Carne Fresca di Stella Duffy (Traduttore Mioni A.)

E’ un romanzo stridente, questo di Stella Duffy, giovane autrice anglosassone che sta spopolando con le vicende della detective lesbica, Saz Martin. Attrazione e repulsione sono i poli dialettici di una storia difficile da raccontare, dove i legami insolubili vengono forzati e violati dal più terribile degli atti, la vendita di neonati. C’è carne, come indica il titolo, carne ovunque. E se ne sente l’odore, si graffiano le sue venature, ci si imbratta del suo colore vermiglio.

E’ carne fresca che qualcuno congelerà, carne viva che si finge sia morta, o carne ancora da venire che per tutta la vita è sempre e solo attesa, carne che è stata strappata alla sua fonte e che a ricucire ci vuole coraggio. La storia che qui si racconta è un elogio della carne, quella apparente, quella che sta sopra tutti gli spessori, a ridosso della profondità dei segreti. E’ la carne che indossiamo ma che non possiamo riporre nell’armadio, come se fosse un semplice cambio d’abito, ogni volta che vogliamo sentirci originali. La carne è diventata dura eppure Stella Duffy ci racconta come la memoria che si rannicchia sotto di essa, pur stanca e lacerata, sia ancora pulsante. E la memoria della carne non mente né si nasconde a lungo. Tutto avviene lì, sulle pance lievitate delle donne, nella genesi di tutti gli inizi, all’aurora delle vite. E’ su quelle gravidanze rigonfie che si spennellano gli atti illeciti di uomini senza scrupoli: sono gravidanze che diventano il luogo dell’ abuso di potere da parte di chi pretende di resettarne la memoria, sottraendo i figli alle loro madri e vendendoli ad altre famiglie. E gli ombelichi di quelle donne, che si dilatano per la più grande delle gioie, la maternità, presto diventano solo fori che risucchiano in loro stessi l’angoscia di quel primo attimo, in cui quel primo pianto che annuncia la vita, è presto messo a tacere. Qualcuna si convincerà di non essere mai stati incinta oppure di aver generato un figlio morto. Stella Duffy ci racconta come la detective Saz Martin abbia un caso molto particolare da risolvere. Quattro famiglie lacerate ed il compito di fare rattoppi a quella carne strappata. Quattro figli che rincorrono quegli ombelichi, dai quali sono stati espulsi come pianeti senza anelli di ricongiunzione. Ma per Saz Martin non si tratta solo di lavoro: lei stessa attende che nasca suo figlio, che ora è custodito nel pancione della sua compagna Molly. Il padre del bambino che nascerà, amico della coppia, è stato egli stesso vittima della vendita di bambini. Dunque, si tratta di annodare i fili della storia genetica di suo figlio, come di tanti piccoli innocenti, perche Saz conosce bene il valore della maternità, in qualunque modo essa avvenga, trasmessa per sogno, per intenzionalità o semplice passaggio di carni. Questo libro ripropone in veste originali – le scene ed i luoghi del giallo- i temi dell’idoneità biologica e culturale di una coppia a generare una nuova vita. Ed ecco l’affermazione dell’autrice: “Viviamo in un mondo che giudica il merito a partire dalla capacità elementare di portare a termine una semplice funzione primordiale.” E’ attorno a questa riflessione che si snodano le quattro storie, nelle quali il suddetto merito è contrastato, affermato o valorizzato ma sempre e comunque nel rispetto primario della nuova vita che viene al mondo. La durezza del genere letterario, noto come hard boiled, risulta irritante, corrosivo come un acido. Eppure proprio grazie all’azione abrasiva del buon gusto si toglie lo spazio per qualunque ingombrante tentativo di determinare in chiave moraleggiante il senso del “normale ed opportuno”. Lo stile scelto dall’autrice, infatti, è scivoloso come l’olio, si possono fare cadute ma anche prendere veloci accelerate ed inseguire il ritmo serrato della storia senza mai sentirsi stanchi. Effettivamente non si riesce ad immaginare nessun altro tipo di approccio della parola alla storia, se non questo, violento e rapido, che non perde tempo a fregiarsi di orli, finalmente immediato e… fresco.

© Valeria Francese

Autore: Valeria Francese

Valeria Francese nasce a Salerno nel 1979, ha conseguito nel 2003 la laurea in Filosofia con una tesi in Estetica sulla Poetica dello sguardo nella letteratura e nelle arti contemporanee. Nella sua città insegna filosofia negli istituti superiori. Partecipa da sempre a numerosi concorsi di narrativa, ha scritto sceneggiature per il teatro, una piccola meravigliosa esperienza cinematrografica. Nelle ultime esperienze artistiche, una collaborazione per una mostra di fotopoesia, dove la luce e il verso hanno trovato la loro, splendida ed epifanica, parola comune. Da allora, la poesia é diventata la sua Casa Madre. Qualche volta ottiene seri riconoscimenti, menzioni e leggere pubblicazioni, altre volte, come capita a tutti quelli che amano scrivere, un robusto silenzio, quanto mai evocativo di altro talento come quello della pazienza, dell'attesa e della costruzione invisibile. Correttrice di bozze e in procinto di terminare un master in editing e scrittura creativa, sta svolgendo il biennio di tirocinio per diventare giornalista pubblicista. Insomma se nella vita le fosse concesso, sarebbe Scrittura Solo.

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