L’Amore a te Dovuto

 

Agosto. La mia libreria è alla fine della strada. Installato depresso, come me, il mio negozio sceglie le ultime file, è orfano di infissi, di una rifinitura, persino di una insegna.  Per indicarlo, basta dire: “l’ultimo in fondo”.

È allora necessario trovare un modo, se pur profondo come lo è puntare tutto su una superficie, per stare su strada da ultimo e in fondo, con la personalità degli zingari che  attraversano in stracci tutta la via e salutano gli altri,  i primi della fila, quelli che ad indicarli bastano parole come “accanto” o “prima”.

È per questo che ad uno come me, che viene anche dopo il Robivecchi e i suoi telefoni vintage con la ruota panoramica dei numeri, è escluso che accada la felicità.

E per felicità non intendo qualche specie di fortuna cieca e fastidiosamente ingrata, ma proprio quella cosa assai struggente e deliziosa che prevede mente vuota e respiro libero. Una roba per pochi, fate, stelle e cani.

Quando è successo,  perciò, mi sono chiesto se stessi per morire. Perché può accadere anche così, la felicità, con l’abbandono della sindrome da ultimo della fila e l’accesso prioritario all’ altro mondo.

In realtà la mia felicità aveva dei begli occhi, neri, ma forse no.

Erano verdi? Grandi e neri? Sì erano proprio verdi e neri.

Un marziano felice, dunque, che sbarca con le sue novità proprio nel mio negozio, un ente rovinoso e fragile che porta con quella grazia, con quella sincerità, due colori diversi sugli occhi.

Avrei voluto innamorarmi in autunno, quando le cose sanno essere delicate e la luce non è invadente, tocca appena e non surriscalda. E ovviamente non gela.

E quando il mio stato ha un animo accomodante, non ringhio e non sono mellifluo.

Ma oggi è Agosto, che non è la stagione degli amori e non collabora a fare di me un essere equilibrato. Dovrei adattarmi.

Ma l’afa ostinata si attacca alle radici dei capelli e le spunta come lingue di brace.

Si incolla alle orecchie il ronzio di mosche convulse, forse stizzite dall’aria rappresa.

L’aria è da deserto ondulato, i dettagli si mettono a fuoco solo aizzando la miopia.

In questa imprimitura di sudore ed esasperazione, il marziano dagli occhi bicolore, entrato nella mia libreria con i passi silenziati di un ente metafisico, non ha caldo. Sembra corrente fresca.

Su di lei, le mosche nemmeno si poggiano.

Dritta sopra due gambe un po’ tornite, i fianchi rotondi sui quali prendo a traslocare tutti i miei desideri. Una leggera sariana verde militare, appena flessuosa e di stoffa trasparente, sospesa sul suo corpo quasi a non toccarlo, un paio di sandali con due sole strisce e senza applicazioni, il viso minuto, caricato in rincorsa verso un mento appuntito, i due occhi di colore diverso.

Due labbra, che non so descrivere se non le bacio al più presto.

Con gli occhi verdi e neri, uno verde ed uno nero, a dare riverbero differente sulle cose, tanto per confonderle e metterle a disagio circa la loro identità stabile.

Resto imbarazzato perché le mosche si sono appiccicate in serie anche sulla mia fronte.

Tutte riunite a bollarmi come un incapace venditore di bestie accaldate.

Lei, intanto, è bellissima.

Un giorno, perché ne sono passati molti da quel primo, decido di avvicinarmi a lei, stacco le mosche dalla fronte con della carta insetticida e vado, prendo il coraggio che hanno gli ultimi della fila, i reietti sui quali si punta per un riscatto della statistica.

Lei mi guarda. Le chiedo cosa cerca, se cerchi.

Un banalissimo eserciziario di sudoku. Ecco cosa cerca, un modo ed un tempo per diventare esperta di combinazioni logiche. Mi chiede se può sedersi mentre fa il computo delle caselle e aggirare i segreti del quadrato magico. La anticipo nei passi, corro a togliere la polvere che la poltrona ha imbarcato in qualche secolo di solitudine. Risveglio con un ceffone il cuscino. E poi la accolgo, come su un trono.

Da quella volta del sudoku sono cambiate tante cose, il colore della sua sariana, ad esempio. Un giorno rosa. Poi una gialla. Poi crema, poi marrone. Poi una sariana azzurra.

Ogni volta completa il suo esercizio di logica e io ci lotto, fra risalite e discese lungo i suoi fianchi.

Lei calcola, io comincio ad amarla.

Arrivano i temporali di Agosto, quelli che non rinfrescano ma sono eccessivi, come tutte le cose fuori stagione.

Lei non se ne accorge quanto la divoro, il computo la impegna, incolorata di sariane e numeri su cui espone mosche impuntate e si fa mosaico la mia bella regina alata, il mio marziano struggente, l’occasione di fare felicità senza ricorrere agli dei, alle stelle e nemmeno ai cani.

Mi sono accorto solo ora di una cosa. Che la mia libreria vende libri senza aura, che non ha gli infissi e l’insegna. Che non entra mai nessuno, tranne le mosche.

Il problema a questo punto è tornare a casa mia.

Lì mia moglie somiglia alla saracinesca chiusa.

E mi guarda accartocciata mentre compongo figure senza forma con i lunghi bastoncini cinesi, quelli tutti colorati, colorati come le sariane della mia regina mosca.

Quelli che a lanciarli a mezz’aria precipitano in amplesso isterico sul tavolo. E vogliono essere presi, ma senza isterismi. Con una calma tragica.

E si bacchettano, si urtano. Qualcuno viene espulso dall’orgia.

Il gioco è questo: scegliere un colore, uno solo, con quello fare squadra e affratellare i simili, usando una sola mano, quel dito preciso che si inarca negli interstizi della molteplicità.

E per quel solo colore, sfidare la corrosione di ogni contatto con il diverso, restare fedeli alla scelta del monocromatico amore. Restare fedeli al blu, anche se il rosso è a portata di mano. Ma continuare a volere proprio quello blu, schiacciato sotto il peso delle alterità.

“Che fai?” mi chiede mia moglie, tutta odorosa di indisponente invadenza.

“Che fai con questo gioco scemo?”

Scontornare l’intero amplesso invecchiato dei bastoncini monocolore.

Ma non glielo dico, non capirebbe.

Allora lei resta in silenzio, sul terrazzo, si dondola su una sedia di vimini con un movimento pallido, tanto poi, starà pensando, spuntano i gerani a darle un tocco di colore. Perché quelli, di notte, spuntano sempre, e si chiamano così, le Belle di Notte, proprio perché possono essere ammirate solo con una luce discreta, che sia di lucciole o di luna. E non perché siano brutte, si nascondono, ma perché hanno paura.

Allora di giorno corrono a chiudersi, si proteggono dalla oceanica quantità di fiori competitori, che hanno una vita assai difficile, presi come sono dal sospetto di non essere affatto speciali. Di non essere mai abbastanza.

Sospiro, ed è un’evaporazione di ormai già tre mesi.

L’alieno dagli occhi bicolore sfoglia libri, cerca riviste, mi chiede cartine per città europee, vuole provare il concorso per notaio e quella ricetta nel libro di cucina vegana. Scorre l’indice, quel dito mi arriva sulla schiena, poi sul collo, si ferma al centro, barcolla, aspetto la condanna, la risalita verso la bocca, e la sua saliva inumidisce un angolo di me e del foglio, riprende la lettura di sponda, è irrefrenabile, vuole conoscere tutto ed io le scaglio certi vogliosi slanci di naso contro la sua pelle, poi apre le braccia, e quando le ho mostrato l’ultima raccolta sui poeti russi, è già volata altrove, in una stanza che conosce solo lei.

Non sapevo l’esistenza di quella tana  finché lei non me l’ha mostrata.

E lì è successo che abbiamo cominciato a pregare. In ginocchio l’uno dinanzi all’altro.

La parola che non ricordo io la dici tu. Cosi ci siamo detti. E abbiamo completato una decina, detto il rosario, sgranando nodi e mangiandoci i respiri. Abbiamo preso a contare il tempo e quando abbiamo avuto freddo, ci siamo abbracciati.

Sì perché di malvagio c’è che sta arrivando l’inverno a fare corte le ombre e gli stessi bastoncini dello shanghai. Imprendibili, tutti.

Io che odio Agosto, prendo a benedire il tempo del torrido come l’unico luogo possibile della mia felicità.

Si sa, in inverno le mosche muoiono.

“Ma prendi quello verde, cambia colore! Se vuoi vincere, cambia.”

Mia moglie è in bilico sulla mia spalla e quella esortazione arriva dopo un secolo di gerani tutti estinti. Il vento in paralisi non spinge più la sedia di vimini sul terrazzo. Ormai i balconi sono chiusi.

Sento solo odore di crema, quella idratante, che sul viso di mia moglie stagna come una velatura scaduta e fa di lei una cortigiana senza prestigio.

Ed eccoli, i bastoncini colorati, quelli dello shanghai spezzato, si dileguano come pezzi di legno senza laccatura alla deriva di un torrente. Sono preoccupato, il gioco lo sto perdendo.

E quelle sariane colorate della mia regina delle mosche, hanno un conto in sospeso con il freddo, che è ghiaccio, che è bianco, e si fa fuori tinta, come fuori tempo è un Proust venduto dall’edicola di fronte. Torna la solita storia delle concorrenze da marciapiede. Torna un destino. Resisto e tremo all’idea che sia un amore senza aura.

Resisto in nome di Salinas e della sua poesia che lei, la mia regina delle mosche, ha preso tra le mani ormai da qualche giorno.

Ora so che Regina non muore d’inverno, perché è simile a me, ama Salinas e le correnti fresche dell’Atlantico, vicino alle mastodontiche eteree colonne d’Ercole.

Ma tu, regina, mia, che passi fai per arrivare al mio castello? Quante tappe vogliamo raggelare? Accordiamoci anche sul colore delle tue sariane e dei mie bastoncini, sugli amplessi dei calcoli del sudoku, dei numeri e delle lingue, dei nomi degli astri da dare ai nostri figli, su quanti cani vogliamo avere, e sulla fede, io non mi sposeró mai in chiesa, sia chiaro.  Neppure tu, perché tu sei una mosca.

E lei, lei mi guarda dentro i suoi fianchi ormai a goccioloni, sfilacciati dall’uso eccessivo dei freni dei suoi voli, legge Salinas con una sonorità di vetro, mi guarda, mi guarda triste. Mi guarda senza l’occhio nero. Senza l’altro verde. Non è che smetta di avere occhi, smette, semplicemente smette, forse, di guardarmi.

È a questo punto che pure senza infissi e con l’edicola di fronte che ha più clienti di me, con mia moglie a casa che sembra una icona da sala d’attesa, è a questo punto che decido di essere leone con la mia mosca, e le dico che sí, Salinas è l’unica scelta possibile, che lei è un angelo, un angelo di mosca e che io la amo, perché lei ama Salinas.

Avrei fermato l’inverno per non farla morire. D’improvviso ho afferrato tutti i bastoni laccati e li ho messi in tasca. Mi sono abbracciato alle sue vesti colorate. E ho chiuso la saracinesca della libreria. Ho piantato gerani al posto degli infissi. E come se fosse ritornato Agosto, io le ho detto.

Le ho detto così. Leggiamo insieme l’Amore che ci è Dovuto. La pagina che non leggo io, leggi tu.

“Ma io non so leggere.”

Ma io non so leggere. Così mi ha risposto. Affatto, non so leggere.

La voce metallica degli insetti si è inchiodata nella mia testa.

Quella mosca affascinante non sa leggere. Mi ha risposto sfacciata, incivile e barbara.

Ha sempre e solo guardato le immagini, i disegni. Ha unito i punti, come si fa con le costellazioni, gli arcipelaghi e le bugie.

Fuori di noi, arriva la pioggia sincera dell’inverno non ancora invecchiato e lei, la leggera donnina di Salinas, la mia tenerissima mosca morente, il marziano con la sariana color niente, ha scelto un amore a lei non dovuto. Senza rotonde passioni e senza fianchi. Una mosca senza occhi e senza fianchi per volare mi ha nascosto i suoi satelliti, e ancora ronza intorno al mio asse.

Sono disgustato da quella verità inconciliabile con la mia idea di felicità.

E allora glielo dice, Salinas, che sarebbe meglio non chiedere, né credere ai colori diversi:

“E sto abbracciato a te senza chiederti nulla, per timore che non sia vero che tu vivi e mi ami. E sto abbracciato a te senza guardare e senza toccarti. Non debba mai scoprire con domande, con certezze, quella solitudine immensa d’amarti solo io”.

L’elegia non appartiene che alle mosche. Le forme colorate del sudoku finiscono per rincorrere i rifiuti degli scarichi, quando lo stampo è già caldo per pretendere una diversificazione in corso d’opera.

Al massimo si resta a ronzare, scricchiolare in ossa di alati.

“Si sono riaperti i gerani” mi dice mia moglie al telefono. Non le credo. Penso che sia la solita scusa, il pretesto per farmi tornare a casa prima del tempo.

“Vieni a vedere.” Insiste.

“Stupida, i gerani d’inverno non ci sono.” Le dico.

“Mi spiace, non so leggere” continua la marziana “Potresti leggermelo tu.”

“Ma ti sto dicendo che è vero, hanno un colore delicato, cielo, torna a casa e vedi. Fidati.”

Mi piace questa idea, che debba fidarmi, e che le cose abbiano un colore cielo. Le immagino leali. E che spuntino fuori stagione. Le immagino audaci.  E decido per una conversione a favore dei gerani color cielo che spuntano nelle giornate invernali.

Metto al suo posto il Poema di Salinas abbandonato sulla poltrona.

“Non posso leggertelo io, Salinas si legge in un solo verso.”

Perché l’amore a te dovuto si legge solo in un verso, tornando a casa.

Maledette mosche, ci stanno ormai pure d’inverno.

 

Binario venticinque – AudioRacconto

“E chi comincia a porselo, il problema del tempo, non é sincero”

BINARIO VENTICINQUE

 

I treni dovrebbero imparare, a restare. E invece vanno e vanno sempre.
“Mi scusi, sa l’ora?”

Chiedere il tempo: azione ingenua, endemica del genere umano e della sua follia.

E’ tardi, piccola donna con l’ansia di arrivare.  E’ tardi. Ciondola nei suoi pantaloni dagli elastici dispersi, con certe fughe a raggiera negli occhi, le sue partenze sanno di tentacolo.

“Non ci voleva. Trentacinque minuti di ritardo. Troppo.” Replica intanto un uomo alle mie spalle. Troppo, per qualunque coincidenza, ultima occasione, intenzione a perdere.

Il mio orologio digitale contraddice certe lancette pigre appollaiate sopra un quadrante a muro, in fondo al binario. Le contraddice e le mette a nudo nel loro non essere obiettive.

Non mi resta che rispondere, anch’io in ritardo, a quella domanda, ciò che mi sembra un giusto compromesso tra la veritá e il suo contrario.

“Sono le diciotto. Quasi le diciotto. In fondo manca un po’per le diciotto.  Un poco di cui non preoccuparsi, per poco.” D’altronde, mi chiedo, perché irritarsi dei ritardi?

Quel che succede nelle attese crea parentesi in cui dai l’anima. Il posto si getta, basta un binario per sentire suonare una sinfonia molle e vedere vortici di umanità che si disperde nella metafora abusata del viaggio. Ma capita troppo di frequente, d’accorgersi che tutti questi presunti viaggi non siano altro che giri recisi su se stessi, in una città che si muove frenetica solo per eludere il cielo che la segue e spostare il limite di se stessa sempre più avanti. E’ un’attesa, niente di più né di meno: riuscire a trovare la distanza giusta per compiere un giro meno tronco sotto un cielo che lasci almeno un po’ d’aria.

“Guardi che io il biglietto lo avevo.”

Laggiu, si consuma l’ennesimo delitto delle cose non dichiarate in tempo.

Il gendarme é implacabile. Non gli crede, a quel giovanotto con chitarra in spalla, felpa incappucciata e Converse ai piedi. Non crederei neppure io, se non gli avessi visto cadere dalle tasche, poco prima, un biglietto irridente, che si é messo a svolazzare con l’inesorabile crudeltá delle cose che lasciano casa, teca e tana, senza avvisare nessuno.

Ci si nasconde. Si nasconde tutto.

E’ partito lui, intanto, il treno all’ultimo binario, il binario venticinque, incerato di fretta elegante, allungato nel suo muso di razza, firmato Eurostar Freccia di ogni ben di Dio di lega.
Carla é su quel treno. Lo so perché é l’ultimo della giornata, quello degli avvocati e degli insegnanti, anche se lei é una casalinga. Quindi in teoria non dovrebbe aver necessitá di tornare a casa sua con quel treno. Tecnicamente nessuna esigenza di allontanarsene. Eppure accade, ogni giorno. E questo lo so, perché Carla é mia moglie.

Devo riconoscerle premura e sollecitudine nel non mancare mai alle nostre cene. La sua puntualitá, l’estrema creativitá con cui si prende cura del dettaglio della tavola, é commovente. A maggior ragione se penso, come in effetti é, che mia moglie dovrebbe tornare stanca, con i piedi gonfi e la leggera emicrania di cui soffre, a causa di una labirintite antica. Eppure, che amore di donna, ogni giorno viaggia, per il solo amore di tornare a casa da me e farmi trovare, al mio rientro dal lavoro, una cena squisita ed il piu seducente dei suoi sorrisi. Io non ho mai preso l’eurostar. L’impazienza si paga. Io non ho fretta e il mio studio medico é a pochi passi dalla nostra abitazione. Me la faccio a piedi. Ma se mai dovessi prendere un treno, lo giuro, prenderei quelli bastardi che puzzano di muffa e di certe vite che imparano, per ogni tipo di sventura occorsa loro, a conoscersi nelle attese dei viaggi.

“Ah si, e che fine ha fatto questo biglietto? Puff! Volatilizzato?” il controllore- gendarme compie un gesto di cabaret a simulare l’atto della sparizione, come di un coniglio dentro il cilindro. Il chitarrista in Converse é disarmato, resta a perquisirsi in modalita autoflagellante, con violenti colpi delle mani sul petto e i fianchi, senza sapere, poter solo immaginare che quella carta volatile come l’essenza di una banalitá, si era messa a tradire il suo posto, la sua origine, il posto dove era stata protetta come la cosa piu preziosa, quella tasca di stoffa che non l’avrebbe mai lasciata e preservata da ogni ingiallimento del tempo.  Sarebbe quasi tragico, se in fondo, non fosse noioso.

Noiosi come gli imprevisti che, poiché succedono sempre tanto da poterseli aspettare, sono roba per collezionisti di banalitá.

Probabilmente ad esserlo, noiosi, sono tutti gli atti che stonano con le proprie nature. A pensarci, mi sento noioso anche io. Ogni volta che vengo qui, come se fosse un dovere, o con la scusa di un dovere, mi accorgo di tradire la mia natura, una natura pacata, che non avrebbe molto da dire o da fare in una storia come questa, da binario venticinque. L’ultimo, quello per la gente che deve correre di piu, fin laggiu, per qualche punizione da espiare forse, per qualche fretta da pagare.

“Tre volte il costo del biglietto. Documenti.”

La flagellazione non redime alcun peccatore.

Perché la farsa non cessa se qualcuno non ci fa capire che non è cosa gradita. Solo il silenzio ci giustificherebbe nella nostra reiterata coazione a ripetere uno spettacolo di movimenti isterici. Siamo tarantolati, siamo nevrotici, perché il biglietto lo avevamo. E nessuno ci crede. E va sempre, piu o meno cosi. Va sempre cosí.

“Cosa? Ma dice davvero?Le diciotto?! Poco meno le diciotto, quasi ma in fondo, le diciotto.” Si morde le labbra, la ragazzina che mi aveva chiesto che ore fossero, cercando nella fagocitazione delle sue labbra, e forse pure della lingua, un buon motivo per non pensare alle conseguenze dei ritardi. Resterá reliqua della sua paura, e della sua lingua, se davvero quel suo tempo fosse un tragico diciotto.

In effetti certe conclusioni sono inaspettate. Basta far tardi, perché il mondo, con certe presunzioni di autorità, ti lasci fuori, in attesa, costringendoti all’osservazione del perduto, di ció che non si é messo ad aspettarti. Di ció che magari  ha preso a tradirti solo perché, erano le diciotto. O poco meno.

“E se prendessi un taxi…tutto sommato dovrei farcela ancora.”

Quell’uomo alle mie spalle, dietro di me, quello che ha qualificato il diciotto andante, come un “troppo” relativo ed assoluto alle sue condizioni,  parla ancora da solo, con il viso che gronda sudore, appoggiato ad incastro su un mento a doppie balze, con lenti piccole ed appannate per certi sussulti respiratori. In effetti le modalità per reagire ad un ritardo e non farsene vincere, sarebbero molte, in qualche caso, efficaci. Altre, sarebbero solo semplici sublimazioni di uno stato d’agitazione. Prendere un taxi per tornare a casa non terrebbe conto del traffico stradale. E poi il costo? Il signore ha già in mano un biglietto da poco più che tre euro, per pagare un taxi dovrà aggiungerne almeno altri trenta.

E’ chiaro, da certe esitazioni del capo ed una postura oscillante, che il tipo non prenderà mai un taxi. Aspetterà come tutti noi, ma intanto, darà la sensazione di poter sempre avere in mano la soluzione ai suoi problemi. E questo gli fa bene, lo fa sudare di meno, alitare con agitazione sempre più mesta ed infine, rassegnare con un certo sorriso, mentre allenterà il nodo della sua cravatta, strozzino delle sue residue speranze.
In attesa. Si resta tutti in attesa, ancora. Di fare tardi.
Oggi è giovedì. Ed è il giovedì che Carla prende l’eurostar e viene in questa piccola città poco lontana da casa nostra. Quando si fanno le 18 e si fa ora di rientrare, lei arriva in stazione e la osservo prendere il treno che la porterà di nuovo da me, che nel frattempo saluto l’ultimo paziente a cui ha ceduto il molare, e chiudo il mio studio, con il solito morale residuo, scendo per le scale, guardo giu dalle trombe delle scale, penso a come sarebbe bello volare, poi faccio dei passi, pochi o tanti, magari solo diciotto o mille volte diciotto o poco piu di diciotto e arrivo al mio portone. Guardo il citofono, non citofono,  lei mi vede dal balcone, mi chiama, sventola una mano, la chioma e la gonna, le vedo le gambe, immagino di farla mia. Allora prendo l’ascensore, penso alle stagioni, al fatto che il peso massimo consentito é di quattro persone, mica diciotto, penso che sono ingrassato, ma non abbastanza da precipitare, e penso che sono invecchiato. Ma non dovrebbe interessare questo all’ascensore. Almeno a lei, no.

Ma la veritá é che invece ormai, ogni giorno, prendo il treno pure io. Gliel’ho detto, al mio paziente, che il molare ormai é ceduto, cosa dobbiamo fare altro? Possiamo chiudere lo studio molto prima, molto prima delle diciotto.

E cosí io aspetto uno di quei treni bastardi, l’ho giurato che avrei aggiunto la mia muffa a quella degli altri, mentre i pensieri di tutti si raggrumano in promiscue combinazioni. Succede qualche volta che mi addormenti, mentre le rotaie torturano risate e squilli di cellulare, macinano imprecazioni e pettegolezzi, mentre ritorna una metafora abusata, il viaggio che si compie, che si compie per forza, per scelta o per un semplice, banale tradimento.
Il ragazzo é sconsolato, afflitto. Con in mano la sua multa, eppure io sapevo che diceva la veritá , che il biglietto caduco come foglia autunnale, lui ce l’aveva.

Ma sono sempre  gli onesti ad essere gli sprovveduti, i fortunati destinatari di un controllo a random. Ad ognuno, poi, tempi e modalità di reazione: c’è chi si tranquillizza pensando ad un taxi che non prenderà mai e c’è chi viene qui, ogni giovedì, alla stazione, a  soli 20 km da casa propria, per vedere la propria moglie prendere l’eurostar per fare ritorno a casa propria, dopo che è stata con il suo amante, proprio il suo amante.

E’ calato il buio, tutto celeste, come la carta stellata di un presepe. Gli erranti pastori, e la luna, si freddano e tremano, qualcuno risale per una via, saluta. Starnuti. Un ciao piu lungo del binario venticinque, ciaoooooo.  Una lattina di aranciata si rotola spinta dal primo vento e divertita, si mette a rincorrere un punto qualunque. Pure il metallo vuole giocare e non pensarci. E’ così che, lentamente calano i ritardi e le aspettative si quietano.

C’è chi, quelle aspettative non le ha mai avute, oppure chi, per molto tempo, non crederà più ai ritorni possibili e farà del proprio ritardo una semplice abitudine alla vita.
L’amante arriva per primo. Controlla gli annunci dei treni in arrivo. Eurostar delle 18.00. Orario previsto: 18.00. Una camicia aperta sul petto ed i capelli neri che ondeggiano su un viso dai tratti spigolosi. Accende una sigaretta che fa un piccolo alone di luce attorno al suo capo, come succede alle aureole di certi santi. Ma non è un santo, è l’uomo che a cui mia moglie sventola, mano, chioma e chi lo sa, cosa mai altro.

Poi arriva Carla, eccola mia moglie, bellissima e piu giovane, bene le fa l’aria della stazione. Con certi salti, non le ho mai riconosciuto la competenza dell’agilitá, con certi salti lo raggiunge alle spalle e controlla l’orologio.   Ora so che mia moglie mi tradisce, lo so con assoluta certezza, e non tanto perché ho scoperto che ogni giorno o quasi, lei torna a casa da questa citta, prendendo l’Eurostar delle 18.00, binario venticinque. Non sono queste certezze a convincermi della sua infedeltá. Mia moglie mi tradisce perché lei, un orologio, non l’hai mai avuto. E chi comincia a porselo, il problema del tempo, non é sincero. Certe bufere che passano assieme ai treni sono passaggi incontrollabili di vento. Sfumano le persone, sfumano gli anni, le promesse, le fedeltà. A starci, dentro il ciclone, come faccio io ogni giovedì, nasce un senso. Sono qui a legittimare un tradimento, ad assistere alla scena beffarda, mia moglie che torna a casa dopo essere stata nella città del suo amante. Aspettare questo giorno per scoprire alcuni lembi di sincerità, nascosti nelle muffe dei treni, mi consente di scegliere il modo migliore per accettare il mio ritardo, quello che non posso in alcun modo cancellare.
Carla ha certe vibrazioni nello sguardo, certi nuovi modi di scostare i capelli dal viso. Ogni volta conosco una donna nuova, ogni giovedì m’innamoro di un gesto diverso.
Arriva il muso del cane pregiato e quei due si baciano, si vedranno presto. Chiudo gli occhi e, quando li riapro, è rimasto solo un certo ritardo a dire tutte le cose.

Un ritorno a casa

 

 

La verità è dunque, che a questo punto di una silenziosa e dolorosa storia, con la quale l’unica cosa da fare è avere proprio molta pazienza e riannodare certi fili per riappropriarsi del gomitolo, a questo punto, dunque, che il concetto di colpa si misura con la mia incredibile caduta di stile, ora che, è più che chiaro, risale dai miei insonni pensieri, un po’ di più che amarezza ed un po’ di più che solitudine, io ho paura.

Io ho paura di perdere il mio tavolo, quello con due sedie vuote ed uno spazio di nutrimento. Temo che nella verifica di una presenza io possa ammalarmi di assenza.
Ripenso a quel che é stato: il silenzio dei passi di Euridice era frustrante per Orfeo.
Egli dovette pensare che sua moglie avrebbe potuto almeno far rumore facendo schizzare un sassolino sotto i suoi sandali perché avesse la certezza che lei lo stesse seguendo. O avrebbe potuto togliere una forcina dai suoi capelli e lanciarla in aria, o avrebbe potuto affrettare il passo per creare una corrente d’aria in grado di far sbuffare almeno di poco la sua tunica.
Insomma per salvare un amore, bastano dettagli oppure la piccola volontà di inventarsi un trucco di cui essere complici. E comunque, resta sempre colpa degli altri.
Orfeo dovette ripetere molte volte ad Euridice: “Ecco il nostro tavolo, laggiù, verso l’uscita”.
E per molte volte lei non dovette sentirlo.
La voce di Orfeo era risultata una cava vuota, senza farfalle e senza pipistrelli, un buco nero insomma, un disastro entropico.
Quello che mi sono sempre chiesto è perché Orfeo non le abbia allungato una mano per tirarla a sé, invece di  dirle solo: Ci sei?

Ma il problema riguarda gli occhi, non le mani. Il peccato è nello sguardo che possiede e satura, non nelle carezze, nelle retrovie del sentirsi pelle comune. Il rischio scismatico è nel focus dell’obiettivo, che spezza la distanza, nella pretesa della retina di divenire adescamento degli enti di luce. Ecco, Orfeo avrebbe dovuto sfiorarla, come certo vento intento nella pratica dell’accomodamento, nella raccolta poetica di foglie e carte, mulinelli d’acqua e capelli.
Perché Tutto, nel vento, diventa abbraccio e non investimento”.

Da  Un ritorno a casa- la vera storia di Orfeo ed Euridice

La vera storia di orfeo ed euridice

What Women Love – Autori Vari

Un e-book suggestivo ed intenso sulla tematica del femminicidio, a cura della formidabile Associazione Culturale Freedomina. A pag. 43, il mio Racconto Wormhole!

Download Ebook:
What-Women-Love-Autori-Vari

“Vorrei dire alle ragazze che nessun legame ha permanenza irreversibile e che c’è sempre qualcosa di instabile in questo sistema di particelle, e il punto di rottura avviene quando lei, e tutto il suo amore, dicono un semplice no, a lui, che è l’antimateria, o anche ciò che si rivela essere alla fine, un semplice positrone anaffettivo. Pensateci, allora, prima di dire eternamente, pensate a quella reversibilità molleggiante che è l’esistenza dell’universo, per la quale siamo solo onde che fluttuano e disperdono energia e rinnovabili fintanto che lo desideriamo”da Wormhole, di Valeria Francese

Della Stessa Sostanza della Madre

So che ci sei. Svegliati, devo parlarti. Non abbiamo tempo da perdere. Le ho provate tutte prima di questo, sono scappata ma non è servito a nulla: sei ovunque, mi segui con maniacale fedeltà. Non hai mai avuto rispetto dei miei spazi, hai invaso la mia aria, hai rubato il mio cappello con dentro tutti i miei pensieri. Mi è rimasta una testa svestita ed un grande ammasso di capelli che fanno rumore. Ho l’ansia addosso, ogni giorno, certo che è un bell’abito: con una scollatura che sembra un precipizio, ci affondo dentro, e con i piedi abbottonati dalla sua stessa stoffa. Stile e misura unica, la paura.  Non ti puoi spogliare, non puoi correre e non te ne liberi. Leggi tutto “Della Stessa Sostanza della Madre”

La sposa di Antonio

Mi sono fermato per ascoltare la voce di mio fratello che chiama mamma. Non vi daresti un’età, è come un suono che non si può declinare.

Forse può ricordare un piccolo uccello nato da pochi giorni.

Antonio è appena nato sì, ma da 25 anni, e vive nel nido diventato troppo piccolo per il suo corpo lievitato. Eppure ci sta dentro con l’ostinazione di un inquilino tenace, ancora avvolto di placenta, che nel tempo si è fatta densa.

Leggi tutto “La sposa di Antonio”

Performativo

La notte è dei fantasmi e delle creature di solo buio. E’ il regno di pensieri orfani in contesa con l’alba, atomi di cuore senza nucleo, locandine in disuso.

Sveglio, gli occhi spalancati nel perimetro di una preghiera, nel silenzio di una città che non conosco, immobile sul letto, questo letto che precipita nel soffitto, sento il peso di un corpo depresso, sì che è depresso. Solo, cerco di parare i colpi di tutti i voli che non riesco ad intercettare. Solo.

Leggi tutto “Performativo”

Il Geco di Iuta

Che sia giorno o notte, c’è sempre del miele nei suoi occhi.

E’ venuta ad aprirmi cosi, con quello sguardo e con quella stessa vestaglia morbida.

Si cola in un’unica tinta biondo tabacco, con i suoi capelli ed il tessuto dalle linee lievi.

-Perché non mi hai mai più chiamata? Perché non sei più tornato? Perché te ne sei andato? Perché mi hai lasciata?-

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La vera storia di orfeo ed euridice

Ed invece restiamo fino a notte inoltrata.

“Per favore, andiamocene, mi annoio.”

Invece restiamo. A bere aranciata e vodka vicino al muretto dove si gioca a carte. Nel cielo estivo gravitano echi concentrici come bolle acustiche schioccate in aria. Le pelli emanano odori carichi di creme innaffiate, i volti di vetro nei bicchieri alzati per un brindisi, che qualche voce doppia fa nascere all’improvviso.

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Buongiorno Stellina

Scendi lenta lungo le pareti di una cannuccia umida. Fisso lo sguardo sulla tua rugiadosa silhouette ma è un gioco spurio con una materia ineffabile: la tua goccia trasparente mi opacizza lo sguardo. Il tuo odore si vernicia in quest’atmosfera d’alcool e purghe; lentamente ti stendi accanto a me su questo lettino bianco.

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