Resteresti Luce


 

 

 

Sei un ente meraviglioso
con le mani nell’abisso, tutto preso
dalla storia del filo e la sua tenuta,
Commosso
dal mancato volo di chi é alato
e resta sepolto,
Non ti arrendi alla dimostrazione
del fato
né rovini sulle evidenze del teorema,
resti saldo, piantato a croce nello
squarto,
perché se ci fosse un solo modo,
un solo giorno
per sottrarsi alla delinquenza delle ombre,
tu resteresti Luce,
tu sposeresti tutto, le figlie del vento, le madri del lutto
le finestre con i fiori, le barche con i rami
tu mi ameresti
con la certezza dei vecchi sulla pace imminente,
tu mi ameresti
con la missione delle stelle a restare correnti
tu mi ameresti
con la fede del martire sbranato dalla
scoperta
che Dio non esiste ma io, ancora si
Saresti questo, e sarebbe bellissimo,
ente che sostituisce ad ogni furto
l’oggetto mancante, la lettera caduta
il punto filo saltato
Tu sei la ragione per cui
ogni volta che perdo
torno a consolare gli atterrati,
i miei silenzi, i miei denti crollati,
i capelli bruciati,
le foglie che avevo sugli occhi, le bende
con cui vestirmi per il dopo,
tutto si sveste, sviene al tuo andare
di contrario al mio restare
E se potessi fermarti
lo farei senza spegnere la luce,
chiudendo un portone, con la voce
Addosso
tornando a casa, dove forse ho solo sognato
che tu non ci sia piu
dove ci sei, tra la finestra e lo specchio, e ti trovo
tutto meraviglioso
a guardarmi sola, solo ormai
Sola.

Armati

Amati
come i gatti con le loro ferite
Come chi gira il dolore con lo zucchero
a velo, a pelo d’acqua il filo di vento
si accarezza
Amati come il vestito su misura
Il suo corpo, la raggiera delle stelle
sulla corona le Madri,
la parola con le sue piccole lettere
e la fila dei pianeti per mano
Quando è molto tardi e nessuno lo fa
Amati con abbandono,
Come i mari si ritirano ed il popolo passa
Come Dio scompare e la vita crea
la Grazia deflagra e il vuoto smeriglia
Amati con la Cura di un dettaglio
a cui non importa il resto
delle case laggiù, dei fiori e del mercato
Con prepotenza e senza riguardo per il buio
Amati con la luce del momento, se è un tramonto
Preparati al sonno
Se è l’alba, mettiti in piedi, rovista un modo
Di farsi giorno
e governa con lentezza tutte le perdite
arriveranno i saldi anche per le stagioni di dolore
Allora compra un ventaglio, fai tempesta di alberi e rancori
Se ti resta qualcosa, donalo al prossimo in croce
Poi, senza pensarci, di progetto armati
Amati.

da Lo Stellario di Simone

 

 

 

Che poveri Cristi! Questi fratelli operai, bullizzati da un sistema di controllo spietato sulle loro carni!
Gli operai alla catena di montaggio masticano bulloni e ingranaggi.
Li vedo diventare ciò che mangiano: presse e anime per i calchi.
Si fanno di ferro, metallizzano gli occhi come viti e le loro mani diventano calli d’acciaio che vanno dolorando, che sfiorano e non afferrano nulla.
E cosi anche io che volevo puntarmi una lamiera ritorta contro, vedere che effetto fa la ferraglia addomesticata dal metodo a contatto con le viscere, mi sono travestita da una di loro, da burattino di latta.
E in queste galassia di latta, sono disseminati pianeti e metalli pesanti, queste macchine sono come fate di grasso che non sanno dire neppure le formule magiche. Qui è una specie di planetario dove tutto funziona.
Pure se siamo stanchi. Morti dentro.
Le macchine ci sostituiscono senza grazia.
Mi sento una fata anche io, ma sono eretica, e fatua, perché dico le bugie, vado al contrario di questo gigante tempo meccanico, mi prendo il tempo per guardare il cielo.
Ah, il cielo! Questa scatola che non trova il verso di mettersi in scatola. Potessi abbracciarlo!
Ma sono esausta, ho la fatica tatuata sulle ossa, i tonfi hanno preso ad abitare la mia testa, l’emicrania è diventata operaia.
Sono venuta a lavorare in fabbrica per dispetto al silenzio omissorio.
Sì, per dispetto.
Verso la fretta, la routine, la robotica senza etica.
E mi commuove, fino alla devastazione, questa umanità trasfigurata senza la speranza della resurrezione, questi alienati da farci una rivoluzione con le carcasse.
Credo che solo questo saprei fare, accarezzare.
Come una fata eretica, trasformo i metalli, non in oro, ma in carezze.
Perdenti e delicate, queste leghe, morenti presto.
Eppure quanto vorrei abbracciarlo tutto questo putiferio di gente incolta, costretta al cerchio metallico delle macchine furibonde!

Te lo dico

 

 

 

 

 

 

 

 

Te lo dico fra i capelli
nei fiori
Intendo sapere dove sei andato
a raccogliere stelle e se sei stanco,
se il sorriso è ancora un discorso
se i capelli sono sempre casa del vento,
E i tuoi palmi, tra le mani, dimmi
si stendono al primo sole,
e tu, tu hai paura
del buio che hai acceso, mi hai sentito
quel che restavo a dirti
che Gatta ha avuto figli
che la rosa s’ é fatta bianca ragazza,
il presepe è finito, mancava il cielo
ma te lo sei portato
Sentivi che ti chiedevo a quando il colloquio
le nozze e la revisione
di ogni moncone
le chiavi, dimmi delle chiavi
e dove si trova la torcia
come fare luce in cantina
dove sei
cosa vuoi mangiare per cena
se fare nuove le tende
ma torni per tutte le recite di Natale
Mi hai visto cadere
sulle tue scarpe vuote, dormire
dal tuo lato, mettere la giacca
che non ti andava
A me va, a me va tutto
il mantello e la resa
persino il fatto che non ci sei
Ma non basta la riserva
delle mie fobie, i ragni, le altezze
i buchi neri e la lettera del postino
Nulla che sia rotto mi lacera più
del tuo gioco a nascondino
E se ti chiamo
risponde l’oceano, il verso
gli alieni
ma non arrivi tu, tu sei
delle cose che qua
non ci mettono più piede
né ala né radice
Un decollo che atterra
Mai più

Scacco Santo

 

 

 

 

Seguo la rotta dei delfini
dove il capoverso schiuma in esilio
si sono presi
quasi tutto della mia isola, i pirati
persino la luna hanno bendato
e così resta a guardarmi con un occhio
ed un uncino al posto della sera, chi caccia al tesoro
Evidentemente non sa
che sei tu
la mia bugia corallina,
l’effetto madre di una perla spiaggiata
e quanto ti costi la tua coda di squame
tu sirena di un bagno gitano, tu perduta
mania di non amarti più
delle statue che gelano sul fondo,
Tu silenzi la scia di tutti i cetacei
che imbarcano ossigeno per puro caso
e poi lo rivendono al cielo come i fumi
dei treni, dei camini e dei corpi
ancora caldi e morti
che non ci stanno ad essere perduti
e sospirano, poi si fermano, e poi tu
Non tu, ancora perenne alla finestra
hai davanti il mare e le cose sterminate
la mia fede, il mio furto e la corrente
Tra le mani ti rendo la carta dell’ immortalità
È’ una regina, no una sirena, no una bambina
un filo d’alga, un sasso, una biglia
che bisbiglia al mio naufragio
quanto la amo, lei, il mio scacco santo.