Drammatica

 

 

Ph. Valeria Francese

 

Potessi tirarti via il dolore

dal viso
come la coperta dal mattino
la brina con le dita sul vetro

Come il mare rosso per fare passare
Il popolo

Potessi cullare la speranza
a galla nei tuoi occhi stanchi

Tornare dalla Drammatica
scena in cui perdesti il giorno perfetto
potessi davvero restare, tu insieme alla terra

di nessuno che muore
In fondo si tratta solo di ritirare
il conto, il mio grazie, questa marea

e portare con te, portami con te
Tutto l’amore
ed il piano per la pace

Un solo piano che suona per noi

Requiem in fondo al mare

Radure

 

 

Quando sarai qui
ed io magari non lo so,
Apri senza chiavi, con le mani
irrompi una finestra, fatti luce tra le vene
Risali la contrarietà della bile
Guida tutte le reclute, le mie ansie
che diventano donne e non imparano

Fai un fortino con il mio silenzio

un prato con i miei capelli caduti

amministra i giorni come fiori

raccontagli la storia del furto del polline

Abituami alle erosioni, alle marce abrasive di piedi e di ricordi

Installami come una opera scaduta
con la bellezza dei sopravvissuti
e la pietà per le grazie non ancora rese

mio Dio, quando vieni, e io magari non lo so
Mettiti in poltrona senza badare al disordine
Fai un castello di polvere e scava un cunicolo
fra panni e libri
Prendi lo sparso che c’è e fanne astro
io arrivo presto, di vento,
con la lentezza di chi non ha più giorni
e la pace di chi non si agita più nel sonno
Vengo leggero, molto ingenuo
Canticchiando una cosa che sapevo tempo fa,

una lenta collana che era di mamma, di note, di qualche torta,

del Natale

Dei miei fiori, delle lettere, dei miei giorni

abbi tenerezza per le cose che erano mie
Radure di incanto

E Resurrezione.

 

 

Per Grace

I bambini pensano alle guerre fra formiche
a quanti passi servono per arrivare al tuo castello
alle scale che si suonano con il violino
agli eroi tagliati nella carta
al fatto che gli insetti non sono brutti
ai ricordi come progetti non prigioni
alle stanze dei giochi illimitati
alle ali dietro i dorsi delle mani,
a fare bombe con lo zucchero
a innaffiare petali atomici
alle notti a cavallo della luna
a domani che tutto somiglia
all’Oro.

Naufragio

Cosi decido per il naufragio

un derivare per onde e fondali
con i miei seni di paglia

e la coda di velo

Mi sognavo sirena poi luna
e ancora una medusa

con le luci sulla testa, poi
per capelli, evanescenze

Sapevo tuffarmi
tra ghirlande di spugne
cocci, piccole stelle, il resto
di conchiglie mutilate

Ho avuto un’infanzia da pirata
un monile nel polmone,
una benda che non vede
un moncone per arto
e la voglia di rubare
la cecità agli abissi.

Se cercate in me approdo
provate a naufragare

 

Una Me

 

 

hai malinconia  addosso

la retina colpita dall’ansia
che batte, batte luce

Fra i capelli qualcosa di bianco
che non è neve né vapore
ma il fiume che corre deserto

Sei vento, amico mio,
le arie soffiate che imitano tempeste
e invece sono respiri, tremuli fiati
di apnee secolari

Che farei per nuotare insieme
nella corrente contraria
ad ogni marea che ti spaventa
sarei come la luna di notte
quando richiama a sé

L’ amare, il mare
guarda nel pozzo in cui cade il tempo,
perche tu possa, resisti, esisti amore mio
tornare con te, intero

Lo Stellario di Weil

 

 

E Se un giorno dovessi poi andaremene

 

Ph di M. Grosso

 

E dovesse poi  essere oggi,

Ecco vorrei che avvenisse fra le stelle.
E allora ho disegnato Stellario.
L’ho chiamato cosí, per il suo essere inventario senza numeri, l’indice tra il cielo e la radice, l’ho disegnato a carboncino lunare, senza far caso alla prospettiva, che manca sempre in casi come questi di assenza di gravitá;

si va alla rinfusa, marciano le cadenti, inciampano le esplose, le nane si arrampicano sulle giganti, qualche specie, con molto argento fra i capelli, sorride dalla coda, poi infine arrivano le stelle madri, quelle hanno la storia nel pigmento, e sanno di latte, e sono le mie preferite, perché anche se le stacchi, come figurine dall’album, Stellario lo sa, che poi ritornano. Le trovi sempre in un certo modo di stare attaccate al cielo, aderenti al principio, fedeli fino alla fine della storia.

Ah, dimenticavo, un certo grado di permanenza di una stella dipende da che lucernario hai, lo decide lui, quanto inciderá su anima, il tempo di una stella.  Di solito, é una cosa che dura i secoli di una notte. Una volta sola e per sempre, mai piú”

                                                               Lo Stellario Weil

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Bianca Sacra

 

 

Ph di R. Cotroneo

 

Non vengono a parlarci

siamo isolati quaggiù, ci sentite?

Abbiamo il cuore esposto, senza corrente
ci trascina a fondo solo la paura del largo

Amore che ci porta a raduni di ostie,
quanta miseria nelle nostre ossa fragili

Nessuno ci salva, ci benedice solo il buio
quando vanno via tutti, gli altari e le candele

Si spengono
e la Bianca sacra fa voto di niente

sfila in croce con il suo abito di infanzia
sgrana una colpa, sorride nel vuoto

Di chi ha capito che qui
Non viene più nessuno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Passa

Se ti perdo avrò
la bellezza dei lontani
gli sfioriti che tumulano
i rovesciati che cadono sui piedi
le ceneri che spengono giorni
Se ti perdo avrò
questa curva del dolore
sul seno, nella mano, nella linea
di un’ onda piana, di un vento muto
che l’ultima parola la disse
quella volta dei temporali,
quando ancora non sapevo che si muore
per il baccano che fanno le cose
che se ne vanno

Lo disse, questo muto vento, prima di spirare
in spirale caduta
Disse
Sei bella, come i salvati, i risorti, i risvegli
Dai letarghi, dai letami
Sei Bella quando perdi e lasci
Le porte socchiuse
Le candele soffiate, le stanze disabitate
i capelli nella spazzola, le ciglia sul cuscino
Come le giornate coraggiose, così sei bella
come le corse, le cicatrici
Sei bella come ogni volta che non lo sai
e hai le vertigini cadendo in alto

Non ti mantiene
nemmeno l’aria e vaghi per un po’
a bollire il fiato a gelare un’assenza
a distrarre l’occhio che non vuole vedere
che domani è tardi
oggi è presto e nessun tempo resta
Così avrò
la bellezza di chi si è accorto
che pure le stelle invecchiano e vanno
A spegnersi lontano
Così avrò
la bellezza
delle luci in agonia, la sobria eleganza
di una cosa che è fine
a se stessa ripete che passa, passa
di lì il dolore
e di qui, sotto l’Altezza

La Salvezza

Il vincolo dei Doni

 

Vieni da me

 

 

 

 

 

 

che si ritira il vetro, il vento
non sperde i giochi e la voglia
Questa voglia di prendere tra le braccia

Neonato di cera che lì aspetta
Una madre
O forse me che sono come te, una cosa piccola
Di strada, di casa, di quella posa che si ferma
e ti vuole, ti promette amico mio
Una culla

E forse tutti i vestiti che già non mi vanno
Perché sono cresciuto , sono il tempo maggiore
di un amore che non vuole più
Restare Solo.

E ti prometto, fratello incerato, il vincolo dei doni
rete dei pesci o delle ali, l’intreccio dei ragni
la lega degli elementi, la struttura degli alieni
La collana dei coralli e delle piume
una risma di ricordi

Questo ti dono, un nodo di cose per sempre
Se vieni a farti abbracciare
Come cosa che cresce insieme a me.

Testo di Valeria Francese
Ph. N.Palamadov