Delitto e Castigo di F. Dostoevskij

 

 

Delitto e Castigo

Pubblicato nel 1866, due anni dopo dunque  Memorie del Sottosuolo, lo scritto di Dostoevskij che apre la scena all’oltruomo. Proprio Memorie del Sottosuolo  potrebbe quasi fungere da suo sottotitolo, se non fosse per la geolocalizzazione del tugurio abitato da Raskolnikov, protagonista di Delitto e Castigo, che si trova invece, in cima a una mansarda arroccata. Superficie e abisso, sottosuolo e altezza, i poli dialettici di un romanzo che già nel titolo non si esime dalla medesima contraddizione in termini: Delitto e Castigo. Poiché l’uno non regge il peso della propria esistenza senza il richiamo doloroso dell’altro.

La vecchia usuraia, una scure, il pretesto di una teoria. 

Significa che commettere un reato criminale, come quello di spaccare la testa con una scure a una vecchia e maligna usuraia, ha il suo contrappeso con un castigo naturale  di natura intima e privata. La trama è gialla solo per il gusto di rintracciare un genere antilitteram. In realtà sappiamo subito chi ha commesso il delitto, attraverso le intenzioni – e le infezioni – che animano la malattia del giovane Raskolnikov: lui ha ucciso la vecchia usuraia, simbolo del male di una società protocapitalista che in nome del progresso schiaccia i miserabili. E tutto sembra rispondere a una teoria, dove “il tutto sta per una teoria”, sta in piedi cioè per la ragione del riscatto, per l’equilibrio necessario di una bilancia sociale. Quanto pesa la vita di una vecchia usuraia al cospetto di centinaia di vite innocenti? Il problema è chiaramente di natura filosofica: liberta dell’uomo e la questione del male, capisaldi chiasmatici di una personalità cristiana tipicamente europea. Quanta pena è data all’uomo che schiacciato dal dono della liberta, se ne fa maldestre interprete? Un ermeneuta allo sbaraglio che diffida del limite e si pronuncia a favore di quella fetta di umanità “straordinaria” che è capace di oltrepassare il limite e abbracciare una deità tutta umana, tutta illimitata, che alla morte di Dio, risponde con il diritto sulla vita degli uomini, da parte degli uomini stessi. Sullo sfondo c’è la questione della povertà, della classe dei miserabili, dell’ indigenza che obbliga Dunia, sorella di Raskolnikov, a subire le angherie del pedofilo Svidrigalof prima e poi l’imposizione di un matrimonio con l’arrogante Luscin, espressione di una società di arrivisti, dei nuovi funzionari borghesi dopo la sclerotizzazione dei nobili di corte; quella ingiustizia sociale che costringe la piccola Sonia – che tanto ruolo avrà, in un dimensione oserei dire “mariana” nella seconda parte del Romanzo – a prostituirsi per adempiere alle volontà del crudele padre Marmeladof. È la stessa oppressione sociale che grava sul cappello del giovane Raskolnikov, pieno di buchi, toppe e cadute di gravità, che rende insopportabile a se stesso lo sguardo critico degli altri. È la stessa oppressione sociale che viene sognata dal piccolo Raskolnikov nell’assistere impotente all’uccisione di una innocente cavalla. Dinanzi al male, il delitto di una vecchia non sarà poi una scusa, per cui richiedere riscatto al non senso di questo esistenza. Ma delitto e castigo, appunto, non sono solo i termini di una questione giuridica, perché se così fosse, l’arresto di Raskolnikov e la sua resa dinanzi alla legge, non sarebbe che l’epilogo scontato del romanzo. C’è di più. Sta nel nome Raskolnikov che vuol dire scisma. C’è il fatto che delitto e castigo stanno tra di loro come i termini gelosia di una dicotomia tossica: bisogna salvarsi dalla propria illimitata libertà, e il castigo non è che l’atto di una confessione, di una apertura di coscienza che non sia solo la risoluzione di una indagine poliziesca. Il giudice istruttore, tale Porfirio Petrovitc, conquista le nostre simpatie, non solo per il suo viso grassoccio e aperto, ma perché quando sospetta di Raskolnikov, lo indaga, lo interroga, lo fa dal sottosuolo fino all’altezza, lo fa cioè come un prete che con il suo scandaglio riporti a quota ossigeno naturale l’inabissamento del colpevole. Ebbene sì, la folla degli ultimi di Pietroburgo non può trovare salvezza nella punzione, ma nella resurrezione . E quest’ultima negli ultimi capitoli del romanzo è un atto di ritardo, un’attesa necessaria che va compiuta solo in seguito alla perdizione. Ecco Lazzaro uscire fuori dal greto della colpa, offerto da una lettrice di eccezione: una prostituta, Sonia, di cui Raskolnikov si innamora, offre al reo amato la certezza della pena e la guarigione dell’eternità: la morale è insuperabile, lo sfondo resta ancora e sempre uno sfondo morale, la liberta illimitata è un castigo ben oltre la condanna.  Il giallo si è fatto evangelico e l’eternità che la giovane Sonia prospetta al prigionierio omicida è finalmente lo squarcio che si apre dall’interno di una stanza “buia e piena di ragni”. Potrebbe deludere, e ammetto che deluda, un deus ex machina così femminile, così tenero e se vogliamo ovvio. Ma il finale di Delitto e Castigo è un invito a considerare ogni caduta il rovescio verticale dell’altezza. Letto in senso dinamico, il finale sorprende, prelude, anticipa. Poco o niente dice, infatti, della fine… Perché la fine stessa è un fatto che non si dice. E non si premedita ma solo si aspetta in un umano ordinario ritardo.

 

Valeria Francese

Autore: Valeria Francese

Valeria Francese nasce a Salerno nel 1979, ha conseguito nel 2003 la laurea in Filosofia con una tesi in Estetica sulla Poetica dello sguardo nella letteratura e nelle arti contemporanee. Nella sua città insegna filosofia negli istituti superiori. Partecipa da sempre a numerosi concorsi di narrativa, ha scritto sceneggiature per il teatro, una piccola meravigliosa esperienza cinematrografica. Nelle ultime esperienze artistiche, una collaborazione per una mostra di fotopoesia, dove la luce e il verso hanno trovato la loro, splendida ed epifanica, parola comune. Da allora, la poesia é diventata la sua Casa Madre. Qualche volta ottiene seri riconoscimenti, menzioni e leggere pubblicazioni, altre volte, come capita a tutti quelli che amano scrivere, un robusto silenzio, quanto mai evocativo di altro talento come quello della pazienza, dell'attesa e della costruzione invisibile. Correttrice di bozze e in procinto di terminare un master in editing e scrittura creativa, sta svolgendo il biennio di tirocinio per diventare giornalista pubblicista. Insomma se nella vita le fosse concesso, sarebbe Scrittura Solo.

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