Binario venticinque – AudioRacconto

“E chi comincia a porselo, il problema del tempo, non é sincero”

BINARIO VENTICINQUE

 

I treni dovrebbero imparare, a restare. E invece vanno e vanno sempre.
“Mi scusi, sa l’ora?”

Chiedere il tempo: azione ingenua, endemica del genere umano e della sua follia.

E’ tardi, piccola donna con l’ansia di arrivare.  E’ tardi. Ciondola nei suoi pantaloni dagli elastici dispersi, con certe fughe a raggiera negli occhi, le sue partenze sanno di tentacolo.

“Non ci voleva. Trentacinque minuti di ritardo. Troppo.” Replica intanto un uomo alle mie spalle. Troppo, per qualunque coincidenza, ultima occasione, intenzione a perdere.

Il mio orologio digitale contraddice certe lancette pigre appollaiate sopra un quadrante a muro, in fondo al binario. Le contraddice e le mette a nudo nel loro non essere obiettive.

Non mi resta che rispondere, anch’io in ritardo, a quella domanda, ciò che mi sembra un giusto compromesso tra la veritá e il suo contrario.

“Sono le diciotto. Quasi le diciotto. In fondo manca un po’per le diciotto.  Un poco di cui non preoccuparsi, per poco.” D’altronde, mi chiedo, perché irritarsi dei ritardi?

Quel che succede nelle attese crea parentesi in cui dai l’anima. Il posto si getta, basta un binario per sentire suonare una sinfonia molle e vedere vortici di umanità che si disperde nella metafora abusata del viaggio. Ma capita troppo di frequente, d’accorgersi che tutti questi presunti viaggi non siano altro che giri recisi su se stessi, in una città che si muove frenetica solo per eludere il cielo che la segue e spostare il limite di se stessa sempre più avanti. E’ un’attesa, niente di più né di meno: riuscire a trovare la distanza giusta per compiere un giro meno tronco sotto un cielo che lasci almeno un po’ d’aria.

“Guardi che io il biglietto lo avevo.”

Laggiu, si consuma l’ennesimo delitto delle cose non dichiarate in tempo.

Il gendarme é implacabile. Non gli crede, a quel giovanotto con chitarra in spalla, felpa incappucciata e Converse ai piedi. Non crederei neppure io, se non gli avessi visto cadere dalle tasche, poco prima, un biglietto irridente, che si é messo a svolazzare con l’inesorabile crudeltá delle cose che lasciano casa, teca e tana, senza avvisare nessuno.

Ci si nasconde. Si nasconde tutto.

E’ partito lui, intanto, il treno all’ultimo binario, il binario venticinque, incerato di fretta elegante, allungato nel suo muso di razza, firmato Eurostar Freccia di ogni ben di Dio di lega.
Carla é su quel treno. Lo so perché é l’ultimo della giornata, quello degli avvocati e degli insegnanti, anche se lei é una casalinga. Quindi in teoria non dovrebbe aver necessitá di tornare a casa sua con quel treno. Tecnicamente nessuna esigenza di allontanarsene. Eppure accade, ogni giorno. E questo lo so, perché Carla é mia moglie.

Devo riconoscerle premura e sollecitudine nel non mancare mai alle nostre cene. La sua puntualitá, l’estrema creativitá con cui si prende cura del dettaglio della tavola, é commovente. A maggior ragione se penso, come in effetti é, che mia moglie dovrebbe tornare stanca, con i piedi gonfi e la leggera emicrania di cui soffre, a causa di una labirintite antica. Eppure, che amore di donna, ogni giorno viaggia, per il solo amore di tornare a casa da me e farmi trovare, al mio rientro dal lavoro, una cena squisita ed il piu seducente dei suoi sorrisi. Io non ho mai preso l’eurostar. L’impazienza si paga. Io non ho fretta e il mio studio medico é a pochi passi dalla nostra abitazione. Me la faccio a piedi. Ma se mai dovessi prendere un treno, lo giuro, prenderei quelli bastardi che puzzano di muffa e di certe vite che imparano, per ogni tipo di sventura occorsa loro, a conoscersi nelle attese dei viaggi.

“Ah si, e che fine ha fatto questo biglietto? Puff! Volatilizzato?” il controllore- gendarme compie un gesto di cabaret a simulare l’atto della sparizione, come di un coniglio dentro il cilindro. Il chitarrista in Converse é disarmato, resta a perquisirsi in modalita autoflagellante, con violenti colpi delle mani sul petto e i fianchi, senza sapere, poter solo immaginare che quella carta volatile come l’essenza di una banalitá, si era messa a tradire il suo posto, la sua origine, il posto dove era stata protetta come la cosa piu preziosa, quella tasca di stoffa che non l’avrebbe mai lasciata e preservata da ogni ingiallimento del tempo.  Sarebbe quasi tragico, se in fondo, non fosse noioso.

Noiosi come gli imprevisti che, poiché succedono sempre tanto da poterseli aspettare, sono roba per collezionisti di banalitá.

Probabilmente ad esserlo, noiosi, sono tutti gli atti che stonano con le proprie nature. A pensarci, mi sento noioso anche io. Ogni volta che vengo qui, come se fosse un dovere, o con la scusa di un dovere, mi accorgo di tradire la mia natura, una natura pacata, che non avrebbe molto da dire o da fare in una storia come questa, da binario venticinque. L’ultimo, quello per la gente che deve correre di piu, fin laggiu, per qualche punizione da espiare forse, per qualche fretta da pagare.

“Tre volte il costo del biglietto. Documenti.”

La flagellazione non redime alcun peccatore.

Perché la farsa non cessa se qualcuno non ci fa capire che non è cosa gradita. Solo il silenzio ci giustificherebbe nella nostra reiterata coazione a ripetere uno spettacolo di movimenti isterici. Siamo tarantolati, siamo nevrotici, perché il biglietto lo avevamo. E nessuno ci crede. E va sempre, piu o meno cosi. Va sempre cosí.

“Cosa? Ma dice davvero?Le diciotto?! Poco meno le diciotto, quasi ma in fondo, le diciotto.” Si morde le labbra, la ragazzina che mi aveva chiesto che ore fossero, cercando nella fagocitazione delle sue labbra, e forse pure della lingua, un buon motivo per non pensare alle conseguenze dei ritardi. Resterá reliqua della sua paura, e della sua lingua, se davvero quel suo tempo fosse un tragico diciotto.

In effetti certe conclusioni sono inaspettate. Basta far tardi, perché il mondo, con certe presunzioni di autorità, ti lasci fuori, in attesa, costringendoti all’osservazione del perduto, di ció che non si é messo ad aspettarti. Di ció che magari  ha preso a tradirti solo perché, erano le diciotto. O poco meno.

“E se prendessi un taxi…tutto sommato dovrei farcela ancora.”

Quell’uomo alle mie spalle, dietro di me, quello che ha qualificato il diciotto andante, come un “troppo” relativo ed assoluto alle sue condizioni,  parla ancora da solo, con il viso che gronda sudore, appoggiato ad incastro su un mento a doppie balze, con lenti piccole ed appannate per certi sussulti respiratori. In effetti le modalità per reagire ad un ritardo e non farsene vincere, sarebbero molte, in qualche caso, efficaci. Altre, sarebbero solo semplici sublimazioni di uno stato d’agitazione. Prendere un taxi per tornare a casa non terrebbe conto del traffico stradale. E poi il costo? Il signore ha già in mano un biglietto da poco più che tre euro, per pagare un taxi dovrà aggiungerne almeno altri trenta.

E’ chiaro, da certe esitazioni del capo ed una postura oscillante, che il tipo non prenderà mai un taxi. Aspetterà come tutti noi, ma intanto, darà la sensazione di poter sempre avere in mano la soluzione ai suoi problemi. E questo gli fa bene, lo fa sudare di meno, alitare con agitazione sempre più mesta ed infine, rassegnare con un certo sorriso, mentre allenterà il nodo della sua cravatta, strozzino delle sue residue speranze.
In attesa. Si resta tutti in attesa, ancora. Di fare tardi.
Oggi è giovedì. Ed è il giovedì che Carla prende l’eurostar e viene in questa piccola città poco lontana da casa nostra. Quando si fanno le 18 e si fa ora di rientrare, lei arriva in stazione e la osservo prendere il treno che la porterà di nuovo da me, che nel frattempo saluto l’ultimo paziente a cui ha ceduto il molare, e chiudo il mio studio, con il solito morale residuo, scendo per le scale, guardo giu dalle trombe delle scale, penso a come sarebbe bello volare, poi faccio dei passi, pochi o tanti, magari solo diciotto o mille volte diciotto o poco piu di diciotto e arrivo al mio portone. Guardo il citofono, non citofono,  lei mi vede dal balcone, mi chiama, sventola una mano, la chioma e la gonna, le vedo le gambe, immagino di farla mia. Allora prendo l’ascensore, penso alle stagioni, al fatto che il peso massimo consentito é di quattro persone, mica diciotto, penso che sono ingrassato, ma non abbastanza da precipitare, e penso che sono invecchiato. Ma non dovrebbe interessare questo all’ascensore. Almeno a lei, no.

Ma la veritá é che invece ormai, ogni giorno, prendo il treno pure io. Gliel’ho detto, al mio paziente, che il molare ormai é ceduto, cosa dobbiamo fare altro? Possiamo chiudere lo studio molto prima, molto prima delle diciotto.

E cosí io aspetto uno di quei treni bastardi, l’ho giurato che avrei aggiunto la mia muffa a quella degli altri, mentre i pensieri di tutti si raggrumano in promiscue combinazioni. Succede qualche volta che mi addormenti, mentre le rotaie torturano risate e squilli di cellulare, macinano imprecazioni e pettegolezzi, mentre ritorna una metafora abusata, il viaggio che si compie, che si compie per forza, per scelta o per un semplice, banale tradimento.
Il ragazzo é sconsolato, afflitto. Con in mano la sua multa, eppure io sapevo che diceva la veritá , che il biglietto caduco come foglia autunnale, lui ce l’aveva.

Ma sono sempre  gli onesti ad essere gli sprovveduti, i fortunati destinatari di un controllo a random. Ad ognuno, poi, tempi e modalità di reazione: c’è chi si tranquillizza pensando ad un taxi che non prenderà mai e c’è chi viene qui, ogni giovedì, alla stazione, a  soli 20 km da casa propria, per vedere la propria moglie prendere l’eurostar per fare ritorno a casa propria, dopo che è stata con il suo amante, proprio il suo amante.

E’ calato il buio, tutto celeste, come la carta stellata di un presepe. Gli erranti pastori, e la luna, si freddano e tremano, qualcuno risale per una via, saluta. Starnuti. Un ciao piu lungo del binario venticinque, ciaoooooo.  Una lattina di aranciata si rotola spinta dal primo vento e divertita, si mette a rincorrere un punto qualunque. Pure il metallo vuole giocare e non pensarci. E’ così che, lentamente calano i ritardi e le aspettative si quietano.

C’è chi, quelle aspettative non le ha mai avute, oppure chi, per molto tempo, non crederà più ai ritorni possibili e farà del proprio ritardo una semplice abitudine alla vita.
L’amante arriva per primo. Controlla gli annunci dei treni in arrivo. Eurostar delle 18.00. Orario previsto: 18.00. Una camicia aperta sul petto ed i capelli neri che ondeggiano su un viso dai tratti spigolosi. Accende una sigaretta che fa un piccolo alone di luce attorno al suo capo, come succede alle aureole di certi santi. Ma non è un santo, è l’uomo che a cui mia moglie sventola, mano, chioma e chi lo sa, cosa mai altro.

Poi arriva Carla, eccola mia moglie, bellissima e piu giovane, bene le fa l’aria della stazione. Con certi salti, non le ho mai riconosciuto la competenza dell’agilitá, con certi salti lo raggiunge alle spalle e controlla l’orologio.   Ora so che mia moglie mi tradisce, lo so con assoluta certezza, e non tanto perché ho scoperto che ogni giorno o quasi, lei torna a casa da questa citta, prendendo l’Eurostar delle 18.00, binario venticinque. Non sono queste certezze a convincermi della sua infedeltá. Mia moglie mi tradisce perché lei, un orologio, non l’hai mai avuto. E chi comincia a porselo, il problema del tempo, non é sincero. Certe bufere che passano assieme ai treni sono passaggi incontrollabili di vento. Sfumano le persone, sfumano gli anni, le promesse, le fedeltà. A starci, dentro il ciclone, come faccio io ogni giovedì, nasce un senso. Sono qui a legittimare un tradimento, ad assistere alla scena beffarda, mia moglie che torna a casa dopo essere stata nella città del suo amante. Aspettare questo giorno per scoprire alcuni lembi di sincerità, nascosti nelle muffe dei treni, mi consente di scegliere il modo migliore per accettare il mio ritardo, quello che non posso in alcun modo cancellare.
Carla ha certe vibrazioni nello sguardo, certi nuovi modi di scostare i capelli dal viso. Ogni volta conosco una donna nuova, ogni giovedì m’innamoro di un gesto diverso.
Arriva il muso del cane pregiato e quei due si baciano, si vedranno presto. Chiudo gli occhi e, quando li riapro, è rimasto solo un certo ritardo a dire tutte le cose.

Autore: Valeria Francese

Valeria Francese nasce a Salerno nel 1979, ha conseguito nel 2003 la laurea in Filosofia con una tesi in Estetica sulla Poetica dello sguardo nella letteratura e nelle arti contemporanee. Nella sua città insegna filosofia negli istituti superiori. Partecipa da sempre a numerosi concorsi di narrativa, ha scritto sceneggiature per il teatro, una piccola meravigliosa esperienza cinematrografica. Nelle ultime esperienze artistiche, una collaborazione per una mostra di fotopoesia, dove la luce e il verso hanno trovato la loro, splendida ed epifanica, parola comune. Da allora, la poesia é diventata la sua Casa Madre. Qualche volta ottiene seri riconoscimenti, menzioni e leggere pubblicazioni, altre volte, come capita a tutti quelli che amano scrivere, un robusto silenzio, quanto mai evocativo di altro talento come quello della pazienza, dell'attesa e della costruzione invisibile. Correttrice di bozze e in procinto di terminare un master in editing e scrittura creativa, sta svolgendo il biennio di tirocinio per diventare giornalista pubblicista. Insomma se nella vita le fosse concesso, sarebbe Scrittura Solo.

2 pensieri riguardo “Binario venticinque – AudioRacconto”

  1. Per me il tradimento è solo un pretesto per un racconto che vuole essere uno sguardo su esistenze più o meno banali e ripetitive. Siamo un po’ tutti immersi in stereotipi di vita, questo mi sembra l’essenza del racconto, che poi, per esigenze narrative deve racchiudere una storia, sia pure semplice e banale. In fondo cosa c’è di più banale di un’infedeltà?

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