da Lo Stellario di Simone

 

 

 

Che poveri Cristi! Questi fratelli operai, bullizzati da un sistema di controllo spietato sulle loro carni!
Gli operai alla catena di montaggio masticano bulloni e ingranaggi.
Li vedo diventare ciò che mangiano: presse e anime per i calchi.
Si fanno di ferro, metallizzano gli occhi come viti e le loro mani diventano calli d’acciaio che vanno dolorando, che sfiorano e non afferrano nulla.
E cosi anche io che volevo puntarmi una lamiera ritorta contro, vedere che effetto fa la ferraglia addomesticata dal metodo a contatto con le viscere, mi sono travestita da una di loro, da burattino di latta.
E in queste galassia di latta, sono disseminati pianeti e metalli pesanti, queste macchine sono come fate di grasso che non sanno dire neppure le formule magiche. Qui è una specie di planetario dove tutto funziona.
Pure se siamo stanchi. Morti dentro.
Le macchine ci sostituiscono senza grazia.
Mi sento una fata anche io, ma sono eretica, e fatua, perché dico le bugie, vado al contrario di questo gigante tempo meccanico, mi prendo il tempo per guardare il cielo.
Ah, il cielo! Questa scatola che non trova il verso di mettersi in scatola. Potessi abbracciarlo!
Ma sono esausta, ho la fatica tatuata sulle ossa, i tonfi hanno preso ad abitare la mia testa, l’emicrania è diventata operaia.
Sono venuta a lavorare in fabbrica per dispetto al silenzio omissorio.
Sì, per dispetto.
Verso la fretta, la routine, la robotica senza etica.
E mi commuove, fino alla devastazione, questa umanità trasfigurata senza la speranza della resurrezione, questi alienati da farci una rivoluzione con le carcasse.
Credo che solo questo saprei fare, accarezzare.
Come una fata eretica, trasformo i metalli, non in oro, ma in carezze.
Perdenti e delicate, queste leghe, morenti presto.
Eppure quanto vorrei abbracciarlo tutto questo putiferio di gente incolta, costretta al cerchio metallico delle macchine furibonde!

Lo Stellario di Weil

 

 

E Se un giorno dovessi poi andaremene

 

Ph di M. Grosso

 

E dovesse poi  essere oggi,

Ecco vorrei che avvenisse fra le stelle.
E allora ho disegnato Stellario.
L’ho chiamato cosí, per il suo essere inventario senza numeri, l’indice tra il cielo e la radice, l’ho disegnato a carboncino lunare, senza far caso alla prospettiva, che manca sempre in casi come questi di assenza di gravitá;

si va alla rinfusa, marciano le cadenti, inciampano le esplose, le nane si arrampicano sulle giganti, qualche specie, con molto argento fra i capelli, sorride dalla coda, poi infine arrivano le stelle madri, quelle hanno la storia nel pigmento, e sanno di latte, e sono le mie preferite, perché anche se le stacchi, come figurine dall’album, Stellario lo sa, che poi ritornano. Le trovi sempre in un certo modo di stare attaccate al cielo, aderenti al principio, fedeli fino alla fine della storia.

Ah, dimenticavo, un certo grado di permanenza di una stella dipende da che lucernario hai, lo decide lui, quanto inciderá su anima, il tempo di una stella.  Di solito, é una cosa che dura i secoli di una notte. Una volta sola e per sempre, mai piú”

                                                               Lo Stellario Weil

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Il Teatro Rapsodico di Wojtyla

 

La Drammaturgia di Karol

La “Parola viva” del Teatro Rapsodico

“La Bottega dell’Orefice”

Meditazione e Dramma di Giovanni Paolo II

“Perché l’uomo non riesce a durare nell’altro senza fine e l’uomo non basta”

K. Wojtyla

 

 

Fondato a Cracovia nel 1941, in pieno regime di occupazione nazista, il Teatro Rapsodico nacque da un gruppo teatrale clandestino, che realizzò alcune idee drammaturgiche di M. Kotlarczyk, tra cui l’abbandono dell’uso del sipario e del palcoscenico tradizionale, dei costumi e del trucco, esaltando invece l’uso ritmico della parola, quella parola definita dallo stesso Karol Wojtyla “un lievito attraverso il quale passano le azioni umane e in cui trovano le dinamiche loro proprie”. L’interesse per il teatro, da parte di Karol Wojtyla, nonché la sua partecipazione attiva, sia come attore che come regista e drammaturgo, si compie a partire dalla stagione del 1941, attraversa interamente il dramma della guerra, sfuggendo alle feroci retate ed esecuzioni dei Tedeschi invasori, e termina nel 1946, con l’ordinazione sacerdotale del giovane Karol.

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Lo stile filosofico del Buon Samaritano- L’Attenzione creatrice in Simone Weil.

La De-creazione e il luogo della traccia assente

Nell’Anno Santo della Misericordia indetto da Papa Francesco, il nostro annuale progetto dedicato all’incontro fra Fede e Ragione, è dedicato al “Cristianesimo critico” di una silenziosa teologa dell’“esclusione” e del “ritiro”, quale fu Simone Weil, filosofa e scrittrice francese, insegnante e operaia, mistica e attivista partigiana della prima metà del Novecento, che ha fatto del tema della Grazia il senso stesso di ogni Contemplazione, di ogni sua poesia mistica, di ogni suo aforisma filosofico e di ogni nostra destinazione salvifica.

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