L’Amore a te Dovuto

 

Agosto. La mia libreria è alla fine della strada. Installato depresso, come me, il mio negozio sceglie le ultime file, è orfano di infissi, di una rifinitura, persino di una insegna.  Per indicarlo, basta dire: “l’ultimo in fondo”.

È allora necessario trovare un modo, se pur profondo come lo è puntare tutto su una superficie, per stare su strada da ultimo e in fondo, con la personalità degli zingari che  attraversano in stracci tutta la via e salutano gli altri,  i primi della fila, quelli che ad indicarli bastano parole come “accanto” o “prima”.

È per questo che ad uno come me, che viene anche dopo il Robivecchi e i suoi telefoni vintage con la ruota panoramica dei numeri, è escluso che accada la felicità.

E per felicità non intendo qualche specie di fortuna cieca e fastidiosamente ingrata, ma proprio quella cosa assai struggente e deliziosa che prevede mente vuota e respiro libero. Una roba per pochi, fate, stelle e cani.

Quando è successo,  perciò, mi sono chiesto se stessi per morire. Perché può accadere anche così, la felicità, con l’abbandono della sindrome da ultimo della fila e l’accesso prioritario all’ altro mondo.

In realtà la mia felicità aveva dei begli occhi, neri, ma forse no.

Erano verdi? Grandi e neri? Sì erano proprio verdi e neri.

Un marziano felice, dunque, che sbarca con le sue novità proprio nel mio negozio, un ente rovinoso e fragile che porta con quella grazia, con quella sincerità, due colori diversi sugli occhi.

Avrei voluto innamorarmi in autunno, quando le cose sanno essere delicate e la luce non è invadente, tocca appena e non surriscalda. E ovviamente non gela.

E quando il mio stato ha un animo accomodante, non ringhio e non sono mellifluo.

Ma oggi è Agosto, che non è la stagione degli amori e non collabora a fare di me un essere equilibrato. Dovrei adattarmi.

Ma l’afa ostinata si attacca alle radici dei capelli e le spunta come lingue di brace.

Si incolla alle orecchie il ronzio di mosche convulse, forse stizzite dall’aria rappresa.

L’aria è da deserto ondulato, i dettagli si mettono a fuoco solo aizzando la miopia.

In questa imprimitura di sudore ed esasperazione, il marziano dagli occhi bicolore, entrato nella mia libreria con i passi silenziati di un ente metafisico, non ha caldo. Sembra corrente fresca.

Su di lei, le mosche nemmeno si poggiano.

Dritta sopra due gambe un po’ tornite, i fianchi rotondi sui quali prendo a traslocare tutti i miei desideri. Una leggera sariana verde militare, appena flessuosa e di stoffa trasparente, sospesa sul suo corpo quasi a non toccarlo, un paio di sandali con due sole strisce e senza applicazioni, il viso minuto, caricato in rincorsa verso un mento appuntito, i due occhi di colore diverso.

Due labbra, che non so descrivere se non le bacio al più presto.

Con gli occhi verdi e neri, uno verde ed uno nero, a dare riverbero differente sulle cose, tanto per confonderle e metterle a disagio circa la loro identità stabile.

Resto imbarazzato perché le mosche si sono appiccicate in serie anche sulla mia fronte.

Tutte riunite a bollarmi come un incapace venditore di bestie accaldate.

Lei, intanto, è bellissima.

Un giorno, perché ne sono passati molti da quel primo, decido di avvicinarmi a lei, stacco le mosche dalla fronte con della carta insetticida e vado, prendo il coraggio che hanno gli ultimi della fila, i reietti sui quali si punta per un riscatto della statistica.

Lei mi guarda. Le chiedo cosa cerca, se cerchi.

Un banalissimo eserciziario di sudoku. Ecco cosa cerca, un modo ed un tempo per diventare esperta di combinazioni logiche. Mi chiede se può sedersi mentre fa il computo delle caselle e aggirare i segreti del quadrato magico. La anticipo nei passi, corro a togliere la polvere che la poltrona ha imbarcato in qualche secolo di solitudine. Risveglio con un ceffone il cuscino. E poi la accolgo, come su un trono.

Da quella volta del sudoku sono cambiate tante cose, il colore della sua sariana, ad esempio. Un giorno rosa. Poi una gialla. Poi crema, poi marrone. Poi una sariana azzurra.

Ogni volta completa il suo esercizio di logica e io ci lotto, fra risalite e discese lungo i suoi fianchi.

Lei calcola, io comincio ad amarla.

Arrivano i temporali di Agosto, quelli che non rinfrescano ma sono eccessivi, come tutte le cose fuori stagione.

Lei non se ne accorge quanto la divoro, il computo la impegna, incolorata di sariane e numeri su cui espone mosche impuntate e si fa mosaico la mia bella regina alata, il mio marziano struggente, l’occasione di fare felicità senza ricorrere agli dei, alle stelle e nemmeno ai cani.

Mi sono accorto solo ora di una cosa. Che la mia libreria vende libri senza aura, che non ha gli infissi e l’insegna. Che non entra mai nessuno, tranne le mosche.

Il problema a questo punto è tornare a casa mia.

Lì mia moglie somiglia alla saracinesca chiusa.

E mi guarda accartocciata mentre compongo figure senza forma con i lunghi bastoncini cinesi, quelli tutti colorati, colorati come le sariane della mia regina mosca.

Quelli che a lanciarli a mezz’aria precipitano in amplesso isterico sul tavolo. E vogliono essere presi, ma senza isterismi. Con una calma tragica.

E si bacchettano, si urtano. Qualcuno viene espulso dall’orgia.

Il gioco è questo: scegliere un colore, uno solo, con quello fare squadra e affratellare i simili, usando una sola mano, quel dito preciso che si inarca negli interstizi della molteplicità.

E per quel solo colore, sfidare la corrosione di ogni contatto con il diverso, restare fedeli alla scelta del monocromatico amore. Restare fedeli al blu, anche se il rosso è a portata di mano. Ma continuare a volere proprio quello blu, schiacciato sotto il peso delle alterità.

“Che fai?” mi chiede mia moglie, tutta odorosa di indisponente invadenza.

“Che fai con questo gioco scemo?”

Scontornare l’intero amplesso invecchiato dei bastoncini monocolore.

Ma non glielo dico, non capirebbe.

Allora lei resta in silenzio, sul terrazzo, si dondola su una sedia di vimini con un movimento pallido, tanto poi, starà pensando, spuntano i gerani a darle un tocco di colore. Perché quelli, di notte, spuntano sempre, e si chiamano così, le Belle di Notte, proprio perché possono essere ammirate solo con una luce discreta, che sia di lucciole o di luna. E non perché siano brutte, si nascondono, ma perché hanno paura.

Allora di giorno corrono a chiudersi, si proteggono dalla oceanica quantità di fiori competitori, che hanno una vita assai difficile, presi come sono dal sospetto di non essere affatto speciali. Di non essere mai abbastanza.

Sospiro, ed è un’evaporazione di ormai già tre mesi.

L’alieno dagli occhi bicolore sfoglia libri, cerca riviste, mi chiede cartine per città europee, vuole provare il concorso per notaio e quella ricetta nel libro di cucina vegana. Scorre l’indice, quel dito mi arriva sulla schiena, poi sul collo, si ferma al centro, barcolla, aspetto la condanna, la risalita verso la bocca, e la sua saliva inumidisce un angolo di me e del foglio, riprende la lettura di sponda, è irrefrenabile, vuole conoscere tutto ed io le scaglio certi vogliosi slanci di naso contro la sua pelle, poi apre le braccia, e quando le ho mostrato l’ultima raccolta sui poeti russi, è già volata altrove, in una stanza che conosce solo lei.

Non sapevo l’esistenza di quella tana  finché lei non me l’ha mostrata.

E lì è successo che abbiamo cominciato a pregare. In ginocchio l’uno dinanzi all’altro.

La parola che non ricordo io la dici tu. Cosi ci siamo detti. E abbiamo completato una decina, detto il rosario, sgranando nodi e mangiandoci i respiri. Abbiamo preso a contare il tempo e quando abbiamo avuto freddo, ci siamo abbracciati.

Sì perché di malvagio c’è che sta arrivando l’inverno a fare corte le ombre e gli stessi bastoncini dello shanghai. Imprendibili, tutti.

Io che odio Agosto, prendo a benedire il tempo del torrido come l’unico luogo possibile della mia felicità.

Si sa, in inverno le mosche muoiono.

“Ma prendi quello verde, cambia colore! Se vuoi vincere, cambia.”

Mia moglie è in bilico sulla mia spalla e quella esortazione arriva dopo un secolo di gerani tutti estinti. Il vento in paralisi non spinge più la sedia di vimini sul terrazzo. Ormai i balconi sono chiusi.

Sento solo odore di crema, quella idratante, che sul viso di mia moglie stagna come una velatura scaduta e fa di lei una cortigiana senza prestigio.

Ed eccoli, i bastoncini colorati, quelli dello shanghai spezzato, si dileguano come pezzi di legno senza laccatura alla deriva di un torrente. Sono preoccupato, il gioco lo sto perdendo.

E quelle sariane colorate della mia regina delle mosche, hanno un conto in sospeso con il freddo, che è ghiaccio, che è bianco, e si fa fuori tinta, come fuori tempo è un Proust venduto dall’edicola di fronte. Torna la solita storia delle concorrenze da marciapiede. Torna un destino. Resisto e tremo all’idea che sia un amore senza aura.

Resisto in nome di Salinas e della sua poesia che lei, la mia regina delle mosche, ha preso tra le mani ormai da qualche giorno.

Ora so che Regina non muore d’inverno, perché è simile a me, ama Salinas e le correnti fresche dell’Atlantico, vicino alle mastodontiche eteree colonne d’Ercole.

Ma tu, regina, mia, che passi fai per arrivare al mio castello? Quante tappe vogliamo raggelare? Accordiamoci anche sul colore delle tue sariane e dei mie bastoncini, sugli amplessi dei calcoli del sudoku, dei numeri e delle lingue, dei nomi degli astri da dare ai nostri figli, su quanti cani vogliamo avere, e sulla fede, io non mi sposeró mai in chiesa, sia chiaro.  Neppure tu, perché tu sei una mosca.

E lei, lei mi guarda dentro i suoi fianchi ormai a goccioloni, sfilacciati dall’uso eccessivo dei freni dei suoi voli, legge Salinas con una sonorità di vetro, mi guarda, mi guarda triste. Mi guarda senza l’occhio nero. Senza l’altro verde. Non è che smetta di avere occhi, smette, semplicemente smette, forse, di guardarmi.

È a questo punto che pure senza infissi e con l’edicola di fronte che ha più clienti di me, con mia moglie a casa che sembra una icona da sala d’attesa, è a questo punto che decido di essere leone con la mia mosca, e le dico che sí, Salinas è l’unica scelta possibile, che lei è un angelo, un angelo di mosca e che io la amo, perché lei ama Salinas.

Avrei fermato l’inverno per non farla morire. D’improvviso ho afferrato tutti i bastoni laccati e li ho messi in tasca. Mi sono abbracciato alle sue vesti colorate. E ho chiuso la saracinesca della libreria. Ho piantato gerani al posto degli infissi. E come se fosse ritornato Agosto, io le ho detto.

Le ho detto così. Leggiamo insieme l’Amore che ci è Dovuto. La pagina che non leggo io, leggi tu.

“Ma io non so leggere.”

Ma io non so leggere. Così mi ha risposto. Affatto, non so leggere.

La voce metallica degli insetti si è inchiodata nella mia testa.

Quella mosca affascinante non sa leggere. Mi ha risposto sfacciata, incivile e barbara.

Ha sempre e solo guardato le immagini, i disegni. Ha unito i punti, come si fa con le costellazioni, gli arcipelaghi e le bugie.

Fuori di noi, arriva la pioggia sincera dell’inverno non ancora invecchiato e lei, la leggera donnina di Salinas, la mia tenerissima mosca morente, il marziano con la sariana color niente, ha scelto un amore a lei non dovuto. Senza rotonde passioni e senza fianchi. Una mosca senza occhi e senza fianchi per volare mi ha nascosto i suoi satelliti, e ancora ronza intorno al mio asse.

Sono disgustato da quella verità inconciliabile con la mia idea di felicità.

E allora glielo dice, Salinas, che sarebbe meglio non chiedere, né credere ai colori diversi:

“E sto abbracciato a te senza chiederti nulla, per timore che non sia vero che tu vivi e mi ami. E sto abbracciato a te senza guardare e senza toccarti. Non debba mai scoprire con domande, con certezze, quella solitudine immensa d’amarti solo io”.

L’elegia non appartiene che alle mosche. Le forme colorate del sudoku finiscono per rincorrere i rifiuti degli scarichi, quando lo stampo è già caldo per pretendere una diversificazione in corso d’opera.

Al massimo si resta a ronzare, scricchiolare in ossa di alati.

“Si sono riaperti i gerani” mi dice mia moglie al telefono. Non le credo. Penso che sia la solita scusa, il pretesto per farmi tornare a casa prima del tempo.

“Vieni a vedere.” Insiste.

“Stupida, i gerani d’inverno non ci sono.” Le dico.

“Mi spiace, non so leggere” continua la marziana “Potresti leggermelo tu.”

“Ma ti sto dicendo che è vero, hanno un colore delicato, cielo, torna a casa e vedi. Fidati.”

Mi piace questa idea, che debba fidarmi, e che le cose abbiano un colore cielo. Le immagino leali. E che spuntino fuori stagione. Le immagino audaci.  E decido per una conversione a favore dei gerani color cielo che spuntano nelle giornate invernali.

Metto al suo posto il Poema di Salinas abbandonato sulla poltrona.

“Non posso leggertelo io, Salinas si legge in un solo verso.”

Perché l’amore a te dovuto si legge solo in un verso, tornando a casa.

Maledette mosche, ci stanno ormai pure d’inverno.

 

Autore: Valeria Francese

Valeria Francese nasce a Salerno nel 1979, ha conseguito nel 2003 la laurea in Filosofia con una tesi in Estetica sulla Poetica dello sguardo nella letteratura e nelle arti contemporanee. Nella sua città insegna filosofia negli istituti superiori. Partecipa da sempre a numerosi concorsi di narrativa, ha scritto sceneggiature per il teatro, una piccola meravigliosa esperienza cinematrografica. Nelle ultime esperienze artistiche, una collaborazione per una mostra di fotopoesia, dove la luce e il verso hanno trovato la loro, splendida ed epifanica, parola comune. Da allora, la poesia é diventata la sua Casa Madre. Qualche volta ottiene seri riconoscimenti, menzioni e leggere pubblicazioni, altre volte, come capita a tutti quelli che amano scrivere, un robusto silenzio, quanto mai evocativo di altro talento come quello della pazienza, dell'attesa e della costruzione invisibile. Correttrice di bozze e in procinto di terminare un master in editing e scrittura creativa, sta svolgendo il biennio di tirocinio per diventare giornalista pubblicista. Insomma se nella vita le fosse concesso, sarebbe Scrittura Solo.

6 pensieri riguardo “L’Amore a te Dovuto”

  1. Mi sono vista lì,nascosta fra gli scaffali,a spiare il nascere di quest’amore impossibile.Solo chi è nato per scrivere,non ti racconta,ma ti fa vivere.Bravissima

  2. la capacità di narrare e farci vivere nel tuo raccontare , strizzando l’occhio alla
    immaginifica poesia che non ti abbandona mai , mi ha portato in una storia delicata e saporita, ricca di spunti , in cui ci si può identificare , per analogie biografiche o per analogia di sapori ( Non trovo un termine piu adeguato ), che ti permette il sorriso e la comozione e lo stupore della scoperta , negli stessi giorni leggo Le notti bianche di Fedor D.( un amico ) e con le dovute differenze di tempo e lingua , non di grado artistico , provo sensazioni simili , grazie mille volte grazie l’incontro con la tua penna , qualunque cosa tu disegni mi riempie di entusiasmo e voglia di leggere e fare …non mi capita tanto spesso…

  3. Il racconto, bellissimo, mi ha fatto pensare a Pirandello e al suo Gengè Moscarda, all’essere multipli, alla poca conoscenza di noi e delle nostre potenzialità; al sogno di ciò che può essere e alla fine delle illusioni, alla prigionia di alcune relazioni ed “etichette”; la giornata di agosto, inoltre, mi ha fatto ricordare un po’ “Requiem” di Tabucchi, dove il protagonista compie un “viaggio” tra coscienza e incoscienza in una torrida giornata di fine luglio; suggestiva la descrizione di lei, “l’ente rovinoso e fragile che porta con quella grazia, con quella sincerità, due colori diversi sugli occhi”.
    Infine, l’amore a lei dovuto è forse l’amore più grande.

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