nella Clinica di Ashdown

Robert/Cleo Madison, studente di Ashdown,  che cambia identità sessuale / dottoressa specializzata nei disturbi del sonno nella Clinica di Ashdown

Terry Worth, studente del Campus Ashdown e malato cronico di narcolessia, paziente della Clinica di Ashdown

Lynn, studentessa del Campus Ashdown

Veronica, studentessa del Campus Ashdown

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Atto I

 

Scena prima

(Alloggio studentesco dell’Università di Ashdown. E’ notte. Un gruppo di giovani universitari dorme nelle stanze del campus.

Gregory e Sarah, che sono fidanzati, sono a letto. Il ragazzo, che è sveglio, è disteso a ridosso di lei, che dorme, e preme le sue dita, leggermente, sulle palpebre di Sarah. Parla a bassa voce.)

 

Gregory: Sei bella, non ti vedo. Mentre dormi, te ne vai. Dove te ne vai? Queste linee del viso sono incerte, indecise.

Sembra si cancellino, mentre le tocco già non ci sono più

Sei bella ma te lo dico ora che non mi ascolti.  Osservo le tue  palpebre,  sono molli, incostanti, tremolanti sotto la luce della luna. Sarah, dormi  e sei bella, ed io ti sono sopra, domino il tuo viso e queste tue palpebre.

La gente crede che dietro le palpebre non vi sia nulla,  pensa che vi sia solo il vuoto del sonno, una terra di nessuno.

Ma non io, no io no, io riesco a vedere oltre quello che sembra solo una chiusura, un punto di arresto. Io rintraccio il rovescio.

Adoro il rovescio delle cose, capire la forma del piede dalla sua orma, indovinare  il dorso attraverso il suo retro. Sì, riesco a vedere quello che vedi, ora che stai dormendo. Fra me e te c’è un patto, “io ti faccio spia con l’occhiolino mio”. Tu sai quello che significa. E cioè che da questo momento in poi di te  mi appartengono anche i  vuoti, i rovesci della tua pelle, i contrari di ciò che normalmente e banalmente gli altri vedono. Ti faccio spia…ti osservo mentre non mi vedi.

Poggio le mie dita sui tuoi occhi, così, in questo modo e premo, premo sulle tue palpebre, premo sulla vita che sento muoversi dentro, io la vedo, solo io posso vederla.

(Sarah si risveglia come da un torpore e si lamenta.)

Sarah: No, Gregory, per favore, non voglio stasera. Non voglio più fare questo gioco con te. Non premere così forte.

Gregory: Ma non ti faccio mica male, tu ti fidi di me, vero? Mi dispiace averti svegliata. Eri così bella mentre dormivi. Cosa stavi sognando? Raccontami questa vita che sta dietro le palpebre.”

Sarah:   No, no.  No Gregory. Non tormentarmi più con queste cose.  Non ho avuto nemmeno il tempo di addormentarmi. Non ho sognato nulla, nulla. Non ho dormito, non vivo, non ho dormito, non vivo!

Gregory: Avanti, non farti pregare.

(Greg cerca di baciarla con forza, ma Sarah si allontana)

Sarah: Smettila! Smettila adesso! Sei un tormento!

Gregory:  Ma non ti piacerebbe vedere quello che non puoi guardare, perché stai dormendo?

Come abbiamo sempre fatto! Io posso penetrare nel tuo sguardo e restituirtelo,  quando si fa giorno. Fare spia! Spia su di te e svelarti i tuoi misteri.

Se solo ti fidassi un po’. Se ti fidassi, come qualche tempo fa.

(Sarah si sveglia del tutto. Si riannoda una camicia da notte un po’ sbottonata.)

Sarah: Beh, stasera non voglio fidarmi. Alla fine la fiducia cos’è, un patto con l’altro, uno scambio di me per altro.

Comincio a non sopportare la tua ossessione, Greg, devo dirtelo. Non so più se ciò che guardi di me, lo stai studiando o se lo stai  amando, non so se proteggi il mio sonno o se lo spii! E’ diventato un gioco pericoloso, direi perverso. Io comincio a non sopportarlo più.

Gregory:  Tu non capisci, è evidente. La vita che c’è dietro i tuoi occhi è una specie rara di animale, vive nel segreto, si nasconde, appare, non c’è piu!  Eccolo, lo vedo! Non c’è. E’ importante Sarah.

(Sarah si alza di scatto e Gregory viene spinto quasi oltre il  bordo del  letto.)

Sarah: Ma tu lo sai di che colore sono i miei occhi, Gregory?

Gregory: Ma che ti prende, sei impazzita?

Sarah: I miei occhi ti piacciono solo perché sono chiusi? Perché sono dei bulbi oculari, uguali a quelli dei tori, delle vacche, delle mosche. Cavità da analizzare nel tuo laboratorio di fissazioni! Che splendido medico dei pazzi, sarai, Greg… Tu guarirai pure le stelle dalle loro scottature. Perché tu, Gregory, una vita normale, a curare banali raffredddori, non la vorresti vero?

Lo sai oppure no, di che colore sono i miei occhi? Secondo me nemmeno lo sai, eppure è una domanda semplice. Tu non lo sai perché non li guardi mai, tu, in faccia, non mi guardi mai!

Gregory: E’ evidente che lo so. E’ il colore che tutti vedono. Che tutti qui ad Ashdown vedono. Ma io osservo altro,  Sarah e tu lo sai. Che mi importa banalizzare le cose?

Sono i colori dei segreti,  quelli che inseguo, sono le viste sulle cose non viste da nessuno.

Una volta mi hai detto che confidavi a me e solo a me il tuo segreto perché mi amavi. Ti ricordi Sarah? Tu mi hai donato il tuo segreto, per la prima volta, hai scelto me fra tutti i ragazzi del campus. Perché ti fidavi e sapevi che non ti avrei mai fatto del male. E’ ancora così Sarah? Dimmelo, dimmelo, è ancora così? Riproviamo, ti prego. Basta solo calmarsi e concentrarsi. Io ti faccio spia con l’occhiolino mio…e…

(Prova a metterle di nuovo l’indice ed il medio sulle palpebre, ma lei lo allontana ancora)

Sarah: Ma c’è di nuovo, c’è di nuovo! che tutto questo non centra quasi niente con l’amore! Chiamalo come uno dei tuoi esami di fisiologia patologica. Interpella gli scienziati, vai in televisione, scrivi papiri di follie,ma non dire che mi ami!

Sei diventato come una di quelle rane dei miei incubi. Melmose, lascive, si contorcono sopra il mio corpo e poi con la doppia punta della loro lingua biforcuta spingono sempre più dentro le mie palpebre.

Gregory: Lo vedi!? Sogni ancora le rane?! Lo vedi Sarah, quello che c’è dietro le tue palpebre pulsa, è vivente  ed ha l’energia tutta carnale che hanno gli eventi della veglia.  E’ una dinamica molto semplice, ma è…incredibile!   Non puoi smettere di raccontarmi i tuoi sogni, lo sai, io ti possiedo, sono l’occhio che guarda il tuo occhio. E’ la regola del nostro gioco, io ti faccio spia con l’occhiolino mio.

(Sarah fa rotolare definitivamente Gregory giù dal letto)

Sarah: Ma vattene! Mi angoscia questo gioco non lo capisci? Non avrai mai più il mio segreto! Io ti ho raccontato i miei sogni perché ti amavo…non per diventare il tuo esperimento di laboratorio! I miei problemi, i miei sogni strani, quella confusione che ho quando mi sveglio…  Quello che succede dietro le mie palpebre te lo sei voluto prendere, ma è stato ingiusto, è mio, solo mio. Il tuo modo di amarmi è misero, il tuo modo di spiarmi mentre dormo è grottesco. Ma ora devi andartene, vattene, non ti racconterò mai i più i miei sogni.

Gregory: Sei una sciocca… è evidente.

Sarah: Non voglio essere perseguitata dal tuo occhio tagliente, penetrante, invadente! Non mi devi guardare più! Gioca con le matricole, trovatane un’altra! Vattene! Vattene! Vattene!

(Gregory si alza dal pavimento e se ne va arrabbiato, Sarah, molto turbata si riaddormenta a fatica, fra lamenti.)

 

 

Scena seconda

(Notte. Alloggio di Ashdown. Lo studente Terry Worth e la sua fidanzata Lynn sono nella loro stanza, sul letto. Nel buio risalta la spia rossa dell’apparecchio elettronico: Terry riprende la sua ragazza con la telecamera mentre lei mangia olive ed origlia al muro )

 

Lynn:  Sarah ha di nuovo litigando con Gregory. Quei due si lasceranno prima o poi.

Terry: Fatti vedere, inclina il viso verso di me. Guardami. Sarà un film perfetto se ti impegni.

Lynn (mugugnando mentre espelle i noccioli, voltandosi verso il fidanzato)  : Di che film parli?

Terry: Tu sei la protagonista. Un film senza tempo. L’autore è un giovane regista innamorato della sua dea. E pure della sua idea.

Lynn: Di che?

(Lynn si stringe una ciocca di capelli e la arrotola. Poi il suo dito resta catturato nel ricciolo e allora sorride)

Terry: E questa è la scena più bella, sai! Mi piaci Lynn, mi piace come ti muovi, sei cosi morbida e sinuosa.

Lynn: Sono la tua attrice?

Terry: Sei tutto ciò che voglio vedere. Tu e questa stanza siete il campo di tutte le rappresentazioni possibili. Ed io le vedo tutte. Fuori di qui, cala il buio.

Lynn: Si dai, amore, però ora spegni la telecamera. Mettiamoci a studiare per l’esame di domani. Poche ore e si fa giorno.

Terry: Assolutamente no! La telecamera non si spegnerà mai. La vedi la  lucetta rossa, Lynn, eh? La vedi?

Lynn (annoiata): Certo che la vedo, Terry.

Terry: Bene, sappi che la lucetta rossa è il mio occhio ed il mio occhio osserva tutto, ogni cosa, nel minimo dettaglio, ogni variazione di luce, ogni sfumatura del legno di questo letto, ogni piega che fa il lenzuolo sotto le tue gambe. Tu conosci il valore della piega Lynn? Unisce e separa i lembi morbidamente, come  colline emerse ai cigli della terra. Le pieghe sono colline di tessuto dolce.  Sembrano colline le tue gambe, Lynn, colline e pieghe.

Lynn: E perché non vieni qui a darmi un bacio? E poi spegni.

Terry: Se venissi a darti un bacio, io me lo perderei. Voglio vedere tutto, invece. Compreso il bacio che ti do!

Lynn:. Non ho capito…ho capito…ma mi vuoi baciare sì o no? Sei cattivo!

Terry: Per vedere le cose bisogna starne fuori. Tu non preoccuparti di altro.  Cerca di essere spontanea, fai finta che non ci sono, anzi, immagina che io sia un altro!

Lynn: Che ossessione, la tua…

Terry: Non distrarti…non distrarti mai. Stanotte resterò sveglio per riprendere gli squarci lunari di Ashdown. Si ricava un gran vantaggio a non dormire la notte. Vedi cose che gli altri non vedranno mai. E non sono nemmeno stanco!

Lynn:Posso almeno ripetere ad alta voce l’esame, mentre mi riprendi?

Terry: Gradirei che tu non lo facessi. Il suono è inutile. Preferisco il silenzio.

Lynn:E che sarebbe un film muto?

Terry: Facciamo così.  Ci applichiamo sopra dei ballons, dei ballons sopra il tuo faccino, va bene?

Lynn: Ah, un fotoromanzo, quello con le nuvolette?! Divertente!

Terry: No! I ballons sono vuoti! Devono restare vuoti.

Lynn: Non voglio restare senza parole. Se sono un’attrice, devo poter parlare. E non pensare assolutamente di doppiarmi, sai?

Non mi piace questa storia. E’ tutto così strano e senza spiegazioni. Ma un copione non c’è? Non posso imparare un copione?

Terry:Ma non c’è niente da spiegare. Solo da far vedere.

Lynn: Allora a che servono i ballons? Puoi risparmiarteli.

Terry: A far vedere che son vuoti, no? Così nessuno si aspetta le storie. Le storie non ci sono mai, eppure la gente, la gente pensa che il mondo sia pieno di storie! Va a teatro e al cinema, convinta che ci sia una storia, anche ciò che legge in un giornale, la chiama storia.

Ma dove stanno i racconti, quando mai le parole si mettono a dire le cose? Il grande problema dell’uomo è aver imparato a parlare, dietro le parole, egli ha nascosto l’azione. E la verità è diventata una questione della sintassi. Lynn se invece di parlare, di farmi sentire questa voce che hai, che stona, disturba…taci e fatti vedere quanto sei bella…Quanto sei bella.

Nulla più da dire. Mettiti a favore della luce, ora Lynn…arrivo…Sto arrivando, stringo sul primo piano eh…

Ti sto vicino! Ferma, ferma, ferma Lynn!

 

Scena terza

(Dodici anni dopo.  L’alloggio studentesco è stato adibito a clinica medica, la Clinica del Sonno di Ashdown. Qui si curano le patologie legate ai disturbi del sonno.

Durante un colloquio medico.Un lungo tavolo, tipico delle sale riunioni.  Seduti alle due estremità, distanti tra di loro, il paziente, il giovane regista affermato Terry  Worth ed il dottor Gregory Dudden, specializzato in disturbi del sonno.  In fondo alla sala, intenta a leggere un referto medico, c’è la dottoressa Cleo Madison.)

 

Dudden : L’ho sempre pensato.  L’ho sempre detto!

Il sonno è una malattia.

Ma si rende conto quanto tempo sprechiamo nel dormire, quando potremmo vivere il doppio della nostra vita da svegli?

All’inizio pensavo che lei fosse uno dei tanti… che vengono qui, impalliditi da giorni, mesi di insonnia,   a chiedere  profilassi, sedativi per intorpidire le  membra ed  addormentare gli istinti…Perché lo sa, lei lo sa, lei lo sa, vero, che l’istinto primordiale non è affatto quello di dormire, ma di restare svegli! Nell’età primitiva chi si addormentava diventava il pasto di chi restava sveglio, lo capisce?

Ma poi ci pensi, ci pensi! Lei sarebbe mai diventato il regista famoso che è oggi se non avesse lavorato almeno il doppio delle ore che ci sono in un giorno? Sia sincero con il suo medico, signor Worth, lei non sarebbe nessuno oggi, se avesse avuto sonni tranquilli, di quelli che si fanno i mediocri, ogni giorno, ogni notte, ogni notte di giorno. Tutti i qualunque di questa terra dormono e finiscono nell’oblio. Nessuno si ricorda di chi dorme.

Terry (si distrae facilmente, guardandosi attorno) : Ah guardi non saprei…io la seguo poco…Quanto a dormire, io non ho mai dormito.  La mia malattia è che non ho mai dormito, non ci riesco. Sono sveglio come uno di quegli animali notturni che si ricordano di vivere solo quando arriva il buio. E tutto questo è così brutto, così stancante, così alienante. Mi distraggo continuamente. Lo vede, non posso seguirla. Fasci di luce mi colpiscono da ogni angolo, suoni, rumori ed intenti si sommano senza criterio e senza ordine, si presentano davanti a me senza che io possa farne una selezione. Arrivano e basta. E sono in tanti, come mostri che arrivano in branco. Sono invadenti, i miei modi di sentire le cose.

Dudden: Perfetto! Bellissimo! Incredibile! Siamo d’accordo allora. Lei non riesce a dormire più.

Mi racconti, mi racconti  di quando filmava Lynn, la sua fidanzata. Continui il racconto da quella volta. Ashdown, allora era il campus universitario, ospitava gli studenti . Nessuna clinica ospedaliera quale è oggi. Stessa scogliera, stessa aria di mare. Eravate nella vostra stanza, eravate giovani studenti. Tutto il giorno, vero? Dico, La filmava tutto il giorno, la sua fidanzata?

Terry : Ogni ora. Ogni istante.

Mentre si depilava…o leggeva mangiando olive verdi…poi sì, ne mangiava cosi tante che ne aveva la nausea. Quando ero studente qui, ad Ashdown,  non dormivo mai, glielo’ho mai detto?  I miei problemi di insonnia sono cominciati allora. Era per via delle riprese. Mai spegnere la telecamera, mai spegnere quell’occhio, lei ora non lo vede, dottore, ma c’era una lucetta rossa, sempre . Accesa. Altezza, cuore. Non so se gliel’ho mai detto.

Dudden: Perché era il suo occhio, sì, sì me lo ha detto.

Terry:Nonsopportavo di di perdere niente …Certo che è cambiata Ashdown oggi. Gliel’ ho mai detto, quanto è cambiata?

Dudden: Lei è la prova di quanto cerco di dimostrare da anni con le mie ricerche…il film perfetto, la telecamera sempre accesa  nella stanza…una stanza sempre al buio ma sempre visibile. E’ la veglia eterna!

Terry: Ma lei, cosa cerca esattamente?

Dudden : Disabituare l’uomo al sonno. Concedergli uno stato di veglia perenne. Oltre qualsiasi cosa…qualsiasi, capisce?

Terry: Non completamente. Forse sono distratto. Io pensavo che lei volesse curarmi.

Dudden: Lo so, lo so, egregio Mr Worth. I miei metodi non sono condivisi da tutti qui dentro. La vede, la vede quella lì?

Terry : La dottoressa Cleo Madison, dice? Certo, credo di vederla. Una signora elegante.

Dudden: E…mi sa dire chi è?

Terry: Mi spiace, non so dirle chi sia.

Gregory: Molto bene! Esatto. Lei non lo sa. La dottoressa Cleo Madison, si occupa della sua profilassi. Colloquia con me molto spesso, la incontra tutti i giorni perché cerchiamo insieme di capire  i danni procurati alla sua memoria selettiva in tutti questi anni di insonnia…Del resto gliel’ho appena nominata. E lei l’istante successivo non la ricorda più.

Terry: E’ confermato, allora, sono grave?

Dudden: Esatto! Ma per me è un risultato incredibile! Un danno così minimo rispetto ai vantaggi ottenuti nell’acquisto di quelle otto ore per giorno che la gente comune spreca per dormire! Cleo Madison afferma invece che lei dovrebbe essere curato. Che dovrebbe regolare i ritmi del suo sonno-veglia perché i danni al suo cervello sono e saranno irreversibili.

Terry:  Deduco che non abbiate raggiunto nessun tipo di accordo circa la mia cura.  Ma lei, dott. Dudden, lei allora è felice. Non vuole curarmi. Mi sembra di capire.  Certo, capita spesso che i professori medici abbiano discordanze di pareri…La Madison, comunque, mi sembra molto preparata e fra l’altro, assai cordiale…

Dudden: Ma non si faccia imbambolare da quella là… E’ una tutte mossette e sorrisi, certo ha una grande esperienza nella cura del sonno. Ma le assicuro che è ance  una gran..

Terry : La prego dottor Dudden, non vorrei entrare in questi discorsi… la Dott Cleo Madison è pur sempre una signora.

Dudden: Alla signora…come dice lei, piacciono le signore, ecco, diciamo così.

Terry: Ah, capisco. Non si direbbe proprio.

Dudden: Qualcuno direbbe che niente è come sembra…  Ma torniamo al suo referto. Bene, bene. Allora, siamo d’accordo.

Terry: D’accordo su cosa…

Dudden :(non ascoltandolo) Mr Worth, mi dica, ormai è passata una settimana da quando lei è qui. Mi dica. Si trova bene nella nostra clinica?

Terry: Non ho particolari disagi, mettiamola in questo modo. (guardandosi attorno) L’ambiente è pulito, il personale cortese.

Dudden: Bene per oggi concludiamo qui.

Terry:  Dimenticavo. Questa devo dirgliela. L’altra notte, ho scostato il letto dal muro, per recuperare una rivista che mi era scivolata per terra. E…Beh, ho notato una scritta. Ho avvicinato il lume per leggere e c’era scritto…

Dudden: Cosa c’era scritto?

Terry: Stronzo! Enorme. Stronzo. Ma così, è tanto per dirglielo.

Dudden: Provvederemo immediatamente a cancellare la scritta. Le porgo personalmente le nostre scuse,  a nome della clinica.

Terry: Non si preoccupi. Sono cose da niente, in fondo. Sarà stato qualche paziente in crisi da sonno.

Dudden : Eh no, sono cose gravi. Cose gravi, questa è una clinica di tutto rispetto…Sono cose gravi..

Terry: Allora ci vediamo domani, dottore. Mi perdonerà ma devo raccontarle una storia, domani, è che io da un po’ di tempo, non riesco proprio a prendere sonno. Non riesco a dormire, non so se gliel’ho mai detto. Ho problemi di insonnia. Ma glielo racconto domani, ora è tardi.

 

Scena quarta

 

(Alloggio studentesco di Ashdown. Robert e Sarah, due studenti universitari.

I due sono al telefono, lo stesso della reception del campus, ma in due giorni diversi. In scena compaiono insieme. Robert apprende da sua madre che la loro gatta di otto anni, Muriel, è stata investita da un’automobile.

Il giorno dopo, Sarah racconta al telefono, a sua madre, l’episodio che è accaduto all’amico, ma equivocando e credendo che Muriel sia una bambina, una presunta sorellina di Robert, morta in seguito ad un incidente d’auto.)

 

Robert:

Ma quando è successo? No! Povera Muriel! Tu come stai? Pronto, ci sei, mamma?Questo telefono è pieno di scariche. Tu eri presente? Ed hai visto la scena?  Povera piccola, aveva solo otto anni. Dopo Muriel non devono esserci più altri…pronto, mamma? Si te lo stavo dicendo io…Da oggi basta averne altri per casa. Lo vedi, succede sempre cosi, si allontanano e finiscono sulla statale!

Sarah :

Una vera tragedia, da non crederci! Robert me lo ha raccontato ieri ed ancora non riesco a parlarne. Ho fatto i miei soliti incubi stanotte, ero cosi agitata per quanto è successo.

No, no, non hai capito, lei  era piccola, pensa, soltanto otto anni, investita sulla statale…e sotto gli occhi della madre!  Io non immagino come possa sentirsi Robert. Povera piccola, è morta sua sorella Muriel!

(Robert e Sarah si ritrovano a parlare insieme e scoprono l’equivoco in cui sono caduti.)

Robert: Sono cose che capitano.

Sarah.: Non a tutti Robert.

Robert.: Fatalità.

Sarah.: Parlami di lei, ti và?

Robert.: Solite cose…solite moine…era  giocherellona. Adorava i grattini,

Sarah.: Un amore.

Robert: A dire il vero era indisciplinata. Mai la pipì al posto giusto, lei preferiva il tappeto del soggiorno. E se non le andavi a genio ti mordeva!

Sarah: Mio Dio…che dici… di certo per attirare attenzione, per bisogno d’affetto…

Robert: Bah. Natura selvaggia, la sua.

Sarah.: Quando sarà il funerale? Penso a breve.

Robert: Sarah, mi sembra eccessivo un funerale. … e’ già capitato sai, con altre piccine, finite sulla strada, sempre per fuga, per corsa, per distrazione.

Sarah.: E’ successo altre volte!? Robert mi stai sconvolgendo…

Robert: Si pensava ad una cremazione ma no, poi alla fine abbiamo deciso per il solito, faremo come sempre, in un sacco dentro una fossa del giardino.

Sarah.: Mi stai facendo venire i brividi…io non riesco a capire…

Robert.: Sarah non è questa la reazione giusta, alla fine ci si rassegna. Ora mi viene in mente, ascolta questa, che ridere,  quella volta in cui a mia madre venne un infarto ritrovandosela con un topolino in bocca!

Sarah .: In bocca, tra i denti?!

Robert: Con le pupille spalancate e le orecchie dritte e tese!

Sarah.: In segno di terrore? Era terrorizzata?

Robert.: Macchè, classico atteggiamento di caccia.

Sarah.: Andava a caccia? No!

Robert.: Eccome! Era il suo sport preferito fuori in giardino.

Sarah.: Ma…ma era disturbata, inquieta..dimmi Robert, con problemi comportamentali…

Robert.: No, direi di no! Anzi,era agile, molto veloce.

Sarah.: C-come un atleta?

Robert.: No,  no, proprio come un felino.

Sarah (sempre più disturbata).: Era un bimba particolare, insomma.

Robert.: “Bimba”… “Bimba” era il suo soprannome

Sarah.: La chiamavi “bimba” Cleo?

Robert.: Chi è Cleo?

Sarah.: Non è Cleo?

Robert.: Chi?

Sarah.:  La tua ” bimba”?! Come la chiami, Cleo!

Sarah.: Muriel! Il suo nome era Muriel, Sarah!

Sarah.: Oh, ho sognato che si chiamasse Cleo. Stanotte, ero agitata, mi sono confusa, scusami, credevo, io ho pensato, ho sognato che la bambina si chiamasse Cleo…

Robert.: Cleo, chi?

Sarah: Tua sorella, insomma, Robert.

Robert.:Non ho sorelle, Sarah.

Sarah.: e Muriel chi è!?

Robert: Sarah, Muriel è la mia gatta!

Sarah: Ah! Cosa? Una micetta…non hai sorelle e Cleo…

Robert: Ma Cleo chi è?

Sarah: Cleo è tua sorella, cioè Muriel, la tua gatta…era tua sorella nel sogno e si chiamava Cleo!

Robert.: Cioe, hai pensato fosse morta mia sorella?! Una sorella che non ho!

Sarah.: Che sciocca che sono!  Mi avevi raccontato della morte di Muriel, ieri, avevo litigato con Gregory, ero scossa.. ho sognato, ho confuso! Ho inventato, io ho creato una cosa che non c’è. Gregory è così opprimente di notte, con il suo gioco mi tormenta il sonno…

Robert.: Hai  cambiato il nome della mia gatta,  hai sognato che mia sorella, che non esiste, è pure morta. Che più? Sarah.: Ma che devo dirti, era così realistico.

Io ho sognato Cleo. Cleo è tua sorella, per di piu ti somigliava, anzi, era la tua gemella!

Ti ho sognato nella tua parte femminile, gambe lunghe e snelle…gli occhi con l’ eyeliner! Con una camicetta bianca …tua sorella gemella!

Io ho sognato che Cleo, tua sorella gemella, moriva in un incidente d’auto. Mi a suggestionato il racconto su Muriel, la tua gatta, ed io ho confuso tutto.

Robert.: Brava, Sarah, e per caso hai pure sognato che faceva pipì sul tappeto di casa? Mia sorella! Sarah!

Cleo-Muriel, Muriel-Cleo!

Sarah.:Non prendermi in giro, basta! Sono abbastanza sconvolta…non distinguo, lo vedi, per me le cose, le cose non hanno distinzione, non c’è mai una separazione tra ciò che è reale e ciò che è sogno.  Quanta stanchezza vivere così. Scusami Robert…

I miei occhi chiusi  rivelano la verità del doppio, dice Greg.

Robert.: Dagli occhi per me si vede solo una cosa. Com’è fatta una persona. E penso che quel Gregory sia un matto. E penso che dovresti smettere di frequentarlo.

Sarah.: Dagli occhi…aperti, dici, si vede com’è fatta una persona? Quello che pensa, quello che vuole dire…è tutto esposto? Non è nascosto?

Ma a te piacciono le palpebre?  Greg le adora.

Robert.: Greg, Greg…discorsi assurdi …quanto sei confusa.. Sarah! Mi fai preoccupare.

A me, sì,  piacciono gli occhi…aperti, certo!

C’è forse un modo di essere occhi che non sia questo? Aperti? E mi piace il tuo colore, sai.

Sarah: Che vedi nei miei occhi?

Robert: Vedo che sei Sarah. Tu. Vuoi sapere come sono i tuoi occhi?

Sarah.: Robert, ma tu hai mai pensato al fatto che siamo in balia dello sguardo degli altri, sempre…lo sguardo degli altri ci è addosso, ci domina. Noi invece non possiamo vedere il nostro sguardo, unici proprietari eppure senza diritto di proprietà.  I volti sono qualcosa di visibile solo per gli estranei, gli ultimi a riconoscerci siamo solo e sempre  noi. Strano ma è così…Ci vediamo eh…Strano…”

(Sarah esce di scena ripetendo “Strano”)

Robert: Ci vediamo dopo a mensa, si!

Sono occhi che guardano, i tuoi, Sarah. Occhi guardati da troppi incroci. Occhi narcolettici! Quando si incontrano occhi cosi, sarebbe meglio non addormentarsi. S’inventano storie pericolose. Qui non si dorme mai.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Scena quinta

(Studentato di Ashdown. Penombra nella stanza di un mattino appena sorto. Sarah dorme. Veronica, studentessa di Cinema,  fumando una sigaretta la osserva  seduta ai piedi del letto. Poi tenta di svegliarla toccando insistentemente la sua caviglia.)

 

Veronica: Sarah svegliati, svegliati.

Sarah (mugugnando): Hmmm…buongiorno.

Ma allora non era un sogno?

Veronica: Cosa?

Sarah: Beh ho fatto un sogno. E c’eri anche tu. Era un sogno su noi due.

Veronica: E allora?

Sarah: Non so come dirti…è imbarazzante. Ho fatto un sogno erotico su di noi.

Veronica: E chi ti dice fosse erotico?

Sarah: Era imbarazzante.

Veronica: Immagino. E chi ti dice fosse un sogno?

Sarah: Deve essere per forza così, no? Ieri ci siamo addormentate sui libri.

Veronica: Si. E poi ci siamo messe a letto. Eri molto stanca. Io ti guardavo, avevi i miei stessi occhi, credo. Cerchiati dal sonno!

Sarah: Tu mi hai visto, hai visto mentre mi addormentavo?

(Veronica si avvicina a Sarah e cerca di toccare le sue palpebre con le due dita)

Sarah: Sta ferma, per favore. E’ un gesto che mi irrita.

Veronica: Ah siamo nervosette stamattina. Cos’è, hai ancora la voce impastata di sonno e già sei piena di collera verso il mondo?  Allora, sentiamo questo sogno.

Ti tormenta cosi tanto?

Sarah: Non è questo. E’ che quando fai un sogno su qualcuno…un sogno erotico…non riesci più a guardare questa persona dritto negli occhi, il giorno dopo.

Veronica: Come tu stai guardando ora me, dici? A me sembra che tu mi stia guardando nello stesso modo di stanotte. Dritto negli occhi. A  me non piacciono le persone che non guardano in faccia. Sulla faccia c’è tutto quello che si possa vedere di una persona. Anche le parti più intime, si ritrovano negli occhi.

Sarah: E tu che vedi nei miei occhi?

Veronica: Vedo che mi guardi mentre ti guardo. Nei tuoi e nei miei occhi ci siamo solo io e te.

Sarah: Beh, comunque, è stato un sogno, non mi ci far pensare più. Non cercare di confondermi. Greg lo fa sempre.

Veronica:  Ma se fosse stato solo un sogno, non potrei ricordarmelo così bene anche io.

Ti sconvolge?

Sarah:  No, è tutto a posto. Tranquilla.

Veronica: Non proprio a posto. Se le cose fossero sempre al loro posto, non ci sarebbe di che lamentarsi, nella vita.  Ma invece, le cose si spostano, si muovono, si nascondono, solo per il gusto di  farsi cercare. Puoi sentirle ridere, le cose, di soppiatto, mentre impazzisci per casa a scovarle.

Sarah: E perché si muoverebbero le cose?

Veronica: E’ chiaro, per dispetto. Perché non vogliono che non se ne abbia cura o devozione solo perché “sono sempre lì,  sempre uguali e chi le tocca più”

Sarah: Tu non ti senti a posto?

Veronica: No. Praticamente mai. Credo di essere nata in un posto sbagliato, credo che mi ci abbiano portato per errore. Credo, credo di dover andar via prima o poi. A che serve restare, i posti non hanno radici.  Io non so bene perché le cose, alcune cose, stanno sempre ferme e non si muovono mai. Deve esserci in loro un istinto di morte che le fa sembrare vive. Come gli animali, che si mimetizzano immobili su una foglia o dentro uno specchio d’acqua.

E ci credono per davvero, che stupidi, che son foglie, pietre, rughe, concetti, idee! Approfittano dei riflessi, della congiunzione delle stelle, magari di un giorno più clemente degli altri. Stanno fermi al loro posto, in silenzio, beffando i cacciatori.

E poi si gonfiano di superbia perché sono scampati al dover decidersi, prima o poi, ad essere qualcosa o qualcuno.  Beati loro, che dannati! La vita prima o poi li troverà.

Ma tu ci pensi? Ma poi tu ci pensi? Ma ci pensi che colpo di genio se un bel giorno i Giapponesi si alzassero dal letto e affacciandosi alla finestra non trovassero più il Fujama!

Sarah: E dove se ne sarebbe andato il Fujiama?

Veronica (ridendo): Ma che ne so! In giro in occidente, a sculettare con la sua cima innevata. Felicemente fuori posto…a mostrare la possibilità del movimento…a scambiare la sua eleganza orientale con l’impertinenza occidentale delle cose, quelle cose che sì per dispetto, non stanno mai al loro posto. Ah, che bel rovescio di cose, sarebbe. Finalmente. Un po’ di novità in questo mondo bipolare.

Sarah: E tu poi, chi trova te  alla fine? Ti farai trovare, Veronica?

Veronica : Mi trovo sempre da sola, tesoro mio.

Allo specchio, per esempio. Se un giorno tu non dovessi trovarmi, và allo specchio, mi ci imbalsamerò dentro.  Mi piace guardarmi allo specchio, almeno ciò che vi vedo è quanto ci ho messo io. Che mi importa se è solo un riflesso.

Sarah: E cosa ci vedi dentro?

Veronica: Mi vedo e mi amo.

Sarah : Tu mi ami?

Veronica: Senti, ci vieni oggi a seguire le prove in teatro per lo spettacolo di fine anno? E’ un dannatissimo lavoro di Pinter. Bello, bellissimo. E dannato. Tu lo sai che in Pinter le cose non si trovano mai al loro posto? Lo adoro…

Sarah:  Non mi hai risposto…sì verrò più tardi.. comunque, dimentichiamo questo sogno erotico, è tutto già complesso così. Fino ad ieri, la mia notte con Gregory era piena di incubi, non distinguevo il sogno dalla realtà. Oggi sto con te. E sono confusa lo stesso. Ma vuoi vedere che il problema sono solo io?

Veronica: Sarah… magari vuoi saperlo, magari potresti ricambiarmi come hai fatto stanotte.

Mi sto innamorando di te.  Mi sto innamorando di te ed è semplice farlo, come si fa  un sogno erotico.

Ma le cose si spostano, Sarah, non stanno mai al loro posto. Siamo come animali nell’atto di un nascondimento. Si vede il nostro riflesso, non ciò che siamo dentro. Per davvero. Mi sto innamorando di te.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Scena sesta

(Alloggio di Ashdown. Gli studnenti Robert, Lynn e Terry  discutono animatamente. Robert si scopre innamorato della giovane Sarah. Lynn e Terry cercano di dissuadere l’amico dal frequentare una tipa strana come lei. )

 

Robert: Mi sto innamorando. Mi sto innamorando di lei.

Lynn: Pensaci bene, Robert, molto bene. Quella lì è una pazza squinternata.

Robert: Non è affatto vero.

Terry: Ma lo hai saputo che bel piattino mi ha giocato? Con quei suoi stramaledetti sogni.

“Scusa Terry, io credevo di aver fatto le correzioni al tuo articolo..ti giuro lo credevo” ed invece l’aveva sognato! L’ha consegnato al professore, nella bozza originale piena di errori! Mi ha fatto bocciare. Roba da matti. Quella lì è una malata mentale, dice che non distingue il sonno dalla realtà. Quella è scema.

Robert: Ma non esageriamo adesso, può capitare in momenti di stress.

Lynn: Ma Robert, non sai che è andata dicendo in giro?

Terry: Cosa?

Lynn: Che Robert ha una sorella gemella!

Una sorella, Robert,  che i tuoi genitori hanno dato in affidamento perché non potevano mantenervi entrambi. E di cui tu hai saputo l’esistenza solo dopo molti anni.

Terry (ridendo): Quella Sarah è matta. Dice solo fandonie.

Robert: Ma perché dovrebbe essere una bugia, non potrei avere una sorella gemella?

Terry (con l’espressione seria) : Mi stai dicendo che è vero? Robert, io ti conosco da due anni e tu non hai né sorelle né fratelli. Sono stato a casa tua quante volte, dieci, cento, mille?

Robert:  Cosa centra…Non capisco perché avrei dovuto dirtelo. Diciamo che non si è mai presentato il momento giusto.

Terry: Stai bluffando, ora per difenderla, ti inventi storie per difendere la reputazione di quella pazza. Ma non ci riesci Robert. La sua fama la precede!

Lynn: E con una demente che conosci da poco più di un mese, non dirmi che invece era il momento giusto?  Non ci credo. Secondo me Robert intende un altro, di “momento giusto”…

Robert: Ed invece dovete crederci…ma perché qui tutti pretendono di sapere le cose vere, quando poi le cose vere sono proprio quelle che non si dicono?!

Lynn (ridendo verso Terry): Hai visto a non riempire i ballons? Niente spiegazioni eh? Questo è il risultato. Un bel caos. Qui avete tutti delle grandi fissazioni. Fissate un punto nel cielo e ci spingete dentro un chiodo dentato, finchè questo cielo non si apra come una voragine buia. Ma cosa credete di fare? Che cosa avete ottenuto una volta che il cielo è ancora più buio di quando è buio?

Robert (serio): Si chiama Cleo. E’ la mia gemella, va bene?

E adesso basta con questa storia, Sarah dice la verità. E poi non è  una mezza demente. Io…io mi sto innamorando di lei.

Lynn: Ah, questa poi, tutti a parlare di amore! Cretini!

Lasciatelo stare il cielo, le stelle, le cose più grandi di noi! Lasciatele stare, le altezze, il magma, i deliri. Divertitevi! Divertiamoci! Siamo giovani! Siamo all’università!

Terry (ancora scosso, fra sè): Cioè, tu hai una sorella gemella di nome Cleo ed io non lo sapevo…Io non lo sapevo…resto sveglio tutte le notti e perdo comunque le cose. Io resto sveglio e non conosco le cose.

Lynn: Sta a sentire, Robert, ora seriamente, si dice che se la faccia con gente strana, quella gente non proprio a posto, con quelli del corso di Cinema. Una volta Ronnie stava tenendo uno dei suoi soliti monologhi sui maschi stupratori delle moglie…in piena sessione dell’esame di Estetica! Voleva convincere il professore sulle sue idee femministe del cavolo. “La moglie non è un oggetto della casa. E lei professore è un altro di quelli che estendono il diritto di proprietà dalle cose alle persone.” Blaterava come un ubriaco. Si sono conosciute così…  e da allora sono inseparabili.  Pare che ora stiano insieme. Sarah, quella specie di spaventapasseri incolore e senza personalità non è altro che una….”

Robert: E basta con questa storia, non è uno spaventapasseri. E comunque il fatto che stia con un uomo, non cambia quello che provo per lei. Sapevo che prima stesse con Gregory, ora forse ha conosciuto questo Ronnie anche per dimenticarlo, non lo so.

Lynn : No, forse non hai capito.

Terry (ancora fra sé): Una sorella gemella di nome Cleo…ed io, io che riprendo sempre tutto, con la lucetta rossa della mia telecamera, io non sapevo nulla.

Lynn: Ti ho detto che Sarah si è messa con Ronnie, ma Ronnie non è un uomo. E’ il diminutivo di Veronica. Si è messa con una donna! Sarah e Veronica si frequentano da qualche settimana!  Si frequentano, sono fidanzate! Che Veronica avesse tendenze del genere, lo sapevamo tutti, non era mica un mistero! Gran bella personalità la sua, in grado di ricoprire tutti i ruoli del mondo! Ci vuole genialità ad essere tutti e fingere di essere se stessi. Ma  quella pazza squinternata di Sarah no! Chi lo avrebbe mai immaginato? Pianta il povero Greg facendolo passare per uno psicopatico. Dice in giro solo sciocchezze,  ma qui la povera pazza è solo lei!

(Robert resta ammutolito, Lynn ricomincia a mangiare olive e Terry prende la telecamera e l’accende. Silenzio.)

Robert: Con una donna….le cose femminili che piacciono alle donne…quelle tenere, che non fanno male. Stare con le donne, per le donne, è meno doloroso.

Terry: Me l’ero persa questa…una sorella gemella di nome Cleo…Mai chiudere l’occhio, io lo dicevo…ho ragione a farmi venire un infarto ogni volta che non trovo qualcosa. Questo qualcosa, dov’è? Dov’è?

Robert: Con una donna, una donna, la mia Sarah…la bella Sarah…

Terry: Me l’ero proprio persa. Io questa me l’ero persa.

Lynn: Tutti, prima o poi, ci perdiamo qualcosa. Meglio non farsi troppi problemi…non pensiamoci. Divertiamoci!

 

Scena settima

(Dodici anni dopo. Clinica del sonno di Ashdown. La dottoressa Cleo Madison, che altri non è che il giovane Robert che ha cambiato identità e nome,  ed il dott. Gregory Dudden  sono a colloquio. Terry Worth, paziente della clinica, è disteso sul letto, sotto ipnosi e comincerà a parlare )

 

Cleo: Ha già visitato Terry Worth?

Dudden: I suoi danni cerebrali sembrano essersi arrestati.

Cleo: Eccetto i soliti capogiri, cambiamenti d’umore.

Dudden: Ma non ci sono disturbi della memoria a lungo termine.

Cleo: La pressione arteriosa è molto bassa.

Dudden: Non ha mai perso coscienza.

Cleo: Dottore, Terry continua a rifiutare  il calmante della sera.

Dudden :Per lui ci vuole una terapia individuale.

Cleo: Ma una corretta igiene del sonno è indispensabile.

Dudden: Senta, da oggi mi occuperò io del paziente.

Cleo: Dott. Dudden…la prego, credo di potergli essere molto utile.

Dudden: Buona giornata, dottoressa Madison, è appena cominciato il suo turno.

Cleo: Sta cominciando a parlare. Silenzio!

Terry:   E’ questa idea, questa ossessione di perdere le cose che accadono, di non vedere ciò che veramente c’è. Io ho perso molte cose nella vita, eppure erano sotto i miei occhi, tante, troppe, tutto, me innanzitutto. Non la ricordo la mia adolescenza, o forse sì, qualcosa, ricordo un campus, una scogliera, del mare immenso, cosi grande che non c’è da essere buoni o cattivi, nel mare, si può essere tutto, tanto è immenso. Tanto c’è posto per vivere tante volte e tante vite diverse da queste. Ricordo che in questo mare nuotavo ma non vedevo la riva, la riva, quella linea bianca che sta sempre oltre un nostro desiderio, la riva, quella da raggiungere, che somiglia, somiglia ad un passato, forse somiglia a mamma, forse a noi, quando eravamo piccoli e senza paure. La riva bianca che somiglia al sorriso di mamma…

Ricordo che c’erano tanti giovani qui, eravamo studenti, studenti ad Ashdown, viaggiavamo con le teste piene di idee e delle idee in testa che erano confuse, non erano brutte, erano solo confuse. C’è sempre stato qui ad Ashdown, chi ha chiesto un po’ di pace, di sana selezione fra giusto e sbagliato, fra uomo e donna, fra sonno e veglia, fra me e te, fra qua e là, fra io e nessuno. Ma c’era il mare, qui ad Ashdown, ed il mare è una cosa immensa, è come un’origine, in esso ci trovi pure la fine e la fine, alla fine, si crede un inizio. Il mare ha bagnato tutte le nostre confusioni e se l’è portate dietro. E pure se c’è la scogliera, le onde si infrangono ma non si dileguano, la schiuma borbotta ma non si asciuga, pure oggi che sono malato, qui è lo stesso. Sento le onde che arrivano ed arrivano comunque, anche se io sono stanco e distratto. Non ho mai voluto perdere niente di tutto quel mare. E non ho mai dormito. Se nessuno mi guarirà, io, quel mare immenso, lo ingoierò tutto, prima o poi.

Cleo Madison: Terry,  che ti hanno fatto…Mi dispiace che tu non riesca più a dimenticare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Scena ottava

(Dodici anni prima. Alloggio studentesco di Ashdown. A sinistra, Veronica  sdraiata sul letto. Entra Robert che cerca Sarah. A destra si sta preparando una festa del Campus, con tutti in scena)

 

Robert: Dov’è Sarah?

Veronica: Chi si rivede, il buon Robert.

Robert: Buon giorno Veronica…dov’è Sarah?

Veronica: Non c’è… Che intenzioni hai?

Robert: Tu che vuoi?

Veronica: E bene che tu lo sappia. Io e Sarah stiamo insieme. Ah, per chiarire. Anche di notte.

Robert: Sarah è confusa. Lasciala in pace.

Veronica: Sai che sembri? Hai presente le carte moschicida? Ti ci si attacca sopra la noia e la banalità, ogni forma di stupida normalità sta sopra la tua faccia.

Non c’è imposizione tra me e Sarah. Io e Sarah ci capiamo con un solo sguardo. Ed è quello che non potrebbe succedere tra di voi né con nessun altro uomo.

Robert: Ma tu negli occhi di Sarah che vedi, rispondi a questa domanda, è un bel giochino, pare di moda ultimamente.

Veronica: Me. Vedo me. Vedo una donna.

Robert:  Rispostaccia sbagliata!

Non sei migliore di Greg. Dovresti vedere gli occhi di Sarah. Alla fine, uomini o donne che siamo, se non sappiamo amare, non fa poi differenza.

Veronica: : Beh, i punti di vista sono leggeri e malsani, a volte, quando sono troppo diversi.

Robert: Dille che sono passato.

Veronica: Glielo dirai tu quando la vedrai. E allora, sarà ancor più passato, il tuo esser passato.

Sei estremamente fuori tempo.

(A destra del sipario comincia la Festa del campus di Ashdown. Gli attori entrano tutti in scena, Gregory, Terry, Lynn. Robert e Veronica li raggiungono. Ballano tutti. Sarah balla.  La musica cresce, rumorosa. La sua risata si fa sempre più ansiosa e quasi isterica.  Perde i sensi ed ha un malore.  Accorrono tutti verso di lei.)

 

Veronica: Togliti di mezzo, che le togli l’aria.

Gregory: Fatti indietro, ci penso io!

Veronica: Bastardo, non la toccare!

Gregory: Mi prendo io cura di lei.

Veronica: Abusando ancora dei suoi sguardi?

Gregory: Mi fai pena…tu non sei migliore di me. La notte ti infili dentro di lei solo per guardarti

mentre ti tocca!

Veronica: La carne si può forzare eppure resta carne. Ma violentare un pensiero quando dorme, è la  condanna del risveglio.

Gregory: Sei una deviata, perversa! Lesbica!

Veronica: I simili si riconoscono quando soffrono, eh Greg? Basta annusarsi. Tu trasudi umido come me!

Gregory (allontanandosi): Sparisci! Siete tutti dei perdenti.

Veronica: Ma dove pensi di andare? Te li porti dietro gli occhi!

Gregory: Io sopravviverò ad Ashdown. A questa immensa confusione di ruoli e di mostri!

Veronica: E che pensi di fare di te? Un medico? Guarda come l’hai ridotta!?

Gregory:  Ma andatevene al diavolo! Me ne vado altrove!

Veronica: Non ti aspetta nessuno! Greg! Nessuno ti aspetta!

(Mentre gli altri escono di scena, Sarah, dopo il malore, viene portata sul letto da Robert, anch’egli visibilmente ubriaco. )

Sarah: Tu lo sai, vero, lo sai che amo Veronica? E lo sai che Veronica ama me?

Robert: Vieni, stenditi sul letto. Ma quanto hai bevuto stasera, Sarah! Come ti senti adesso? Scotti, hai pure la febbre.

Sarah: Ma lei dopo sei mesi…lei prende e se ne và. Va a lavorare in banca! A Londra! Capisci?

Gli ideali…il teatro…l’amore per me!  Che grandi cretinate! Ora si diverte a fare la signora borghese! Il padre le ha trovato, le ha imposto, non so bene, un lavoro in banca, e lei? Lei, ci va. Ed i suoi ideali? Bolle d’aria. Se le rompi, non fanno nemmeno rumore.

Robert: Calmati, ora. Gli ideali sono scatole vuote. Si possono aprire, si possono tradire. E’ banale dirlo, ma la vita è semplice, cosa credi? Non è troppo originale alle volte. Succede sempre così, si cambia idea, si finisce con l’adeguarsi, si segue la corrente.

Sarah: Mmm…tu lo faresti? Bagnarti in una corrente contraria, tutta contraria a quella che hai seguito fino ad ora, come un pesciolino per bene che segue la sua rivoluzione? Lo sfideresti tu l’oceano?

Robert:  Sì, penso che lo farei. Se chi amo me lo chiedesse, se potessi trovare il  modo per farmi amare da lei, è molto verosimile che attraverserei oceani contrari e  correnti inesistenti.  Magari diventerei anche chi non sono. Si, tutto sommato, potrebbe avere un senso non spiacevole, cambiare idea, di tanto in tanto…Ma ora basta parlare, sei stravolta. Avanti mettiti a letto.

Sarah: Tu non ti metti a letto?

Robert: Si, certo, dopo che ti sarai addormentata.. Sei agitata e temo che farai un altro dei tuoi sogni allucinatori.

Sarah: Ma io intendo non ti metti nel “mio” letto? (s’avvicina a Robert  e gli mette le braccia al collo)

Robert: Tu sei ubriaca.

Sarah : Non mi sembra un motivo molto valido per rifiutare.

Robert: Non sono io che ti rifiuto Sarah. Dovresti averlo capito.

Sarah: Se tu ti vedessi come ti vedo io…

Non puoi cominciare a cambiare idea…da stanotte? Davvero non vuoi stare con me?

Robert: Per poter cambiare idea, ci vorrebbe un’altra persona qui. Una che somigli a Cleo, no? La parte femminile di me, quella specie di gemella che altro non sono che io, Sarah. Quella che tu vuoi che io sia. E’ vero ora è tutto chiaro. Potrei seguire la mia rivoluzione, per te lo farei.

Sarah: Avanti… non farti pregare…

Robert: Domani te ne pentiresti, lascia stare le cose come stanno, per stasera.

Sarah: E allora? Vorrà dire che dopodomani cambierò idea ancora. Si possono vivere due vite, in questo modo. Semplicemente fantastico.

Robert (adagiandola sul letto): E allora puoi perdonare Veronica. Quanto pesi Sara…Puoi perdonare chi cambia idea, tu la ami!

Sarah: Ma che c’entra l’amore….è che detesto i giochi. E  lei sta giocando, a nascondino, sì, come il Fujiama.

Robert:  Nascondino?

Sarah (ridendo): Lo fa per farsi trovare. Per spingere chi o cosa a cercarla, non lo so. Lei è una tipa che non vuole mai stare in un posto solo. Pensa che le radici le mettano solo i cadaveri e che i vivi, invece, da vivi, debbano volare.

Robert:  Teoria interessante. E che centra il Fujama?

Sarah:  Una storiella che ha inventato lei. Non la ricordo ora…Certo che scoppierebbe la terza guerra mondiale se il Fujiama se ne andasse sculettando in America!

Robert: Sei sbronza da far paura.

Sarah: Andrebbe a far la geisha nelle case  borghesi di Hollywood!  sai che disastro? Con quel sedere enorme che si ritrova, il Fujiama!

Robert: Ma insomma, Veronica che vuole, secondo te?

Sarah: Quando sei stufa,  si comincia un gioco, una specie di fuga… mentre gli altri che non si erano nemmeno accorti di te credono che sei sempre lì. Stufa ma sempre lì. Allora il Fujiama s’è vendicato, lui per tutti e  s’è messo a giocare a nascondino. E chi lo ritrova più?

Dormi con me?  Dormi con me, Cleo?

Robert:  Io sono qui. Non vado via.

Sarah: Mmm…tanto possiamo sempre cambiare idea, lo sai.  Ti fa vivere due volte il sì ed il no, si, no, si, no,  cambiando idea.

Robert: Ora dormi. Buona notte. Resto accanto a te. Facciamo così, domani risolvo tutto. Domani ci penso io a noi, Sarah. A te, a Cleo, a me. Risolvo tutto. Non pensare a nulla, ora, dormi, dormi fra le mie braccia. Dormi, dormi amore mio.

 

 

 

Secondo Atto

Scena prima

(Alloggio del campus di Ashdown. Ai due lati opposti, della scena Veronica, seduta davanti allo specchio, e Robert, in piedi.  Rispettivi monologhi solitari.

Al centro della scena, sul letto, dorme Sarah. E’  notte di trasformazioni. )

 

Robert: Fra il si ed il no….lei dice, vivere due volte…. fosse facile come cambiarsi d’abito…Quanto facile sarebbe fare della vita un cambio di idea.

Cambiare idea mi permetterebbe di batterle tutte, queste strade, senza commettere il delitto di compiere una scelta.

Veronica: Ma che senso ha ricordarsi di un appuntamento?  Tutto sembra vivere solo nell’istante in cui lo pronunci. I ritardi o gli anticipi, poi, sono invenzioni da orologiai. La verità è che non esistono o  finiscono con il somigliarsi troppo per poter giustificare una precedenza. Ho l’impressione che non verrà nessuno a cercarmi. Che idiozie, son tutte idiozie. Dovrei inventarmelo da sola il mio finale.

Robert: Sbattiamo le ciglia quante volte al minuto? Un gesto così banale, ma ripetuto quasi in eccesso, in sintonia o in contrasto con le pulsazioni cardiache, sempre qui, a darci la possibilità ogni volta che riapriamo gli occhi, di essere qualcosa di diverso da prima.

Veronica: E’ che il tempo ha questo di bello, che sa tornare indietro quando ammette di aver sbagliato, oppure accelerare nel futuro solo perché si sente audace. Io ho una vita esposta, uscita tutta fuori come da un guscio e non ho più un momento per ricordarmi com’ero, quando ero piccola, quando ero seminascosta. Vorrei nascondermi, aspettare che qualcuno venga a cercarmi, finalmente.

Robert: Non resta che un gesto, quello che fanno tutti coloro che si sentono in difficoltà,  mordendosi le labbra, oppure le  palpebre, cercando, scavando, disegnando un pezzo meno scontato di posto dove abitare, o solo rifugiarsi per quel breve momento di disagio. Dovrei proprio cambiare idea, un giorno di questi, ci proverò… Respiro. Bisogna solo respirare, quando ci si sente così infermi e caotici, allo stesso tempo.

Veronica: Chi ha provato a vivere di esposizioni sa bene che difficilmente si torna indietro.  Sarah ora dorme. Quanto è innocente, lei, lei che nemmeno sa cosa vuole. Sarebbe meglio lasciarla andare, farle credere che in fondo potrebbe avere una vita normale.

Robert: Ma poi, che ci vuole? Sarebbe sufficiente rovesciare il sistema, ruotare il senso, soffocare tutte  le pareti di questo gusto perbenista. Ho un umore accartocciato, arricciato, finirò con il capovolgermi come un’onda. Che rivolta  sarebbe…la mia rivoluzione.

Veronica: E così, finisce la voglia di chiedersi se tutto possa avere un senso. La risposta è diventata troppo scontata, al punto che la domanda stessa si è dileguata per pudore.

Usciamo di casa, aspettando la pioggia perché almeno non ci colga di sorpresa un temporale e tutte le variazioni del cielo che non ci siamo fermati a contemplare.  Continuiamo a cercare scuse qualsiasi per saltare le piccole riunioni di amici solitari, dai visi lunghi come pendoli di ombre, e quasi ci diverte il gioco del nascondino, quando si fa sera e ci sembra carino ritrovarsi dietro un muro, in silenzio.

Robert: Ma arriverà mai il libera per tutti?

Veronica: Cambiare idea…per vivere due volte…proviamo…proviamo a nascondersi e sperare in un ritrovamento…

Robert: E va bene, proviamo a cambiare idea…intanto stanotte è già passata. Sono un idiota. Sempre in ritardo. Maledizione e se domani non sarò in tempo?

Veronica: Certo, cambiare idea è un privilegio solo se c’è qualcuno che rimane a guardarti mentre lo fai. Ma qualcuno chi? Chi meglio di me potrà dirmi “brava, ci sei riuscita a vivere due volte”. Chi, meglio di me potrà guardarmi negli occhi ed io potrò davvero vedermi, ancora una volta, in quello che faccio, sempre e costantemente, guardarmi mentre cambio idea?

Robert (testa fra le mani) Maledizione, maledizione! Sempre in ritardo su me stesso, è la mia storia che si ripete.

Veronica: Potrei guardarmi ancora per un po’. Per il tempo che sarà giusto farlo. E poi scomparirò!

(Sarah lancia un grido nel letto. Il suo sonno è tormentato. )

Veronica: Ma prima ancora di farlo, prima di ogni emissione, il tempo è già sempre scaduto e qualcuno, infastidito nel sonno, ci ha gridato di smetterla.

( Robert scrive la sua bestemmia sulla parete. La parola “stronzo” è quella che il paziente Terry Worth, una decina di anni dopo, troverà scritta sulla parete della sua stanza della clinica di Ashdown e che ha denunciato al suo medico curante)

 

Robert (urlando, a ridosso di una parete, incide la parola): Stronzo!!!!

 

Scena seconda

(In scena il passato ed il presente sono simultanei. Clinica di Ashdown.: Il paziente Terry Worth e l’illustre medico Gregory  Dudden sono seduti al tavolo. Studentato di Ashdown : Veronica, dodici anni prima, era nella stessa stanza, dove consuma il suicidio.)

 

Dudden: Lei capisce bene che si tratta di una grandissima scoperta.

Terry: Dott. Dudden, con tutto il rispetto, ma vede…

Dudden: E’ normale la sua ritrosia, sa? Non aspettavo altro, un atto di resistenza. Del resto. Ascolti bene, lei  sa perché sto facendo tutto questo?

Terry: Lei vuole cancellare il sonno dalla vita delle persone… me lo ha detto.

Dudden: C’è una cosa che non sta considerando in tutto questo gran parlare..

La morte.

Terry: Che centra la morte, adesso?

Dudden: Non si agiti ora. Lo so che questa parolina mette sempre un po’ d’apprensione. Ma provi a vedere le cose da un altro punto di vista.

Terry: Vada avanti. Io la seguo per un po’ (continuando a distrarsi)

Dudden: C’è un istante nella vita di ogni uomo, che l’uomo non potrà mai guardare. E’ quell’istante che vorrei si cogliesse. Vorrei che si cogliesse nel rispetto della nostra coscienza e per dispetto nei confronti della sua prepotenza. La morte…quella cosa di cui tutti parlano e che nessuno vede. Quella visita inaspettata mentre dormi…

Terry: Santo Iddio, dott. Dudden, ma lei cosa sta cercando di dirmi?

Dudden: La morte! La morte, mio caro amico. Guardare in faccia la morte!

Veronica (parlando da sola) Guardarmi morire. E aspettare di vedere chi viene a raccogliermi. Che impatto sarebbe…

Terry:  Sa, devo confessarle che comincio ad essere stufo, che vorrei vivere in un modo più semplice.

Dudden: E’ lo stesso impulso di vita che ci spinge a rinnegare la morte! Non posso essere vivo e poi…morire. Non posso. Quegli occhi chiusi, quelli, io li odio.

Terry: Lei non conosce il finale della mia storia, però. E’ un finale che…qualcosa dice.

Dudden: Ma caro amico, non ci sono finali!

Veronica: Sarebbe un finale meraviglioso, tutto da aspettare e senza la paura della fine.  Siamo spettatori di ogni cosa, tranne che… del  nostro sguardo e della nostra morte.

Terry: Il mio finale c’è, se lei avesse la pazienza di ascoltarmi… d’improvviso sento che devo raccontarlo. Devo liberarmene!

Dudden: Ah no! Non c’è tempo! Non c’è tempo!

Terry: Dott. Dudden, guardi che la mia telecamera ad un certo punto…io glielo devo proprio raccontare…fu questo a  ferirmi…

Dudden: Taccia, non c’è tempo per parlare!

Veronica:  Se davvero è tutto così inutile …Se gli altri ci decidono e ci spostano come oggetti…io volevo diventare un’attrice, mi sento un’attrice. Ma poi arriva qualcuno, magari tuo padre, a dirti che per te c’è un altro futuro. A Londra, a lavorare in una banca. A scrivere carte mentre io vorrei recitare. E’ tutta una vita che lotto per essere chi voglio. E poi, arriva qualcuno e ti sposta. Allora, se è così…voglio spostarmi io da qui.

Terry: Ma lei crede davvero che si possa vivere una vita senza dormire?

Veronica: Non si può vivere una vita senza morirne.

Dudden: Credo che…credo che non ci sia tempo per riposare.

Veronica: Che bel riposo sarebbe.

Dudden: Calmiamoci un attimo…sono stanco.

Veronica: Respiro….

Terry: Che pazzia… Io me ne vado da questo posto. Lo devo raccontare! E’successa una cosa, tanto tempo fa, ora la ricordo, è da allora che io non dormo piu! E’ da allora che la mia insonnia mi divora!

Veronica: E’ l’unica volta in cui sono davvero al mio posto, sono dove devo essere e mi sono trovata. Non ho bisogno di andare altrove…Sono in tempo per far calare il sonno.

Dudden: Calmiamoci un attimo. Calmiamoci un attimo. Un attimo. Calmiamoci.

Veronica: …e allora sei davvero quello che vuoi. Nessuno ti sposterà piu.

(Veronica si uccide in scena.  )

Scena terza

(Alloggio studentesco di Ashdown. Terry con la telecamera accesa cerca Lynn.  Robert è in scena. E’ il momento di passaggio in cui Robert diventerà la dott.ssa Cleo Madison, cambiando la sua identità, soltanto per poter essere ricambiato nel suo amore per Sarah. Il giovane Terry, invece, va incontro all’evento che gli provocherà il trauma dell’insonnia: l’aver visto troppo e ciò che non avrebbe mai dovuto vedere, il tradimento della sua amata Lynn )

 

Robert: A Sarah non piace quello che vede di me. E’ una questione di gusti.

Terry: Lynn, dove sei, non riesco ad inquadrarti.

Robert: Il suo modo di guardarmi lo rivela, il suo modo di sognarmi. Sono contraddittorie le donne. Ma forse è giusto che lo siano, se è vero che si può sempre cambiare idea.

Terry: Non ti trovo, Lynn. La telecamera ti cerca e non ti trova!

Robert: Lei non mi ha trovato, quando mi ha cercato. Ha dovuto inventarmi in un sogno e nel sogno mi  ha visto così come mi vuole.

Terry: Eppure sento la tua voce. Ma è diversa dal solito. Si può sapere che stai facendo?

Robert: Parlo con te, perché so che puoi capire. Sento la tua voce e la trovo già diversa, tu ed io siamo già diversi. Eppure ci capiamo.

Terry: Giochi a nascondino? Ho capito. E quanto dovrebbe durare questo gioco?

Robert: Si, hai ragione, un po’ sarebbe come nascondermi. Però è un bel gioco, pensare di non farsi trovare. No, non so per quanto, ma penso che potrebbe andare avanti così per molto tempo.

Terry: Se ti scopro…

Robert: Lei allora mi scoprirà… nel mio nuovo modo d’essere, almeno per il tempo che le servirà per guardarmi e ritrovarmi tutto intero, tutto quello che lei non faticherebbe ad amare.

Terry: Lynn, coraggio, vieni fuori.

Robert: Verrei fuori da me stesso ma ci rientrerei subito, con un atto di volontà, solo perché lo voglio, solo perché sono diventata una foglia leggera a cui è sempre concesso di cambiar idea,  a seconda del vento.

Terry: Ma dove sei? Che sciocchina, ti chiamerò ancora fino a che non mi risponderai.

Robert: Come vuoi che ti chiami perché tu esca fuori? Dovrei pensare ad un bel nome per te. Un nome che piacerebbe anche a lei, un nome che sia già amore.

Terry: Lynn!

Robert: Cleo!

Ottimo consiglio. Sì, hai ragione. Ci chiameremo Cleo. Del resto, è un nome che lei ha inventato e desiderato per noi. Lo ricordi? Quel giorno  in cui lei sognò che io avessi una sorella gemella, la chiamò Cleo, e perciò tu ti chiamerai così, Cleo. Il fatto è che i sogni qui sono cosi strani, sono prolungamenti di tutti nostri voleri, anticipazioni mentali, o forse, riscatti da certe delusioni. Rivincite dalle nostre perdite. Qui i sogni diventano le cose che saremo, le vite che avremo.

(Improvvisa Luce su Lynn che finalmente appare in scena,  stesa sul letto, dorme abbracciata  ad un uomo.  Terry lancia un grido. La verità è svelata. Robert, intanto, comincia un lento  travestimento ed indossa abiti femminili.

E’ ormai nata Cleo Madison, la futura dottoressa Cleo Madison, della clinica di Ashdown.)

Terry:  Schifo!!!! Schifo! Perché!?

Io non l’avevo ancora visto. Occhi maledetti, visione schifosa. Naausea! Lynn! Sei una puttana!

(Terry convolto da quanto ha appena visto, spegne la telecamera. Buio. Luce su Cleo Madison, di spalle al pubblico. Lynn compare in scena, dietro Terry piegato in due.)

Cleo Madison:  Ho una nuova vita.

Lynn:    Ho un nuovo ragazzo. Si chiama Marc.  Ha venti anni, studia Legge. Non c’è molto da dire. Non c’è bisogno di spiegazioni, Terry, lo dicevi sempre anche tu. I baloons sul tuo bel faccino. Vuoti. Mi dispiace Terry, credimi, non odiarmi. E’ successo. La vita è così. Le cose cambiano, si spostano, tutto sembra seguire logiche casuali. Siamo atomi senza ordine, non ci mettiamo in fila. Ci scontriamo con gli altri e ricominciamo nuove configurazioni. Beh, devo andare adesso. Sai come la penso, siamo giovani dobbiamo divertirci! Ti passerà su. Magari ci vediamo dopo in biblioteca! Ciao Terry!

Cleo Madison: Ciao Lynn, a dopo. Ora ho da fare. Ora devo andare da Sarah e ripresentarmi di nuovo. Ora staremo insieme. Ora staremo insieme. Ora sono Cleo.

Scena quarta

(Dodici anni dopo. Clinica del sonno.  Dudden  e Cleo Madison seduti al tavolo delle riunioni. Un letto sul fondo dove dorme sereno Terry Worth.)

 

Dudden (adirato): Dormire! Ha visto che risultato? Lo ha visto sì o no? Ha dormito tutta la notte! Un sonno da neonato!

Cleo Madison: Immagino che per lei sia una tragedia.

Dudden: Lo è!

Cleo (con soddisfazione): Mr Worth è guarito dall’insonnia.

Dudden: Taci brutta…

Cleo: Non si permetta.

Dudden: Lei lo ha curato non è vero? Lei lo ha curato! Cleo Madison, io la licenzio!

Cleo: Lo faccia pure ma le assicuro che non ho fatto nulla. Terry Worth aveva solo bisogno di raccontare il finale della sua storia, dopodiché avrebbe trovato riposo. Guardi come dorme.

Dudden: Non può essersi addormentato da solo, questo è chiaro. Ma lei lo sa che ha mandato in fumo una vita di ricerche e studi?

Cleo: Sì, molto bene.

Dudden:  Non la sopporto!

Cleo: Ma si ricordi sempre…

Dudden: Cosa? Che lei non è per niente una donna!?

Cleo: E’ poco cortese da parte sua.

Dudden (con le mani fra i capelli):   Il suo intervento ha distrutto ogni cosa.

Cleo: Io non ho fatto nulla. E’ stato Terry a far tutto. Lei non gli ha dato nessun tempo…

Dudden: Non c’è tempo, ora come ora.

Cleo: Avrebbe dovuto ascoltare quello che il suo paziente voleva raccontarle, fino alla fine.  Ashdown ha sempre richiesto tempo. Lei vede solo quello che c’è oggi, la bella recinzione muraria che la salva dall’affondo…ma quando vivevano qui gli studenti, la scogliera era preda delle onde. E più  cercava riparo sulla roccia e più la roccia  era friabile.

Dudden: Non vi ho mai dato troppo peso. Solo una banda di ragazzini in piena crisi ormonale, incerti sulla loro identità sessuale, pieni di traumi insoluti.

Cleo: Credo qualcosa di più, Dott. Dudden. Parole inascoltate le loro, delusi troppo presto da vite severe.  Sguardi in cerca di qualcosa da guardare. Non ce ne è stato “uno che non abbia fatto spia con il suo occhio.”

Dudden (arretra di un passo ed è visibilmente sconvolto): Ah, bella metafora.

Cleo: Povero Dott Dudden, come se lei poi, non sia stato vittima di tutto questo. È proprio vero che a sopravvivere, non è mai il più forte, ma solo chi ha saputo adattarsi alla volontà del  disegnatore e seguire le correnti che certe onde anomale di Ashdown hanno reso contrarie.

Dudden: Io la licenzio Cleo Madison!

Cleo: Ma non si alteri in questo modo. Ho capito. Lei ha capito.

Dudden: Chi sei!!! Sei una strega!

Cleo: Cleo Madison.

Dudden: Chi sei!!?

Cleo: Gliel’ho detto, Cleo, Cleo Madison.

Un tempo mi conoscevi, con il nome di Robert. Robert che aveva una sorella gemella, di nome Cleo. Ecco, io sono entrambi, Robert e Cleo. E tu sei Greg, quel ragazzo ossessionato dagli occhiolini, dai sogni di Sarah, dalle notti di tutti. Tu eri il piu pazzo di tutti. Però ai cercato la tua via, come abbiamo fatto noi. Sei diventato medico, hai provato a curare gli altri prima ancora di farlo su te stesso. Ed i medici che non si son saputi curare, non sapranno mai curare gli altri. Guarda cosa hai fatto a Terry, pure lui era uno di noi. Invece di ascoltarlo, hai giocato con lui, lo hai preso in giro, lo hai usato, come facevi con Sarah.

Dudden: Come ho fatto a non riconoscerti subito.

Che inferno tutto questo…questa storia è diabolica.

Cleo: Che osservatorio è stato posto sulla scogliera, come un lungo cannocchiale sospeso sul mare.  Non c’erano storielle. C’erano solo immagini. E tanti ballons vuoti, bianchi come le nuvole su Ashdown.

Dudden:  Silenzio. Non amo ricordare quelle cose. Quella specie di incubo che è stato ieri.

Cleo: Io, invece, vorrei scriverci qualcosa nel mio ballon, certe spiegazioni ci devono pur essere. Certe volte le immagini, da sole, non bastano. Perché siamo diventati questi qui ad esempio? Perche ci siamo ritrovati nello stesso posto da cui volevamo scappare? Che legge è quella dell’elastico? Ci rimanda sempre indietro. Ma indietro, dove, qui?

Dudden: Io sono diventato quello che volevo…un medico. Volevo far questo, nella paura che avevo, di questo sonno, di questo silenzio che resta. Volevo curare il sonno, come si cura una malattia. Volevo una notte meno buia, volevo meno mistero dentro la vita di una notte. Non volevo dormire. Non voglio dormire. Amavo una ragazza, tempo fa, la ricordo, si chiamava Sarah. Aveva dei begli occhi, erano celesti, no erano neri, forse verdi ma credo, scuri. Non era importante, in fondo. Io di lei guardavo  quelle piccole cose che stanno dentro ad un segreto. Quelle che se una donna ti concede, hai tra le mani l’intero universo.

La mia passione per le palpebre, nessuno l’ha mai compresa. Mi dicevate che ero matto. Ma quanto erano belle le sue! Rigonfie come paroline sulle labbra, con tutte quelle cose che hanno da dire, mentre la notte pialla i pensieri di tutti. Morbide e lisce come le conversazioni dei neonati, fatte di schiuma e di odori materni che salgano dalla profondità di tempi e di carni. Le palpebre sono dei luoghi strani, dove le storie non si vedono, si nascondono. Stanno lì a crescere per nove mesi, come nella pancia di una donna, si nutrono di lei e con lei, al riparo del mondo, della luce, della veglia! Quanto sa essere dolce quel posto in cui un bimbo cresce; dietro le palpebre o dentro una pancia, è pur sempre nascosto. Come è bello nascondersi dentro mamma. Dietro le cose conosciute che nessuno vede!

Una vita meravigliosa, che non doveva finire cosi, esposta. Non doveva finire così, la mia vita, venendo fuori dalla pancia di mia madre, e restando solo, lontano da lei, ogni notte di ogni mio giorno. Quello lì dorme…e tu, tu sei una strega! Ed io, io ho fallito.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Scena quinta

(Passano ancora dodici anni.  Ashdown ha di nuovo cambiato destinazione edilizia. Non più campus universitario, non più clinica del sonno, bensì un complesso residenziale di appartamenti lussuosi. In uno di questi vi abita Sarah, la giovane studentessa, la quale si è sposata ed ha  una figlia di nome Muriel, Muriel, come la gatta morta investita del giovane Robert.

Cleo Madison si reca a casa di Sarah e non vista, da una terrazza, la ascolta mentre è al telefono.)

 

Sarah: “La ringrazio sa, non saprei proprio a chi lasciare la bambina….non dovrebbe avere molti problemi, è una ragazzina giudiziosa, vedrà, si metterà in cucina a fare i compiti di scuola e non le darà nessun fastidio. Mio marito? Si, il classico uomo d’affari. Ora è di nuovo a Parigi, al Convegno degli Industriali. Cosa? Non la sento…accidenti, passano gli anni e questo telefono è sempre guasto….no sa com’è, siamo sul mare, sulla scogliera.

Ashdown è un posto meraviglioso per viverci, ma ha i suoi disagi…Sì, dicevamo mio marito…un tesoro d’uomo, è adorabile, del resto, se non lavorasse così tanto, parliamoci chiaro, non potremmo nemmeno permetterci tanto lusso..  Si, siamo sposati da undici  anni…Eh no, ne è passato di tempo dalla ragazzina tormentata che ero… certo, qui ad Ashdown sembra che le cose non cambino mai…

Il mio appuntamento di oggi? Si, è un vecchio amico dell’università. Mi ha spedito una lettera, l’altro giorno, avvertendomi del suo arrivo…Si, una cosa carina, certo…un ragazzo a cui tenevo molto…no, (ride) non era una mia fiamma…lui era innamorato di me, a dire il vero…ma poi le cose sono andate come sono andate…diciamo che a quel tempo io ero una ragazza abbastanza confusa. No, non posso dire che lui non mi piacesse. Forse lo volevo diverso…ma magari ero solo io a cercarmi diversa…Eravamo tutti un po’ diversi ad Ashdown.

Sì, allora…tutto sistemato. Vengo a prendere Muriel dopo le cinque. Lei è un tesoro. Ah, e  dica a Muriel d’essere obbediente. Come tutte le signorinelle di otto anni…deve comportarsi bene.

Cleo(fra sé): Lei è sposata… Voglio dire…lei sta con un uomo. Non ci posso credere. Dopo tutti questi anni, la ritrovo ed è di nuovo diversa. Ho sbagliato ancora…ancora per lei sarei un intruso, ora, con i miei panni di donna.

Sarah: Chi è, Robert sei tu? Sei in terrazza? Non ti vedo nella penombra.

Cleo: Sono fuori tempo, credo.

Sarah: Ma scherzi? Sei in perfetto orario. Avanti entra!

Cleo: No, aspetta. C’è un problema. Sono fuori tempo, per te, ancora una volta.

Sarah: Che problema? Oddio, non vedo l’ora di vederti. Ma che fai, ti nascondi?

Cleo: Sono decisamente fuori tempo.

Sarah: Smettila di fare il misterioso, così  nemmeno ti vedo!

Cleo: E’ un destino, a quanto pare, quello di non guardarci per quello che siamo.

Sarah: Ricordo questi tuoi discorsi…

Cleo: Sarah, e ti ricordi di Cleo? Ricordi Cleo? La inventasti tu, per me. Ed io, ora, sono Cleo. Io ora non sono più Robert. Sono Cleo!

Decisi di farlo per te. Ma tu poi, andasti via, lasciasti il campus, improvvisamente. Ti ho cercata per anni. Io sono rimasta cosi. Sono ancora Cleo. Per te.

Sarah: Ah vuoi prendermi in giro? Che cosa è questa storia? E fatti vedere!

Cleo: Cleo per me, stata la mia unica possibilità di farmi amare da te.

Sarah: Ora basta. Entra e chiudi la porta, c’è corrente.

Cleo: E’ la solita corrente contraria, evidentemente.

Sarah: Di che parli?

Cleo: Del mio andare controcorrente per te. La storia si ripete. Sono di nuovo fuori posto.

Sarah: Non ne voglio sapere di queste cose.. appartengono al passato. Le cose prima o poi vanno a posto. Smettila che ora m’innervosisci. Tu sai quanti problemi io abbia avuto…Ora sono sposata!

Cleo: Come va il tuo sonno adesso? I tuoi sogni maldestri, quelli che hanno fatto diventare le persone ciò che non erano…

Sarah (ridendo nervosa): Ricordi ancora i miei sogni allucinatori? Le rane, quelle, ho smesso di sognarle…ma tu? Che storia ti inventi, ora? Cleo?

Cleo: E come potrei dimenticare, le rane, le palpebre, quell’età confusa e tormentata, che era fatta di illusioni e di dubbi. Noi che eravamo innamorati degli altri, di noi, del contrario di noi, di te e tu di tutti tranne che di te stessa. Come potrei dimenticare gli anni che inseguono i sogni, la ricerca di un’identità, come potrei dimenticare la morte di Veronica, che è stata coraggiosa ad inventarsi una vita che non ritorna.  Come si dimentica l’incapacità di vivere, affidandosi alle immagini già compiute di un sogno e per questo cosi prive di responsabilità e di progetto, eppure   scelte comunque, ad ogni costo. Anche se significa cambiare, tradirsi, o morire.

Se sono qui oggi, così, in questo modo, se mi chiamo Cleo, è perché tu lo hai sognato.

Sarah: Ci ho impiegato anni per dimenticarlo. A dimenticare la mia confusione, Greg che mi tormentava, Veronica, che era semplice da amare perché era uguale  a me ed io cercavo me…e Robert, quel ragazzo così dolce, che avrei potuto amare, se io avessi amato me stessa. Robert, ti aspetto da tanto tempo. Almeno per chiederti scusa. Almeno per vederti. Ho avuto una figlia sai, l’ho chiamata Muriel. Muriel, come la tua gatta.

Cleo: “E ti sei dimenticata di Cleo. Ma Come vedi, Cleo non si è dimenticata di te.

(Sarah e Cleo si ritrovano nel medesimo fascio di luce. Ora abbracciati.

Sarah di colpo divincolandosi dall’abbraccio dell’amico che più non riconosce urla )

Sarah:  Santo cielo, ma con chi stavo parlando…chi…sei?

Cleo: Ciao Sarah. Ora ci stiamo guardando, ma non ci riconosciamo. Succede così, quando le cose non sono mai al loro posto. Si finisce con il perdere ciò che si vede.

Sarah: Ma tu chi sei?

Cleo: Sono io, Robert.

Sarah: Ma che significa tutto questo?

Cleo: Che i Giapponesi stanno ancora aspettando il ritorno del Fujiama.

Sarah: Robert…

Cleo: E fin quando non sarà di nuovo al suo posto…

Sarah: Robert…

Cleo: continueranno ad esserci ballons vuoti e noi…

Sarah: Robert…

Cleo: Noi continueremo a non sapere chi siamo.

 

 

Buio.

Sullo sfondo, tutti i personaggi  in scena, addormentati sulle reti dei letti. Ciascuno, conservando un’identità, una qualunque, una per ogni notte vissuta. Cala il sonno. Su ciascuno cala una vita.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Autore: Valeria Francese

Valeria Francese nasce a Salerno nel 1979, ha conseguito nel 2003 la laurea in Filosofia con una tesi in Estetica sulla Poetica dello sguardo nella letteratura e nelle arti contemporanee. Nella sua città insegna filosofia negli istituti superiori. Partecipa da sempre a numerosi concorsi di narrativa, ha scritto sceneggiature per il teatro, una piccola meravigliosa esperienza cinematrografica. Nelle ultime esperienze artistiche, una collaborazione per una mostra di fotopoesia, dove la luce e il verso hanno trovato la loro, splendida ed epifanica, parola comune. Da allora, la poesia é diventata la sua Casa Madre. Qualche volta ottiene seri riconoscimenti, menzioni e leggere pubblicazioni, altre volte, come capita a tutti quelli che amano scrivere, un robusto silenzio, quanto mai evocativo di altro talento come quello della pazienza, dell'attesa e della costruzione invisibile. Correttrice di bozze e in procinto di terminare un master in editing e scrittura creativa, sta svolgendo il biennio di tirocinio per diventare giornalista pubblicista. Insomma se nella vita le fosse concesso, sarebbe Scrittura Solo.

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