L’oscura signora

Si mise a guardare i cadaveri passare, al sicuro dietro una grata, certo che il non intervento avrebbe salvato la sua vita ma non il suo onore. Ne passarono moltissimi, insieme alle acque e allo scorrere del tempo. Alcuni erano bambini, altri donne giovani, molti dissero di non averlo mai conosciuto ma di sapere che erano morti a causa del suo ritiro dalla guerra. Non c’erano anziani, l’unico invecchiato dalla fuga era lui. Gli parve brutto, ammise, essersi salvato con il gioco del silenzio, e il vincere il miglior nascondiglio, quando esso non é un cespuglio, non una stanza chiusa a chiave, un armadio, e nemmeno il buio; é quando ci si nasconde dietro le proprie palpebre, che si vince e si bara. Agli altri non resta che passare da cadaveri, davanti al vincitore che per non perdere, preferisce morire solo.

Le scale

Non è stato mai abbastanza ció che abbia potuto dire di me, restava sempre l’incompleto, una stanza retró con il dondolo dei miei reali tormenti, la finestra che dá sul mio vorrei un giorno, la penombra che é la tinta di un amore estinto, poi ci sono i giochi di quando ero piccola, non ne ricordo nessuno ma so son tutti lí, nella stanza retró, a dire di me tutto cio che non sarà mai abbastanza.

La strega

Gli anni si erano fatti duri e fuorvianti. Ogni intenzione e desiderio avevano preso la piega dei rimpianti, ogni scalino era diventato l’immensità di una paura, ogni giorno si era abituato a resistere all’indolenza;avevo un viso di bambola che in troppi hanno truccato da strega, e quando sono rimasta sola in pochi sono rimasti. La cosa bella é che se dovessi dire che sia orrendo, non potrei, sono diventata grande macinando ostacoli, sgranando rosai e ti prego, accarezzandomi la testa addolorata con la scusa di pettinarmi i capelli. Ho pure pensato alla morte, ma mi é sembrato banale dire fine invece che andiamo. Allora andiamo, vengo dove vuoi tu, tra una preghiera ed una ferocia, mi strucco il viso, non sono una strega, ho solo sofferto.

WormHole

Dicono che le linee della bellezza siano curve, e rotonde, le grazie, come lo sono le pance lievitate delle madri, i seni circolari delle orbite celesti, e gli occhi delle donne, che piroettano intorno al nostro destino. Credo che la natura delle donne sia questa, nel ricorsivo allaccio di un abbraccio, una forma di circolare ritorno a casa. Con lei, riuscivo a tornare a casa ogni volta, anche se mi ero perso già molte volte. Ne ero innamorato, lei la professoressa Eugenia Monti, titolare della Cattedra di Fisica; come tutti gli amanti acerbi, ero empatico, spirituale e appassionato. Per me la sua bellezza non era roba sua, era roba mia.

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