Maestro di Grazia

Questo è il fiore che amo.
Quello che io chiamo indebitamente spora.
Il suo nome è soffione, tarassaco, oppure dente di leone.
Per me è una spora: perché è un respiro oltre i pori, perché spira, perché è una parte piccola e umile di un tutto che ha perso il suo colore, giallo, ha perso sole.
Quando diventa così, con queste piume evanescenti, non è più primavera. O forse, per una spora, è sempre una prima era.
Perché non importa quanto sia fragile, e voli via, non importa quanto non farà mai parte di un bouchet: lui o lei, la spora, è un senziente animale di grazia. Perché se ci soffi, come fosse la candelina di un compleanno oppure il fiato che fa bruciare meno una ferita, accade una magia.
La spora vola. Si staccano piccoli paracaduti aerei, con calma e senza strappo, e prendono a planare insieme spinti da un bianco incanto.
Mentre lo fanno tu esprimi un desiderio e loro se lo issano sulle ali. Dove lo portino non si sa. Ma diventa anch’esso tutto bianco ed eterno.
La spora è un fiore inguardabile: presto sparisce alla vista, ma commuove la sua forza di sapersi reinventare. Di nascere in mezzo alla gramigna, sul ciglio di una strada qualsiasi, in mezzo al bel niente di una passeggiata o di una fuga.
Di attrarre con la sua corona di evanescenze, labili aghi di aria. Di saper suscitare un sogno, di richiamare una lezione: non importa che struttura tu abbia, e se sei dritto, stabile e forte. Che importa se sei sbiancato in una specie di trasparenza estinta. E quante volte non ti abbiano scelto.
Sei resistente alla percezione del bello.
E io ti adoro perché se anche per una volta nella tua vita, qualcuno ha soffiato sul tuo capo per realizzare il suo sogno, tu hai avuto una vita perfetta.
Tu sei stato un maestro.
Ovunque vadano i tuoi capelli nel vento, tu sei un mostro di Grazia

Per il tempo degli occhi

Ph di Chiara Romanini

 

Ed ero
la sposa nascosta
dietro il velo, la porta
che dava sulla mia resa
Non so dire quanti anni abbia
sono mistero a me stessa
alla mia rabbia
che ora spenta appare
animale sghembo e stanco
Mi fa pena sembrava un mostro
ora lento agonizza e io resto
con l’abito smesso sull’uscio

ti avevo atteso
appena il tempo dei tuoi occhi

Ph di Chiara Romanini

 

 

Torsione

Ph. Chiara Romanini

Come la rosa

o il piede introflesso

e qualunque altra conversione

Vi offro una schiena  in torsione

il frattale della mia storia: ricordo

i magnifici giorni delle scale inarrivabili

Le chiocciole dure, i cerchi nell’acqua nel grano in aria

Ogni vita registrata dall’albero

dai miei denti, dai petali sul sagrato

Tutto orbita, con un planare astrale

con la mia colonna di pietre infilate

in questa radice midollare

sono io che disprezzo la piana sequenza dell’ordine

E mi diverto ancora a sbagliare

i piani dei verbi e delle regole

Mi inginocchio felice alla santa

grazia della terra e quanto al resto

io lancio uno stelo al primo viandante della mia placida

Esistenza

Voi siate lieti per la mia veste di luce.

 

Trasloco

Foto di Valeria Francese

È successo nella stanza
dei bambini che tu non hai voluto
più far parte della storia ?

Immagino che loro abbiano sentito
dalla regione al loro fianco
spiato con l’occhio dell’orso
Tutto il vento che ha sfuriato il vuoto

e di quanto vuoto bianco resti un letto
sgovernato
Hai mitragliato il tempo
dei giochi.

Ammissione

Lei era una perfetta
conosciuta dell’ombra
le sue macchie erano fiori
spontanei di un campo di caduti
Camminava ammessa
Ad una pena superiore
La sua stanchezza non disse mai
la seppe solo
un pensiero bianco e non profondo.
Smise di avere un nome ed una strada
la vide marciare come un soldato ignoto
ad ogni genere di riposo.
Era Inconsumata.
Aveva la trasparenza dei pori
che tacciono.

Erano profughi i suoi occhi.

Le bambine volano così

Foto di Valeria Francese

Ma quando saremo troppo in alto
esposti al vento e alle sue lusinghe
con cui ci perdona
gli atti mancanti, i capelli volati

quanto saremo forti
per sopportare
la penuria di terra,
il brivido degli uccelli nel vedersi
liberati
e il planare con le nuvole in pensiero
per il ritardo
di chi non arriva a destinazione?

E noi che credevamo ad un gioco
che gli diremo al destino
una volta capito
che stiamo cadendo?

(Al parco, nei pressi di casa di mia sorella, le bambine volano così)

Quei Due

 

 

Foto di Francesco Comello

 

Amore ricordi il vecchio
pendolo della casa
la sua instabile missione
di farci eterni
al suo concerto
e noi vestiti di polvere
io con un cappello tu nel fumo
di vecchie colonne sonore
I nostri discorsi alle spalle
del tempo
ora le smesse narrazioni
di gente addolorata, emigrata
da un secolo a questo
Dovremo dirglielo
che abbiamo cambiato casa?
Ti guardo come si guarda un perduto
atterrato sul mio petto
le tue labbra schiuse, gli occhi obliqui
a prendere passaggi dal vento
E noi due, tutti estinti
a traslocare buio,
a luce spenta
a neve caduta

Fuori Stagione

Foto di Fabio De Michele

 

Ti appoggio
ogni vano giorno di questa epoca
con le misure assolute del dolore
per quella volta che dimenticammo
di allacciare le perdite

E siamo rimasti a prendere polvere
da ogni angolo di mondo
Ma io ti appoggio
dentro la solitudine che ci siamo scelti
per parlare il muto linguaggio
degli appesi al cielo

Ti amerò sempre con la certezza
che non avrai più corpo
ma l’anima che spira e radiosa
invecchia
insieme a me
e alla cosa più ombra che conosci
come l’ora di noi passa
È neve

Ti proteggo da ogni specchio che non sa
che anche con la misera stoffa
e i capelli fuori stagione
deve rimandarti qui
da me.

Mosche di Grazia

 

Ma Preghiamo chi
quando le cose tornano
e più stanche
e tu
con la tua vecchia anima
torturata, io
dentro la mia continua
moda degli specchi
cerco reazioni
all’infinito

Ma Siamo ancora
molto tristi
per la volta del congedo,
per le errate sequenze del destino
e tanto più ariamo
più zolla incomprensione
e spinano gli infedeli,
fluttuiamo con la leggiadra insolenza
delle mosche in cerca di grazia
e restiamo che quasi finisce il giorno
a sghembare con l’intenzione di amarci

Ma Perdiamo pure
il posto sotto il cielo
dobbiamo terminare la farsa
e non servirà chiamarci né aspettare
il turno delle nuvole o delle ali

Noi Evaporiamo come tanti
enti
di questo azzurro abisso
Nero.

Bianca

E che ne sarà di te

a sciame disperso

sfasciate le folle e sommerso

l’ossario di voci

la tua cattedrale di fatti

 

Che ne sarà di te

la volta che il cielo vorrà solo chiudere la porta

e silenziare le cose ancora fumanti

riportare il creato ad un bianco

di assoluta opacità

Quando sarai costretto a dire

solo il tuo nome

con la stessa innocenza dei tempi della scuola

senza il corollario delle cose che hai fatto

che hai portato

Allora sarai bellissimo nella tua nuda

Inutile storia

asfaltate le ragioni per cui essere amato

Amerai con la forza dei giganti in tenera contemplazione dei piccoli refusi

L’anima più bella che abbia mai visto

è la tua quando si guarda all’infinito

poco di una sacra povertà

Lì mi rapisci a spasso

vuoto di una caduta lunga, lunga.