Competitori

Ph di Valeria Francese

La strana malinconia della giostra consiste nella sempiterna sequenza dei suoi avamposti.

La zucca e il cavallo, gli animali esotici, la tazza di Alice.

La verità è che  ognuno prova ad arrivare primo in un eterno circolo

Se non ci sono vincitori è per colpa della radice: quella cosa che ti impianta a terra e ti impone un ruolo, e una posizione. Così, tutti perdenti e traslucidi, laccati come nelle feste, i veicoli armati di fiocchi e strass, allunati di fari e sirene, non ci pensano proprio a variare sul tema.

Direte, la giostra è felice. Ma quel motivetto  stonato e suburbano che ricorda le arie dozzinali di certi luna park di quartiere, non vi appare la sinfonia di una decadenza?

E infatti.

La giostra è una roba per adulti malinconici, per gente radiosa di introspezione inutile .

La cosa bella è che, persino una bicicletta con una appollaiata creatura umana, senza zucca e senza tazza, la schernisce. E le ricorda tutta la sua eterna immobilità.

La scena mi è sembrata crudele.

Di una crudele bellezza.

Braille

 

 

 

Opera di Dina Elefante

C’è un’arte – si chiama Braille-
sono parole a occhi chiusi o punti
infilati in una collana
arcipelaghi e fiordi, isolate esistenze
una costellazione di stelline smunte
issate sul buio, caricate a gioia
Sono magiche: possono tacere
modi di dire le cose, magnificare
il sacro muto della luce.

Questa parola ad esempio.
Un infinito che non ha il coraggio
di continuare
a perdersi
uno stormo di lucciole rimaste accese
la stella cadente e cometa, precipita e orienta
un mucchio di giorni puntellati sul calendario
i segnaposti sulle mappe digitali
la bocca dentata di un fiore
il plancton a riverbero
il riverbero stesso di un ufo o di un terrestre
sentimentale
un sogno, il piccolo nubifragio di una nuvola
sì la pioggia sul vetro e il rovescio
di una trama che trema, l’ordito che sfila.

Questa parola
così alta e azzurra su un nero di mirto
somiglia a quella volta del mondo
migliore
a me stessa con gli anni in esubero
alla sorpresa
alla famiglia di ragni sotto la luna
a Dio
alle ossa, all’erba, ai neonati
ai laghi alle coste ai mercati
delle pulci e dei dinosauri
A noi a noi, agli spettri ricordi
e a quelli poi

Ma lo sanno gli occhi
quanto amore fanno
A chiuderli?

Foto alla parola “Amore” di Dina Elefante

A tra un anno

Mi sono guardata
ed ero spettro il resto
allo specchio
un muto bambino
che vuole giocare al lancio
dei miei occhi

Contano sempre poco quanti
no abbiamo racimolato
stregato con le favole
svenduti al mercato
degli schiavi

Propongo la tregua: se vuoi riposa
su un seno, tra l’erba, nei capelli
ho una teca radiosa dove la reliquia
germoglia
Io stessa, così anziana di bellezza
stanca
mi siedo in braccio
al fiore che radica nel fango

Si chiama loto e io
speranza.

Per il tempo degli occhi

Ph di Chiara Romanini

 

Ed ero
la sposa nascosta
dietro il velo, la porta
che dava sulla mia resa
Non so dire quanti anni abbia
sono mistero a me stessa
alla mia rabbia
che ora spenta appare
animale sghembo e stanco
Mi fa pena sembrava un mostro
ora lento agonizza e io resto
con l’abito smesso sull’uscio

ti avevo atteso
appena il tempo dei tuoi occhi

Ph di Chiara Romanini

 

 

Ritorno

Di stanche risacche

il sottobosco respira

Forse intende parlare

agli gnomi alle fate alle fragole

di quella volta in cui il giardino

non era più segreto

per nessuno al mondo

vale in eterno il silenzio o il buio

lo gestisco con grani di linfa

Le monete smerigliano dal pozzo

ancora in vita e ricordano

il motivo del loro lancio:

il mio desiderio è tornato

dalla notte passata a rastrellare

ciottoli e stelle

Vorrei vivere nell’ansa delle foglie

con quel cuore leggero che ha l’oro

appena munto

da qualche inattesa felicità.

 

Abbandono

foto di Fabio De Michele

Al risveglio mi venne incontro
la vecchiaia
lei sdentata e piena di muschio
Io con i miei stracci tra di noi

La molta solitudine che si deve
al trasloco dei piani
Lo sforzo per rinchiudere nella voliera
il residuo degli affetti
Gli insetti
I temibili mostri sotto il letto

Ma le lenzuola si erano raffreddate
ritirate come i mari
e non c’erano pantofole, nemmeno spaiate
una sveglia, una finestra, un libro
Qualcosa che mi dicesse
Nulla oppure tutto
e dove era finita la notte
l’incredibile mistero del sonno
e dove, ogni luce
la mia faccia con gli occhi del gatto

Mi pentii di non aver colto il tempo
del vento
e le sue regole le consumai
come un pasto appassito
Mi assento
per un giorno torno
appena si è fatto
buio eterno

Quota


Intenderemo gli alberi
come gli unici a saper rendere
all’altezza il suo tributo e senza vertigine
o sorta alcuna di competizione
con gli uccelli, i tetti e le nuvole
Ma tutti, più intimi e congiunti
insieme eletti di questo cielo che non teme
punti di sutura né folla di cristi senza croce
Sapranno solo dire a che quota giunge
il magnifico desiderio delle mani, delle ali.