Parte la nuova rubrica Recensioni

Parte una nuova rubrica sul mio blog personale: le recensioni dei vostri scritti!

Se avete pubblicato un libro, narrativa o poesia, e desiderate ricevere una recensione (o anche una sinossi) e vederla pubblicata sul mio sito, non dovete fare altro che inviare una mail a valeriafrancese@hotmail.com.

Grazie a tutti ❤️

PS. La prima, non richiesta dall’ autrice ma dalla mia passione per la sua scrittura, sarà dedicata alla migliore scrittrice vivente che io conosca, Mariaester Graziano con il suo “È sempre domenica”.

La Logica del Cuore di Emilia Testa

Il mio desiderio è racchiuso
nell’impronta del tuo indice
se fallisci
l’esercizio lento e intenso
di alcuni movimenti
IO CADO
e tu ti spegni

                                                         Emilia Testa

Emilia Testa ha una penna coriacea. Vuol dire temprata nel cuore da una forza forte, testarda e tenera al contempo. La sua silloge poetica La logica del cuore è una resa dei conti: impatta con l’ultimo degli dei ancora in gara, nella competizione al disarmo dell’uomo, Amore. E non c’è alcuna versione ingenua o fiorata. È l’amore che induce alla schisi, alla frontiera del senso, allo sconvolgimento della rappresentazione cartesiana.

L’autrice intesse un dialogo con il tremendo cuore di Eros, e da subito ne individua il carattere centrifugo del suo essere sempre Altrove. La questione del decentramento è estremamente contemporaneo, una ripresa in termini moderni di un archetipo vintage: l’amante e la sua irriducibile distanza dall’oggetto di amore. Proprio in l’Amore è sempre Altrove, che dà l’incipit alla raccolta, Emilia Testa ci rivela il carattere utopico del sentimento, il suo soggiorno in un senza luogo, che dà forma al desiderio.

Proprio nel de sidera, l’amore trova per l’autrice il suo compimento: lontano dalle stelle, nella tradizione dal latino, il de-siderio allude proprio alla regola aurea di ogni sentimento, per la quale non sia possibile l’annullamento dello spazio che intercorre fra gli amanti, pena il decadimento stesso del desiderio. L’autrice avverte chiaramente il dislocamento di senso e di spazio dell’amore, nel quale accade che resti ma non ci sei, come si legge in Ci sono Amori: l’utopia del desiderio è un ineffabile atto di sparizione del sé dove, leggiamo ancora l’Autrice, lo spazio del confinamento è messo in scacco matto dalle sue linee di fuga. Proprio in Sopravvivenza cogliamo il ruolo salvifico della poesia: essa raccorda gli umori, quasi liquefandoli lungo i bordi rappresi di inchiostro una materialissima sopravvivenza di me.

Struggente Esercizi di Fantasia, in cui l’Autrice rivela il carattere mobile dell’epifania di Amore, sempre troppo altrove, che fra ombre della sera e i memoriali poetici di Kafka e Montale, può finalmente rivelare il nome. Ma è tutto, un alone: questa la sola apparizione possibile, sotto forma di alito impresso o di una versione di se stessi, che mi fa più orrore.

La poetessa conosce bene, senza sconti, quanto costi un amore utopico:

Sarò per sempre sostanza impercettibile, arresa al battito metafisico della mia zona d’ombra, in bilico, con scarpe di cartone, sul filo spinato di questa mia disforica utopia.

Un vero proclama poetico, questa strofa dissacrante, potente, magnetica: in Metamorfosi si sta compiendo il passaggio di stato, da vigile creatura a zona d’ombra, nella consapevolezza che le suole sono effimere, e che il suolo è scomposto. Ciò che resta è una utopia schizofrenica, disforica appunto, che sposta sempre di là da venire, il senso e l’accadimento di un ospite inatteso, nella consapevolezza che la felicità sia più un attributo che sostanza: è un dramma della grammatica quella che si compie in Il perimetro di un amore, perché ciò che ci rende felici non ha la forza di una permanenza, è percettivo e aleatorio come qualunque qualificazione secondaria. Implacabile verità che l’autrice, ossidata nella sua poesia espressiva, rivela con un tratto rapido, incisivo, irreversibile:

Il mio desiderio è racchiuso nell’impronta del tuo indice se fallisci l’esercizio lento e intenso di alcuni movimenti IO CADO e tu ti spegni. Proprio quel de-siderio, l’essere lontani dalle stelle, si materializza nel cono d’ombra della caduta. Brillante esempio lirico di un fallimento annunciato.

Ma la poetessa non ha ancora detto la sua ultima parola. È nella terza sezione che chiude la silloge poetica,

Dell’amore e dei suoi amabili resti, che il senso del resto e dello scarto, del residuo e della traccia mancante, si fa radiosa toppa e falce di ferro. Il resto si fa amabile resto di niente e in esso si racchiude la più bella delle dimenticanze: il consenso dato al tempo, di passare.

 

 

È sempre domenica

È un romanzo di formazione, È sempre domenica.

 

Un percorso di ricostruzione della propria identità che il protagonista affastella, raccogliendo con enormi borse di ricordi le piastrelle della sua esistenza scrostata.

Una formazione ben lontana dal codice di genere letterario tradizionale, dunque, che definirei altamente deformata, e performante: lo sviluppo del personaggio è increspato dalla sua stessa coscienza ipertrofica, attentissima a evidenziare il fatto sbagliato, la verità muta, la tradizione ridicola; ricordare non accresce la sua conoscenza, piuttosto la annebbia. E tuttavia si diventa ciò che si è, direbbe Nietzsche, proprio nell’accettazione della propria divergenza.

Il protagonista è un uomo qualunque, reduce da una separazione con una donna a tratti asfittica come il bianco che insegue nello yogurt e nelle bambole di porcellana: una donna per la quale la vita è una semplice pratica dello yoga che stira i muscoli ma perde il ritmo degli altri; il rapporto coniugale è una sfaldatura, è una piccola linea anaffettiva che non porta alcun spessore del colore e resta bianco. Cosi lei, rinchiusa nel centro del suo ileo ipseos, è descritta dall’autrice come i ventuno grammi – tale il peso dell’anima -, dell’incomunicabilità coniugale. Lui, invece, è una creatura rumorosamente ferma, nel plastico ondulato delle scene che la sua mente riprende, a cui ritorna con tenerezza maniacale di chi non si arrende allo scherzo del tempo. Commenta con tragico sorriso – quello delle maschere greche, per intenderci – la mostra itinerante di imprevisti e accomodamenti che è la sua vita. Viene da Sud che si somiglia tutto, quanto a misconoscimenti dell’origine. Ci sono misteriosi impasti nella cucina della sua infanzia, e misture di affetto e trascuratezza nelle donne della sua famiglia, vecchie dee taumaturgiche che guariscono tutti tranne che loro stesse: una, ancora viva, sua madre, sta nella dimenticanze delle cose, in una casa di cura che non cura ma lentamente lascia che il passato deflagri, e la cancelli tutta, nella sua vestaglia dai colori diversi.

Due direzioni opposte, quelle di madre e figlio, quest’ultimo afflitto da una sindrome opposta e contraria: la malinconia dell’abisso e dell’utero materno e marino. Sprofondare nel liquore degli occhi dei vecchi, nelle esalazioni aromatiche e defunte dei vecchi pasti del passato, riattingere alle antiche mura di castelli per neonati in cui l’adulto al massimo può solo inserire una unghia. Fino a rompersela. Ecco il suo progetto di formazione alienante.

E se sua madre “cambia i nomi alle cose”, lui non cede alla permanenza del doloroso. Non rinuncia a essere quella metà del banco, che il suo compagno di classe aveva accuratamente vivisezionato, fra alzate di diari e righelli a squadri: ogni campo, dal banco alla vita, è quello di una contesa, e in gioco sta il proprio spazio, l’azione di movimento, e l’intenzione. Lui è un reduce della regola della metà, si vive a metà come si dovrebbe, si spera, morire a metà, mai del tutto, mai davvero, mai per sempre, come nel gioco che faceva da bambino, del “facciamo che una volta muori tu e una volta io”.

Ma le cose non stanno così. L’irriducibile è maledettamente personale, il dolore non va diviso ma mantenuto integro, e personale.

Lentamente le cose prendono forma: si accede al non detto e il protagonista si fa proprietario dell’evacuazione, legittimo possessore della traccia che manca. Finalmente tocca con mano l’espugnata materia del suo dolore, la ragione della sua malinconia per sempre. Finalmente si accendono luci e non sono quelle dei pulsanti di accensioni di elettrodomestici della casa coniugale: tempo e spazio ora sono scanditi dagli occhi, nel loro spegnersi, nella loro resistenza alla fine. Non più affidata all’etere casalingo, la risoluzione del silenzio è … nel silenzio stesso.

Il protagonista è una scusa, un anemone, un inchiudibile fiore che non ci sta, a perdersi le stelle. Resta spalancato, come una bocca addolorata, sulla storia della notte.

La sua domenica è sempre il giorno sbagliato ed esatto allo stesso tempo, la sfida al calendario, la strategia del ricorsivo contro l’assenza che avanza. Lui è tutte le sue donne del romanzo, coriacee e spaccate come le montagne mutilate che se ne stanno in cielo a mostrare i tagli senza fiori. Invincibili e disumane creature di resistenza.

La scrittura della Graziano è quella che non ti aspetti e che quasi mai sei pronto a ricevere: è il gesto di uno scavatore inclemente che ossida la materia, fa assemblaggio di cose deposte in giardini multietnici dove ogni specie scaduta si mette a esistere senza competizione. La storia di questa parola pretesa, ossessiva e tenera, restituisce una muffa armonica che promette ripopolamento e dice fino alla fine, che non è ancora fine. Leggere il suo romanzo è una guerra di punti di sutura: la scrittura è il montaggio compulsivo di organi, senza anestesia: si avverte tutto il dolore del bisturi e del filo che corre ossessivo lungo i nervi, i centri vitali, le correnti d’aria. Che riannoda le cose e le fa brillare, di malinconia.

 

 

Un percorso di ricostruzione della propria identità che il protagonista affastella, raccogliendo con enormi borse di ricordi le piastrelle della sua esistenza scrostata.

Una formazione ben lontana dal codice di genere letterario tradizionale, dunque, che definirei altamente deformata, e performante: lo sviluppo del personaggio è increspato dalla sua stessa coscienza ipertrofica, attentissima a evidenziare il fatto sbagliato, la verità muta, la tradizione ridicola; ricordare non accresce la sua conoscenza, piuttosto la annebbia. E tuttavia si diventa ciò che si è, direbbe Nietzsche, proprio nell’accettazione della propria divergenza.

Il protagonista è un uomo qualunque, reduce da una separazione con una donna a tratti asfittica come il bianco che insegue nello yogurt e nelle bambole di porcellana: una donna per la quale la vita è una semplice pratica dello yoga che stira i muscoli ma perde il ritmo degli altri; il rapporto coniugale è una sfaldatura, è una piccola linea anaffettiva che non porta alcun spessore del colore e resta bianco. Cosi lei, rinchiusa nel centro del suo ileo ipseos, è descritta dall’autrice come i ventuno grammi – tale il peso dell’anima -, dell’incomunicabilità coniugale. Lui, invece, è una creatura rumorosamente ferma, nel plastico ondulato delle scene che la sua mente riprende, a cui ritorna con tenerezza maniacale di chi non si arrende allo scherzo del tempo. Commenta con tragico sorriso – quello delle maschere greche, per intenderci – la mostra itinerante di imprevisti e accomodamenti che è la sua vita. Viene da Sud che si somiglia tutto, quanto a misconoscimenti dell’origine. Ci sono misteriosi impasti nella cucina della sua infanzia, e misture di affetto e trascuratezza nelle donne della sua famiglia, vecchie dee taumaturgiche che guariscono tutti tranne che loro stesse: una, ancora viva, sua madre, sta nella dimenticanze delle cose, in una casa di cura che non cura ma lentamente lascia che il passato deflagri, e la cancelli tutta, nella sua vestaglia dai colori diversi.

Due direzioni opposte, quelledi madre e figlio, quest’ultimo afflitto da una sindrome opposta e contraria: la malinconia dell’abisso e dell’utero materno e marino. Sprofondare nel liquore degli occhi dei vecchi, nelle esalazioni aromatiche e defunte dei vecchi pasti del passato, riattingere alle antiche mura di castelli per neonati in cui l’adulto al massimo può solo inserire una unghia. Fino a rompersela. Ecco il suo progetto di formazione alienante.

E se sua madre “cambia i nomi alle cose”, lui non cede alla permanenza del doloroso. Non rinuncia a essere quella metà del banco, che il suo compagno di classe aveva accuratamente vivisezionato, fra alzate di diari e righelli a squadri: ogni campo, dal banco alla vita, è quello di una contesa, e in gioco sta il proprio spazio, l’azione di movimento, e l’intenzione. Lui è un reduce della regola della metà, si vive a metà come si dovrebbe, si spera, morire a metà, mai del tutto, mai davvero, mai per sempre, come nel gioco che faceva da bambino, del “facciamo che una volta muori tu e una volta io”.

Ma le cose non stanno così. L’irriducibile è maledettamente personale, il dolore non va diviso ma mantenuto integro, e personale.

Lentamente le cose prendono forma: si accede al non detto e il protagonista si fa proprietario dell’evacuazione, legittimo possessore della traccia che manca. Finalmente tocca con mano l’espugnata materia del suo dolore, la ragione della sua malinconia per sempre. Finalmente si accendono luci e non sono quelle dei pulsanti di accensioni di elettrodomestici della casa coniugale: tempo e spazio ora sono scanditi dagli occhi, nel loro spegnersi, nella loro resistenza alla fine. Non più affidata all’etere casalingo, la risoluzione del silenzio è … nel silenzio stesso.

Il protagonista è una scusa, un anemone, un inchiudibile fiore che non ci sta, a perdersi le stelle. Resta spalancato, come una bocca addolorata, sulla storia della notte.

La sua domenica è sempre il giorno sbagliato ed esatto allo stesso tempo, la sfida al calendario, la strategia del ricorsivo contro l’assenza che avanza. Lui è tutte le sue donne del romanzo, coriacee e spaccate come le montagne mutilate che se ne stanno in cielo a mostrare i tagli senza fiori. Invincibili e disumane creature di resistenza.

La scrittura della Graziano è quella che non ti aspetti e che quasi mai sei pronto a ricevere: è il gesto di uno scavatore inclemente che ossida la materia, fa assemblaggio di cose deposte in giardini multietnici dove ogni specie scaduta si mette a esistere senza competizione. La storia di questa parola pretesa, ossessiva e tenera, restituisce una muffa armonica che promette ripopolamento e dice fino alla fine, che non è ancora fine. Leggere il suo romanzo è una guerra di punti di sutura: la scrittura è il montaggio compulsivo di organi, senza anestesia: si avverte tutto il dolore del bisturi e del filo che corre ossessivo lungo i nervi, i centri vitali, le correnti d’aria. Che riannoda le cose e le fa brillare, di malinconia.

 

Anime Sospese

Una delle esperienze più suggestive che resterà per sempre nel mio vivo cuore: la magnifica stesura di una sceneggiatura cinematografica, in collaborazione con Giuseppe Pantuliano, tratta da un mio racconto “Le belle di notte”, con la recitazione dei magnifici ragazzi del Liceo Alfano I.

La colonna sonora del film è la dolcissima opera di Giuseppe De Rosa che qui vi linko. Buon ascolto!

 

 

Binario venticinque – AudioRacconto

“E chi comincia a porselo, il problema del tempo, non é sincero”

BINARIO VENTICINQUE

 

I treni dovrebbero imparare, a restare. E invece vanno e vanno sempre.
“Mi scusi, sa l’ora?”

Chiedere il tempo: azione ingenua, endemica del genere umano e della sua follia.

E’ tardi, piccola donna con l’ansia di arrivare.  E’ tardi. Ciondola nei suoi pantaloni dagli elastici dispersi, con certe fughe a raggiera negli occhi, le sue partenze sanno di tentacolo.

“Non ci voleva. Trentacinque minuti di ritardo. Troppo.” Replica intanto un uomo alle mie spalle. Troppo, per qualunque coincidenza, ultima occasione, intenzione a perdere.

Il mio orologio digitale contraddice certe lancette pigre appollaiate sopra un quadrante a muro, in fondo al binario. Le contraddice e le mette a nudo nel loro non essere obiettive.

Non mi resta che rispondere, anch’io in ritardo, a quella domanda, ciò che mi sembra un giusto compromesso tra la veritá e il suo contrario.

“Sono le diciotto. Quasi le diciotto. In fondo manca un po’per le diciotto.  Un poco di cui non preoccuparsi, per poco.” D’altronde, mi chiedo, perché irritarsi dei ritardi?

Quel che succede nelle attese crea parentesi in cui dai l’anima. Il posto si getta, basta un binario per sentire suonare una sinfonia molle e vedere vortici di umanità che si disperde nella metafora abusata del viaggio. Ma capita troppo di frequente, d’accorgersi che tutti questi presunti viaggi non siano altro che giri recisi su se stessi, in una città che si muove frenetica solo per eludere il cielo che la segue e spostare il limite di se stessa sempre più avanti. E’ un’attesa, niente di più né di meno: riuscire a trovare la distanza giusta per compiere un giro meno tronco sotto un cielo che lasci almeno un po’ d’aria.

“Guardi che io il biglietto lo avevo.”

Laggiu, si consuma l’ennesimo delitto delle cose non dichiarate in tempo.

Il gendarme é implacabile. Non gli crede, a quel giovanotto con chitarra in spalla, felpa incappucciata e Converse ai piedi. Non crederei neppure io, se non gli avessi visto cadere dalle tasche, poco prima, un biglietto irridente, che si é messo a svolazzare con l’inesorabile crudeltá delle cose che lasciano casa, teca e tana, senza avvisare nessuno.

Ci si nasconde. Si nasconde tutto.

E’ partito lui, intanto, il treno all’ultimo binario, il binario venticinque, incerato di fretta elegante, allungato nel suo muso di razza, firmato Eurostar Freccia di ogni ben di Dio di lega.
Carla é su quel treno. Lo so perché é l’ultimo della giornata, quello degli avvocati e degli insegnanti, anche se lei é una casalinga. Quindi in teoria non dovrebbe aver necessitá di tornare a casa sua con quel treno. Tecnicamente nessuna esigenza di allontanarsene. Eppure accade, ogni giorno. E questo lo so, perché Carla é mia moglie.

Devo riconoscerle premura e sollecitudine nel non mancare mai alle nostre cene. La sua puntualitá, l’estrema creativitá con cui si prende cura del dettaglio della tavola, é commovente. A maggior ragione se penso, come in effetti é, che mia moglie dovrebbe tornare stanca, con i piedi gonfi e la leggera emicrania di cui soffre, a causa di una labirintite antica. Eppure, che amore di donna, ogni giorno viaggia, per il solo amore di tornare a casa da me e farmi trovare, al mio rientro dal lavoro, una cena squisita ed il piu seducente dei suoi sorrisi. Io non ho mai preso l’eurostar. L’impazienza si paga. Io non ho fretta e il mio studio medico é a pochi passi dalla nostra abitazione. Me la faccio a piedi. Ma se mai dovessi prendere un treno, lo giuro, prenderei quelli bastardi che puzzano di muffa e di certe vite che imparano, per ogni tipo di sventura occorsa loro, a conoscersi nelle attese dei viaggi.

“Ah si, e che fine ha fatto questo biglietto? Puff! Volatilizzato?” il controllore- gendarme compie un gesto di cabaret a simulare l’atto della sparizione, come di un coniglio dentro il cilindro. Il chitarrista in Converse é disarmato, resta a perquisirsi in modalita autoflagellante, con violenti colpi delle mani sul petto e i fianchi, senza sapere, poter solo immaginare che quella carta volatile come l’essenza di una banalitá, si era messa a tradire il suo posto, la sua origine, il posto dove era stata protetta come la cosa piu preziosa, quella tasca di stoffa che non l’avrebbe mai lasciata e preservata da ogni ingiallimento del tempo.  Sarebbe quasi tragico, se in fondo, non fosse noioso.

Noiosi come gli imprevisti che, poiché succedono sempre tanto da poterseli aspettare, sono roba per collezionisti di banalitá.

Probabilmente ad esserlo, noiosi, sono tutti gli atti che stonano con le proprie nature. A pensarci, mi sento noioso anche io. Ogni volta che vengo qui, come se fosse un dovere, o con la scusa di un dovere, mi accorgo di tradire la mia natura, una natura pacata, che non avrebbe molto da dire o da fare in una storia come questa, da binario venticinque. L’ultimo, quello per la gente che deve correre di piu, fin laggiu, per qualche punizione da espiare forse, per qualche fretta da pagare.

“Tre volte il costo del biglietto. Documenti.”

La flagellazione non redime alcun peccatore.

Perché la farsa non cessa se qualcuno non ci fa capire che non è cosa gradita. Solo il silenzio ci giustificherebbe nella nostra reiterata coazione a ripetere uno spettacolo di movimenti isterici. Siamo tarantolati, siamo nevrotici, perché il biglietto lo avevamo. E nessuno ci crede. E va sempre, piu o meno cosi. Va sempre cosí.

“Cosa? Ma dice davvero?Le diciotto?! Poco meno le diciotto, quasi ma in fondo, le diciotto.” Si morde le labbra, la ragazzina che mi aveva chiesto che ore fossero, cercando nella fagocitazione delle sue labbra, e forse pure della lingua, un buon motivo per non pensare alle conseguenze dei ritardi. Resterá reliqua della sua paura, e della sua lingua, se davvero quel suo tempo fosse un tragico diciotto.

In effetti certe conclusioni sono inaspettate. Basta far tardi, perché il mondo, con certe presunzioni di autorità, ti lasci fuori, in attesa, costringendoti all’osservazione del perduto, di ció che non si é messo ad aspettarti. Di ció che magari  ha preso a tradirti solo perché, erano le diciotto. O poco meno.

“E se prendessi un taxi…tutto sommato dovrei farcela ancora.”

Quell’uomo alle mie spalle, dietro di me, quello che ha qualificato il diciotto andante, come un “troppo” relativo ed assoluto alle sue condizioni,  parla ancora da solo, con il viso che gronda sudore, appoggiato ad incastro su un mento a doppie balze, con lenti piccole ed appannate per certi sussulti respiratori. In effetti le modalità per reagire ad un ritardo e non farsene vincere, sarebbero molte, in qualche caso, efficaci. Altre, sarebbero solo semplici sublimazioni di uno stato d’agitazione. Prendere un taxi per tornare a casa non terrebbe conto del traffico stradale. E poi il costo? Il signore ha già in mano un biglietto da poco più che tre euro, per pagare un taxi dovrà aggiungerne almeno altri trenta.

E’ chiaro, da certe esitazioni del capo ed una postura oscillante, che il tipo non prenderà mai un taxi. Aspetterà come tutti noi, ma intanto, darà la sensazione di poter sempre avere in mano la soluzione ai suoi problemi. E questo gli fa bene, lo fa sudare di meno, alitare con agitazione sempre più mesta ed infine, rassegnare con un certo sorriso, mentre allenterà il nodo della sua cravatta, strozzino delle sue residue speranze.
In attesa. Si resta tutti in attesa, ancora. Di fare tardi.
Oggi è giovedì. Ed è il giovedì che Carla prende l’eurostar e viene in questa piccola città poco lontana da casa nostra. Quando si fanno le 18 e si fa ora di rientrare, lei arriva in stazione e la osservo prendere il treno che la porterà di nuovo da me, che nel frattempo saluto l’ultimo paziente a cui ha ceduto il molare, e chiudo il mio studio, con il solito morale residuo, scendo per le scale, guardo giu dalle trombe delle scale, penso a come sarebbe bello volare, poi faccio dei passi, pochi o tanti, magari solo diciotto o mille volte diciotto o poco piu di diciotto e arrivo al mio portone. Guardo il citofono, non citofono,  lei mi vede dal balcone, mi chiama, sventola una mano, la chioma e la gonna, le vedo le gambe, immagino di farla mia. Allora prendo l’ascensore, penso alle stagioni, al fatto che il peso massimo consentito é di quattro persone, mica diciotto, penso che sono ingrassato, ma non abbastanza da precipitare, e penso che sono invecchiato. Ma non dovrebbe interessare questo all’ascensore. Almeno a lei, no.

Ma la veritá é che invece ormai, ogni giorno, prendo il treno pure io. Gliel’ho detto, al mio paziente, che il molare ormai é ceduto, cosa dobbiamo fare altro? Possiamo chiudere lo studio molto prima, molto prima delle diciotto.

E cosí io aspetto uno di quei treni bastardi, l’ho giurato che avrei aggiunto la mia muffa a quella degli altri, mentre i pensieri di tutti si raggrumano in promiscue combinazioni. Succede qualche volta che mi addormenti, mentre le rotaie torturano risate e squilli di cellulare, macinano imprecazioni e pettegolezzi, mentre ritorna una metafora abusata, il viaggio che si compie, che si compie per forza, per scelta o per un semplice, banale tradimento.
Il ragazzo é sconsolato, afflitto. Con in mano la sua multa, eppure io sapevo che diceva la veritá , che il biglietto caduco come foglia autunnale, lui ce l’aveva.

Ma sono sempre  gli onesti ad essere gli sprovveduti, i fortunati destinatari di un controllo a random. Ad ognuno, poi, tempi e modalità di reazione: c’è chi si tranquillizza pensando ad un taxi che non prenderà mai e c’è chi viene qui, ogni giovedì, alla stazione, a  soli 20 km da casa propria, per vedere la propria moglie prendere l’eurostar per fare ritorno a casa propria, dopo che è stata con il suo amante, proprio il suo amante.

E’ calato il buio, tutto celeste, come la carta stellata di un presepe. Gli erranti pastori, e la luna, si freddano e tremano, qualcuno risale per una via, saluta. Starnuti. Un ciao piu lungo del binario venticinque, ciaoooooo.  Una lattina di aranciata si rotola spinta dal primo vento e divertita, si mette a rincorrere un punto qualunque. Pure il metallo vuole giocare e non pensarci. E’ così che, lentamente calano i ritardi e le aspettative si quietano.

C’è chi, quelle aspettative non le ha mai avute, oppure chi, per molto tempo, non crederà più ai ritorni possibili e farà del proprio ritardo una semplice abitudine alla vita.
L’amante arriva per primo. Controlla gli annunci dei treni in arrivo. Eurostar delle 18.00. Orario previsto: 18.00. Una camicia aperta sul petto ed i capelli neri che ondeggiano su un viso dai tratti spigolosi. Accende una sigaretta che fa un piccolo alone di luce attorno al suo capo, come succede alle aureole di certi santi. Ma non è un santo, è l’uomo che a cui mia moglie sventola, mano, chioma e chi lo sa, cosa mai altro.

Poi arriva Carla, eccola mia moglie, bellissima e piu giovane, bene le fa l’aria della stazione. Con certi salti, non le ho mai riconosciuto la competenza dell’agilitá, con certi salti lo raggiunge alle spalle e controlla l’orologio.   Ora so che mia moglie mi tradisce, lo so con assoluta certezza, e non tanto perché ho scoperto che ogni giorno o quasi, lei torna a casa da questa citta, prendendo l’Eurostar delle 18.00, binario venticinque. Non sono queste certezze a convincermi della sua infedeltá. Mia moglie mi tradisce perché lei, un orologio, non l’hai mai avuto. E chi comincia a porselo, il problema del tempo, non é sincero. Certe bufere che passano assieme ai treni sono passaggi incontrollabili di vento. Sfumano le persone, sfumano gli anni, le promesse, le fedeltà. A starci, dentro il ciclone, come faccio io ogni giovedì, nasce un senso. Sono qui a legittimare un tradimento, ad assistere alla scena beffarda, mia moglie che torna a casa dopo essere stata nella città del suo amante. Aspettare questo giorno per scoprire alcuni lembi di sincerità, nascosti nelle muffe dei treni, mi consente di scegliere il modo migliore per accettare il mio ritardo, quello che non posso in alcun modo cancellare.
Carla ha certe vibrazioni nello sguardo, certi nuovi modi di scostare i capelli dal viso. Ogni volta conosco una donna nuova, ogni giovedì m’innamoro di un gesto diverso.
Arriva il muso del cane pregiato e quei due si baciano, si vedranno presto. Chiudo gli occhi e, quando li riapro, è rimasto solo un certo ritardo a dire tutte le cose.

Anime Sospese

Il 10 Novembre 2017 in anteprima nazionale presso la Cittadella del Cinema di Giffoni Valle Piana (SA) sarà proiettata la pellicola realizzata dall’ Istituto Statale Alfano I tratto dal racconto della scrittrice Valeria Francese “Le Belle di Notte”

[..] Al contrario delle ossa, senti qua, le viscere vibrano.

Vanno partorite, ragazzo, scendere fin nel basso utero, scavando nelle rocce organiche, calandosi nel buio di una sacca amniotica senza placenta. Cercare i figli, quelli legittimi e gli illegittimi, comunque figli, estrarli dalle macerie e metterli al mondo, in un modo sospeso, i figli sono idee possibili da presentare a tutti i viaggiatori. Un po’come se fosse Natale per tutto l’anno. Non si butta nulla. Si partorisce ancora, per sempre. Napoli resta fertile, pure se le pugnali il ventre [..]

[…] No, Sirena non muore. Il suo corpo, come quello di un mammifero luccicante sotto le stelle, si è arenato sul litorale di Chiaia, portato in braccio da un mare commosso […]

 

 

Una donna di parola che scrive di una Donna della Parola

Presentazione del libro di Antonella Fimiani a Bologna il 2 Novembre- Libreria delle Donne

Antonella Fimiani ed Etty Hillesum  si conoscono in una stagione di rinascenza femminile, quando solo una donna di parola puó comprendere una donna  della parola.

Accade cosi, nei rapporti simpatetici del mondo, ci si annusa tra odori di reminiscenza originaria, si accarezzano i reciproci giardini segreti, quelli dalle nicchie inconfessate e le storie innaffiate tra lacrime e rugiada. Donne e parole che stringono sodalizi, come solo la pancia accogliente che é generatrice di eventi, sa compiere in una eccedenza di eternitá della specie :  figli e storie, abusati ed abortiti, rilanciati come nel gioco dei dadi, sono i prodotti di una generazione femminile destinata a perpetuarsi nel gioco dialettico delle testimonianze, quelle dei padri, degli orchi e degli orrori.

Leggi tutto “Una donna di parola che scrive di una Donna della Parola”

Realizzato il PayForWrite di Dina Elefante “Volevo essere Colibrí”

“Se tu restassi lí fermo,

proteggerei le tue coordinate”

E’online il primo  racconto PayForWrite di Dina Elefante, una scrittura planante e vibrante come un colibrì sul suo giardino di  adolescente.

Volevo essere Colibrí

Paura delle Altezze

E’ uscito il nuovo Ebook di Valeria Francese

L’antologia presenta tre racconti dell’autrice Valeria Francese.

Con una scrittura vicina alla drammaturgia, il ritmo dei racconti ci fa entrare nelle scene descritte e ci fa vedere i personaggi come se, sulla scena di un teatro, stiano parlando con noi.

Intensità emotiva, ironia, sarcasmo, sono gli elementi portanti di una scrittura che vuole essere anche denuncia di una condizione umana della donna che conduce la nostra società al degrado culturale.

Acquistabile qui FREDOMINA