Lo Stellario di Weil

 

 

E Se un giorno dovessi poi andaremene

 

Ph di M. Grosso

 

E dovesse poi  essere oggi,

Ecco vorrei che avvenisse fra le stelle.
E allora ho disegnato Stellario.
L’ho chiamato cosí, per il suo essere inventario senza numeri, l’indice tra il cielo e la radice, l’ho disegnato a carboncino lunare, senza far caso alla prospettiva, che manca sempre in casi come questi di assenza di gravitá;

si va alla rinfusa, marciano le cadenti, inciampano le esplose, le nane si arrampicano sulle giganti, qualche specie, con molto argento fra i capelli, sorride dalla coda, poi infine arrivano le stelle madri, quelle hanno la storia nel pigmento, e sanno di latte, e sono le mie preferite, perché anche se le stacchi, come figurine dall’album, Stellario lo sa, che poi ritornano. Le trovi sempre in un certo modo di stare attaccate al cielo, aderenti al principio, fedeli fino alla fine della storia.

Ah, dimenticavo, un certo grado di permanenza di una stella dipende da che lucernario hai, lo decide lui, quanto inciderá su anima, il tempo di una stella.  Di solito, é una cosa che dura i secoli di una notte. Una volta sola e per sempre, mai piú”

                                                               Lo Stellario Weil

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Be Happy!

Be Happy!

(In scena una figura sottile di nome Zoe, è accucciata su un tavolo di laboratorio. Sulle sue spalle è adagiata una coperta blu. Fra i capelli ha forcine con fiori)

Zoe: Ed un bel giorno, un giorno che somigliava a tanti altri, mentre fuori c’era il sole e dentro c’era il sorriso di Cara e mentre

io  stessa continuavo a essere felice, di quelle felicità piccole e spontanee che somigliano ai giorni muti dei fiori o delle stelle, un bel giorno io sono morta.

L’ho fatto in silenzio, per non spaventare Cara, che è delicata.

Ho cercato di morire come morirebbe un fiore, sfumando nel colore, come fossi solo scambiata per un lavaggio sbagliato e come morirebbe una stella, smarrendo la luce, come se fosse solo l’inizio di un giorno qualunque.

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La Casa del Sonno Adattamento teatrale del Romanzo di J.Coe

Un gruppo di studenti universitari  condivide esperienze e vissuti nella dimora del campus di Ashdown.

Ad unirli è la profonda incertezza di chi ricerca la propria identità, a separarli  è la nota della solitudine che galleggia, inossidabile, nelle loro iridi.

Ad Ashdown non si dorme mai, perché il sonno è malato, dionisiaco, eccitato ed eccitante, un sonno che rumoreggia mentre mescola i destini e febbrilmente ne impasta le forme.  Durante il sonno, tormentato, di ciascuno dei protagonisti, accadono cose che si confondono con la realtà.

La notte è il luogo di incubi, incroci misteriosi, fobie ed  ossessioni.

Il giorno, invece, costringe al riconoscimento, impone le confessioni, scopre gli equivoci, rivela verità. Ed a questa gioventù tocca il compito di scegliere se subire o deviare  il flusso incessante, disordinato e  caotico degli eventi che si susseguono sorretti da inspiegabili incidenze. A questa gioventù tocca il compito di scegliere se avere una vita diurna o notturna, di scegliere la propria identità sessuale, come  voce dell’interrogazione su se stessi. I personaggi, infatti,  aspirano a configurazioni della loro natura ma spesso, irriconoscibili persino a se stessi, si scoprono ogni volta strutture nuove in grado di rimodellare le relazioni intersoggettive.

Passano solo dodici anni, Ashdown muta la sua identità, da campus studentesco viene trasformata  in una clinica specializzata nella cura dei disturbi del sonno.

Ancora una volta, non solo nello spazio ma soprattutto  nel tempo,  le storie dei giovani si pongono  su di una trasversalità che permette la coesistenza di variabili interscambiabili.

Da adulti dovranno ancora scegliere e confrontare le scelte di ciascuno con quelle degli altri: decidere se risolvere o ripetere il dramma delle loro inquietudini giovanili.

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Il Teatro Rapsodico di Wojtyla

 

La Drammaturgia di Karol

La “Parola viva” del Teatro Rapsodico

“La Bottega dell’Orefice”

Meditazione e Dramma di Giovanni Paolo II

“Perché l’uomo non riesce a durare nell’altro senza fine e l’uomo non basta”

K. Wojtyla

 

 

Fondato a Cracovia nel 1941, in pieno regime di occupazione nazista, il Teatro Rapsodico nacque da un gruppo teatrale clandestino, che realizzò alcune idee drammaturgiche di M. Kotlarczyk, tra cui l’abbandono dell’uso del sipario e del palcoscenico tradizionale, dei costumi e del trucco, esaltando invece l’uso ritmico della parola, quella parola definita dallo stesso Karol Wojtyla “un lievito attraverso il quale passano le azioni umane e in cui trovano le dinamiche loro proprie”. L’interesse per il teatro, da parte di Karol Wojtyla, nonché la sua partecipazione attiva, sia come attore che come regista e drammaturgo, si compie a partire dalla stagione del 1941, attraversa interamente il dramma della guerra, sfuggendo alle feroci retate ed esecuzioni dei Tedeschi invasori, e termina nel 1946, con l’ordinazione sacerdotale del giovane Karol.

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Della Stessa Sostanza Della Madre a Teatro

“Sono della stessa sostanza della madre. E’ una sostanza tanto cara, non ha la voce maschile ma sa proteggere come un uomo, ha la forza di un dio che non è minore quando è amore.  A volte anche un dio può piangere o sentirsi solo. Per questo ci sono i figli, perché un dio, che sia padre o madre, non si senta mai solo. Aspetto di essere tuo figlio.”

“Io di Lui non ho la sua pazienza…”

La più bella delle mie occasioni ha avuto il nome di Antonella Valitutti.

Recensione  a cura di Romina Attianese

Ci Riposeremo!

CI RIPOSEREMO! di Valeria Francese – Compagnia del Giullare

Ci riposeremo!
Cechov è considerato un maestro del racconto breve.
Ma ieri il teatro ha restituito non un racconto e nemmeno un melodramma. Ha restituito ciò che Andrea Carraro, il regista della formidabile Compagnia del giullare, ha definito “scena quotidiana delle nostre case”. Con una trasparenza salda ed una semplicità robusta.
Quando Sonia ripete per 4 volte, in un finale immobile e cristallizzato dalla semplice volontà di permanere al di là del cambiamento, quando ripete “ci riposeremo” e ficca il suo sguardo tagliato oltre l’occhio di bue, mi è venuto un brivido sulla pelle. Ha poggiato il pennino con il quale siglava fatture, sul mento appena sollevato, il corpo appena lievitato pur nella sua dimensione ridotta, i suoi ricciolini neri stavano fermi senza alito che li sfiorasse.

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Giallo in Camera

GIALLO IN CAMERA… di Valeria Francese – Compagnia del Giullare.
Ho pensato che fosse un luogo claustrofobico fin da subito: una stanza, il suo perimetro e la stanza nel suo perimetro. Qui, ogni ingresso ed ogni uscita hanno il sapore di accessi tutti mentali. Una ragazza briosa arriva come una specie di bambola fuoriuscita da qualche mercatino rionale. Si sente che è capitata solo per caso nella stanza di Veronica. A lei viene chiesto di prenderne possesso, e della stanza e di Veronica. Lei accetta, in fondo, può essere divertente. Ma come tutte le scelte irreversibili, sarà un divertimento annichilente.

Lo Spazio dell’Amen, Theatre Musical Fest di Milano

“Quanto sia bello poi guardare in faccia la notte, la sua immagine che nessuno pensa possa essere così chiara, con tutte quelle luci sul viso, con la tenerezza di una donna immensa che si mostra nuda nel suo pudore. Quante cose poi la notte ti fa vedere, ti allarga gli occhi come l’animale che deve sopravvivere al buio, e quello che vedi è tutto il mondo quando depone le armi e si fa cullare da Dio.”

Lo Spazio dell’Amen di Valeria Francese, Regia Laura Lamonea

Dicono di noi

Dicono di noi…ancora…