Della Stessa Sostanza della Madre

So che ci sei. Svegliati, devo parlarti. Non abbiamo tempo da perdere. Le ho provate tutte prima di questo, sono scappata ma non è servito a nulla: sei ovunque, mi segui con maniacale fedeltà. Non hai mai avuto rispetto dei miei spazi, hai invaso la mia aria, hai rubato il mio cappello con dentro tutti i miei pensieri. Mi è rimasta una testa svestita ed un grande ammasso di capelli che fanno rumore. Ho l’ansia addosso, ogni giorno, certo che è un bell’abito: con una scollatura che sembra un precipizio, ci affondo dentro, e con i piedi abbottonati dalla sua stessa stoffa. Stile e misura unica, la paura.  Non ti puoi spogliare, non puoi correre e non te ne liberi. Leggi tutto “Della Stessa Sostanza della Madre”

Prefazione al libro Ghigo e Gli Altri di Carlo Santulli

Affabulatoria, intensa, densa di forme e linee intrecciate, essa si caratterizza per la sua lucida e salda resa visiva degli oggetti e delle vicende, tratto che rievoca per suggestione la straordinaria sintassi narrativa dell’Ecole du Regard; similmente aperta e multiversa, la poetica di Carlo Santulli, svincolata dall’aggancio ad una trama univoca, si apre al senso ed al flusso ininterrotto della vita reale,  tanto da farsi tiranna nel catturare l’attenzione del lettore e generosa nel contempo nel restituirgli un retrogusto soffuso di evocazioni palpabili, al limite del carnale. E se anche le definizioni manualistiche lasciano il tempo che trovano, i racconti del libro possono essere colorati da un accento realistico, ma solo se per realista non intendiamo dire mimetico, referenziale, atto di corrispondenza univoca fra le parole e le cose: il realismo di Carlo Santulli è qualcosa di profondamente diverso dalla fiera selvaggia del significante catturata nella gabbia del significato.

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Il Teatro Rapsodico di Wojtyla

 

La Drammaturgia di Karol

La “Parola viva” del Teatro Rapsodico

“La Bottega dell’Orefice”

Meditazione e Dramma di Giovanni Paolo II

“Perché l’uomo non riesce a durare nell’altro senza fine e l’uomo non basta”

K. Wojtyla

 

 

Fondato a Cracovia nel 1941, in pieno regime di occupazione nazista, il Teatro Rapsodico nacque da un gruppo teatrale clandestino, che realizzò alcune idee drammaturgiche di M. Kotlarczyk, tra cui l’abbandono dell’uso del sipario e del palcoscenico tradizionale, dei costumi e del trucco, esaltando invece l’uso ritmico della parola, quella parola definita dallo stesso Karol Wojtyla “un lievito attraverso il quale passano le azioni umane e in cui trovano le dinamiche loro proprie”. L’interesse per il teatro, da parte di Karol Wojtyla, nonché la sua partecipazione attiva, sia come attore che come regista e drammaturgo, si compie a partire dalla stagione del 1941, attraversa interamente il dramma della guerra, sfuggendo alle feroci retate ed esecuzioni dei Tedeschi invasori, e termina nel 1946, con l’ordinazione sacerdotale del giovane Karol.

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Della Stessa Sostanza Della Madre a Teatro

“Sono della stessa sostanza della madre. E’ una sostanza tanto cara, non ha la voce maschile ma sa proteggere come un uomo, ha la forza di un dio che non è minore quando è amore.  A volte anche un dio può piangere o sentirsi solo. Per questo ci sono i figli, perché un dio, che sia padre o madre, non si senta mai solo. Aspetto di essere tuo figlio.”

“Io di Lui non ho la sua pazienza…”

La più bella delle mie occasioni ha avuto il nome di Antonella Valitutti.

Recensione  a cura di Romina Attianese

Lo stile filosofico del Buon Samaritano- L’Attenzione creatrice in Simone Weil.

La De-creazione e il luogo della traccia assente

Nell’Anno Santo della Misericordia indetto da Papa Francesco, il nostro annuale progetto dedicato all’incontro fra Fede e Ragione, è dedicato al “Cristianesimo critico” di una silenziosa teologa dell’“esclusione” e del “ritiro”, quale fu Simone Weil, filosofa e scrittrice francese, insegnante e operaia, mistica e attivista partigiana della prima metà del Novecento, che ha fatto del tema della Grazia il senso stesso di ogni Contemplazione, di ogni sua poesia mistica, di ogni suo aforisma filosofico e di ogni nostra destinazione salvifica.

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Ci Riposeremo!

CI RIPOSEREMO! di Valeria Francese – Compagnia del Giullare

Ci riposeremo!
Cechov è considerato un maestro del racconto breve.
Ma ieri il teatro ha restituito non un racconto e nemmeno un melodramma. Ha restituito ciò che Andrea Carraro, il regista della formidabile Compagnia del giullare, ha definito “scena quotidiana delle nostre case”. Con una trasparenza salda ed una semplicità robusta.
Quando Sonia ripete per 4 volte, in un finale immobile e cristallizzato dalla semplice volontà di permanere al di là del cambiamento, quando ripete “ci riposeremo” e ficca il suo sguardo tagliato oltre l’occhio di bue, mi è venuto un brivido sulla pelle. Ha poggiato il pennino con il quale siglava fatture, sul mento appena sollevato, il corpo appena lievitato pur nella sua dimensione ridotta, i suoi ricciolini neri stavano fermi senza alito che li sfiorasse.

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Giallo in Camera

GIALLO IN CAMERA… di Valeria Francese – Compagnia del Giullare.
Ho pensato che fosse un luogo claustrofobico fin da subito: una stanza, il suo perimetro e la stanza nel suo perimetro. Qui, ogni ingresso ed ogni uscita hanno il sapore di accessi tutti mentali. Una ragazza briosa arriva come una specie di bambola fuoriuscita da qualche mercatino rionale. Si sente che è capitata solo per caso nella stanza di Veronica. A lei viene chiesto di prenderne possesso, e della stanza e di Veronica. Lei accetta, in fondo, può essere divertente. Ma come tutte le scelte irreversibili, sarà un divertimento annichilente.

Lo Spazio dell’Amen, Theatre Musical Fest di Milano

“Quanto sia bello poi guardare in faccia la notte, la sua immagine che nessuno pensa possa essere così chiara, con tutte quelle luci sul viso, con la tenerezza di una donna immensa che si mostra nuda nel suo pudore. Quante cose poi la notte ti fa vedere, ti allarga gli occhi come l’animale che deve sopravvivere al buio, e quello che vedi è tutto il mondo quando depone le armi e si fa cullare da Dio.”

Lo Spazio dell’Amen di Valeria Francese, Regia Laura Lamonea

Dicono di noi

Dicono di noi…ancora…

 

La stanza viola di Arianna Pellegrini

 Stanza viola, è il titolo di uno spazio oppure lo spazio di un titolo; un luogo per dirsi e per raccontarsi, per vedersi crescere, per osservarsi mentre si ama ed amarsi, o almeno provare a farlo, mentre ci si osserva.
Una stanza è un quadrilatero di vissuti, ed è viola, come il colore che danno i vissuti, quando si tingono di emotività; come panni colati nella tinta, ne escono ancora sgocciolanti ed umidi di parole, di tutta una comunicazione livida che nasce da un urto, quello con la vita.

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La sposa di Antonio

Mi sono fermato per ascoltare la voce di mio fratello che chiama mamma. Non vi daresti un’età, è come un suono che non si può declinare.

Forse può ricordare un piccolo uccello nato da pochi giorni.

Antonio è appena nato sì, ma da 25 anni, e vive nel nido diventato troppo piccolo per il suo corpo lievitato. Eppure ci sta dentro con l’ostinazione di un inquilino tenace, ancora avvolto di placenta, che nel tempo si è fatta densa.

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